Morti 14 caschi blu …. e chissene!

Ieri a Seluniki, nella regione del Nord-Kivu, 14 caschi blu in forza alla missione di pace denominata MONUSCO (la Missione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione della repubblica Democratica del Congo) e 5 militari dell’esercito congolese hanno perso la vita nello svolgimento del loro dovere. Un dovere che, meglio ricordarlo, stanno compiendo anche a nome del nostro Paese contribuendo a ristabilire pace sicurezza per noi tutti.

Nonostante l’enormità della tragedia, che con i 19 morti e altre 53 persone ferite si configura come il più grave attacco mai perpetrato nei confronti di una missione internazionale di pace, le istituzioni e i politici italiani hanno brillato per indifferenza e latitanza. Eccezione fatta per un convenevole post sul sito del Ministro degli Affari Esteri con il quale Alfano dichiara “Esprimo profondo cordoglio per l’uccisione di quattordici caschi blu dell’Onu in Repubblica Democratica del Congo. Condanno nella maniera più ferma questo gesto efferato. Siamo vicini alle famiglie delle vittime e auguriamo ai feriti una pronta guarigione. L’Italia onora la dedizione e lo straordinario impegno con cui le forze delle Nazioni Unite contribuiscono alla stabilizzazione di molte aree turbolente del mondo”, nessuna altra voce autorevole si è alzata per stigmatizzare l’episodio.

Ne tantomeno ci si è mossi per una adeguata informazione agli italiani. Solamente su siti web di alcuni media si è riportato brevemente l’accaduto. Non sui principali quotidiani, salvo poche lodevoli eccezioni, non nel corso dei notiziari televisive, a parte qualche brevissima notizia di agenzia.

Sarà perché, contrariamente ad altre circostanze analoghe e meno tragiche, a lasciarci la pelle sono stati dei militari tanzaniani e congolesi; o forse perché non interessa condividere le sorti di un Paese travagliato da una guerra permanente come il Congo, salvo quando in ballo ci sono affari, investimenti e imprese interessate alle sue ingenti  materie prime; o forse semplicemente perché in Italia il provincialismo dilagante è ormai la costante quotidiana di una politica anacronistica e autoreferenziale, dei principali media ad essa succubi e di una cittadinanza ormai diseducata ad alzare lo sguardo oltre gli orizzonti dei propri pur legittimi interessi e dei suoi problemi “concreti”.

La tanto declamata globalizzazione dovrebbe provocare atteggiamenti coerenti che al di là della sua evocazione propagandistica e utilitaristica porti anche una nuova coscienza di responsabilità con i destini di tutte le persone e di solidarietà e com-passione vera con le tragedie altrui.

Il cancro è ancora servito

Con 18 voti a favore, 9 contrari e 1 astensione degli Stati membri l’Unione Europea ha prorogato per altri 5 anni l’utilizzo del Glifosate. Questo potente erbicida è il più utilizzato al mondo, si ritrova in ben 750 prodotti ad uso agricolo ed è tutt’oggi la fortuna di Monsanto che commercializzando il famigerato Roundup si stima ricavi dalla sua vendita circa 5 miliardi di dollari l’anno.

Per il raggiungimento del quorum richiesto in questi casi, la maggioranza relativa e contemporaneamente la rappresentatività del 65% della popolazione europea, è stato determinante il cambio di posizione della Germania, inizialmente schierata con i contrari, che votando la proroga ha vinto la contrarietà di Italia, Belgio, Cipro, Grecia, Francia,  Lettonia, Lussemburgo, Malta e Ungheria.

Il fronte del no si era fatto forte di ricerche condotte dall’OMS – Organizzazione Mondale della Sanità – che stigmatizzano come pericoloso per la salute umana, in quanto probabilmente cancerogeno, il principio attivo contenuto nel Glifosate. Nonostante il più che autorevole parere della Agenzia delle Nazioni Unite, i Paesi favorevoli si sono appellati ad un’altra indagine scientifica, quella della EFSA – Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare – che considera il prodotto innocuo.

Anche volendo, per onor di ragionamento, non prendere in considerazione il fatto che la ricerca EFSA si basa su dati attinti dalla Monsanto (!) e quindi ritenendo obiettivo il verdetto EFSA, stupisce il fatto che di nuovo una istituzione internazionale adotti una misura in palese violazione con il principio di precauzione previsto dal diritto internazionale in caso di divergenza della comunità scientifica.

Insomma, accettare di ingerire sostanze cancerogene con gli alimenti che arrivano sulle nostre tavole, come sostiene un’agenzia super partes come l’OMS, e sperare che, al contrario, abbia ragione EFSA è un rischio che non meritiamo di correre solo per consentire i profitti miliardari di qualche multinazionale dell’agroindustria e l’utilizzo irresponsabile degli erbicidi nocivi da parte dei grandi produttori agricoli che, guarda caso, hanno salutato con esultanza la proroga approvata a Bruxelles.

I “leoni d’Africa” sono estinti?

Alla notizia delle dimissioni del vecchio padre padrone dello Zimbabwe Robert Mugabe, grida di gioia e di esultanza hanno riempito le strade di tutto il Paese e le stanze del Parlamento nazionale di questo fiorente stato dell’Africa australe.

A 37 anni dalla sua prima presa del potere, chi è stato definito dai media di tutto il mondo come “l’ultimo leone d’Africa” ha dovuto suo malgrado passare la mano. In pol position per la sua successione sembrerebbe essere il settantacinquenne ex Vice presidente Emmerson Mnangagwa. Ciò, nonostante gli sforzi e gli innumerevoli tentativi di garantirsi una continuità insediando alla massima carica dello Stato la giovane moglie Grace.

L’ultimo disperato colpo di coda negli ultimi giorni il despota ha ancora tentato di resistere al potere rifiutandosi di dimettersi anche quando il “suo” partito da lui governato sin dall’indipendenza del 1980 ha optato domenica scorsa per la sua espulsione. Ci sono voluti l’avvio di una procedura di impeachment presentata da alcuni parlamentari del partito di governo e appoggiata dalla opposizione e soprattutto una detenzione preventiva voluta dagli alti ufficiali dell’esercito perché alla fine “Bob” cedesse “per il bene del popolo dello Zimbabwe e per un pacifico passaggio di potere” come da  lui stesso dichiarato nella lettera presentata al parlamento nazionale con la quale ha rassegnato le dimissioni da capo dello Stato.

Con la fine politica di Mugabe sono quindi estinti i “leoni d’Africa”? Purtroppo, nonostante i titoli dei principali media di questi giorni, lo stato dell’arte è ben lontano da un simile scenario. L’elenco dei capi di stato e di governo che tutt’ora detengono il potere nel continente africano è assai lungo. Sono dodici i Paesi che su impulso più o meno coercitivo dei rispettivi presidenti in carica hanno modificato le costituzioni nazionali al fine di consentire il prolungamento del loro mandato; otto i Presidenti che governano da oltre due decenni e quattro da più di trent’anni; cinque i Capi di stato attualmente a fine mandato che hanno preannunciato la volontà di imboccare la strada delle modifiche costituzionali per ammettere una terza rielezione consecutiva; un Paese, l’Eritrea, dal 1993, anno della sua indipendenza, a tutt’oggi non ha mai indetto elezioni politiche.

Diversi osservatori e analisti politici da tempo imputano a queste situazioni una delle concause dei problemi che affliggono le popolazioni dell’Africa, cercando di sfatare altre motivazioni che continuano ad essere addotte e che seguitano ad indirizzare le strategie e le azioni di cooperazione con questi Paesi.  Anche dai sedicenti esportatori di democrazia i quali, spesso per i tornaconti che derivano loro dai traffici e dagli interessi grazie ai quali i “leoni” mantengono il potere e si garantiscono ingenti fortune immancabilmente depositate in conti bancari secretati, ben si guardano dallo sfogare le loro pulsioni democratiche in questi contesti di palese violazione di democrazia e diritti.

E’ tempo che la comunità internazionale, Nazioni Unite e Unione Africana in testa, prenda posizione ed agisca con tutta la pressione in suo potere per mettere fine ad un virus che sembra ancora colpire buona parte dei dirigenti del continente africano e così rimuovere un vero ostacolo allo sviluppo di quest’area del mondo. 

(articolo pubblicato su Repubblica.it)

L’agricoltura che affama il mondo

Il circolo vizioso da tempo instauratosi tra numero di persone che nel mondo soffrono di malnutrizione cronica e quantità di sostanze inquinanti emesse nell’atmosfera principalmente ad opera di attività umane sta registrando nuovi dati alquanto preoccupanti.

A denunciarlo nel corso di un importante appuntamento internazionale è la FAO. L’Agenzia delle Nazioni Unite, infatti, ha recentemente presentato l’aggiornamento annuale del suo Rapporto SOFI (State of food security and nutrition) sulla base del quale il Direttore Generale graziano da Silva ha lanciato l’ennesimo allarme durante la Conferenza tenutasi a Bonn sui cambiamenti climatici. Secondo i dati SOFI dopo 10 anni di timidi successi nella lotta contro la fame nel mondo, ha spiegato il DG brasiliano, il numero delle persone che vivono in situazione di malnutrizione cronica è tornato ad aumentare a causa dei conflitti in corso in numerosi Paesi e dell’aumento della CO2 emessa nell’atmosfera.

Oltre al notorio impatto delle guerre sullo stato della fame delle popolazioni coinvolte, ciò che più sembra paradossale è il fatto che tra i settori produttivi maggiormente responsabili dell’inquinamento atmosferico spicca quello agricolo con la sua percentuale stimata attorno al 20 % della CO2 prodotta a livello globale. In altre parole, l’attività principe per l’approvvigionamento di derrate alimentari è a sua volta una delle maggiori cause dell’incremento dei fattori che provocano fame e malnutrizione.

Sotto accusa, innanzitutto, è l’eccessiva produzione di metano enterico particolarmente elevata negli allevamenti intensivi e l difficoltoso, oltre che costoso, smaltimento delle deiezioni animali per i sempre più numerosi allevamenti “senza terra”. Le moderne conoscenze zootecniche una rapida dimostrano come pratiche ecologiche nella conduzione degli allevamenti porterebbero ad una significativa riduzione fino al 30% degli attuali livelli di sostanze inquinanti prodotte pur mantenendo le medesime rese produttive.

La continua spinta a maggiori produzioni alimentari facendo ricorso a pratiche intensive, all’utilizzo scriteriato di concimi chimici e di antiparassitari, all’allevamento svincolato dalle coltivazioni agronomiche, al non rispetto delle basilari normative in tema di smaltimento dei liquami e dei reflui, che hanno caratterizzato l’agricoltura soprattutto dei Paesi industrializzati sta raggiungendo un punto di non ritorno. Il peggioramento delle condizioni sanitarie nella parte del mondo “sviluppato” e di quelle alimentari nelle regioni impoverite causato da modelli di agricoltura insostenibile sono gli effetti di un circolo vizioso che occorre urgentemente interrompere.

Le pratiche di agro ecologia né sono una velleità snobistica di qualche hipster, né una utopica alternativa che penalizza i produttori. Piuttosto sono la via da immediatamente intraprendere su vasta scala per salvare quel che ancora resta di un territorio devastato e delle risorse naturali  da troppo tempo saccheggiate dall’avidità del profitto a tutti i costi.