Cooperazione allo sviluppo: assente!

Se tutto va bene, fra pochi giorni si rischia di veder varare il cosiddetto Governo “giallo-verde”.

Lo stato di avanzamento degli accordi tra Lega e Movimento 5 Stelle, almeno stando alle dichiarazioni ufficiali dei rispettivi leader e alle principali fonti di informazione, sembra aver raggiunto un punto alquanto avanzato, mancando unicamente la convergenza sul nome del Premier e la suddivisione dei dicasteri, a partire da quelli chiave come Esteri, Difesa, Giustizia, e, soprattutto per il consenso leghista, Agricoltura.

Il susseguirsi in questi giorni dei commenti , tra entusiasti e terrorizzati, peccano della medesima “svista” degli estensori del programma di Governo comune: non una parola, tanto meno un’idea, sulla cooperazione allo sviluppo con i Paesi dei Sud del mondo.

Per la precisione, all’interno del paragrado dedicato alla politica estera, significativamente tra i più brevi del testo, si trova una menzione a questi Paesi: “E’ inoltre necessario rifocalizzare l’attenzione sul fronte del Sud”.

Interpretando una così sintetica affermazione aggrappandoci alla lettera maiuscola utilizzata per il “Sud”, come un interesse manifesto per porre attenzione ai Paesi impoveriti dei Sud del mondo, resta tuttavia la totale assenza di contenuti e di obiettivi di questo comparto della futura politica governativa.

A meno che, con un’esegesi senza dubbio opinabile, non si torni a leggere il programma qualche riga sopra laddove, questa volta in modo alquanto esplicito, si afferma la futura Banca per gli Investimenti “svolgerà attività di … credito di aiuto alle imprese italiane che operano nei Paesi in via di Sviluppo come investimento ad utilità differita per acquisire posizioni di vantaggio su mercati emergenti”.

Visto che un elettore su due ha votato per uno dei due partiti che potrebbero governare il nostro Paese nei prossimi anni, credo legittimo immaginare che tra essi vi sia anche un buon numero di militanti nelle Organizzazioni Non Governative impegnate nella cooperazione internazionale, qualcuno, magari, con mire di incarichi nella prossima legislatura.

Soprattutto a loro, soprattutto a chi partecipa alla democrazia telematica supposta di possedere una rapidità e una popolarità decisionale inedita, ma anche a tutti i rappresentanti delle ONG, va rivolto un appello pressante per anticipare per una volta i tempi e indurre una virata significativa per far si che le future scelleratezze del nuovo governo non si abbattano oltre che sugli italiani anche sui nostri amici dei Sud.

Terzo Settore: due miti da sfatare (riflessione per addetti ai lavori)

Un interessante articolo di Carola Carazzone, Segretario Generale di ASSIFERO, pubblicato su “Il giornale delle Fondazioni”, pone due questioni centrali per il futuro del terzo settore: la demitizzazione del “progetto” e il mito della riduzione delle spese si gestione.

Entrambe tacciate di contribuire al declino inarrestabile di buona parte delle Organizzazioni di Terzo Settore, le due tendenze, che caratterizzano ormai da un paio di decenni i rapporti tra donatori pubblici e privati e Organizzazioni no-profit, vengono messe sul banco degli imputati. Finalmente, soggetti erogatori come le Fondazioni si pongono il dubbio di un loro abbandono in favore di rapporti più programmatici tra donatori istituzionali e operatori del sociale.

Sommessamente, mi fregio di aver combattuto, con scarsi risultati, per una loro considerazione in diverse istituzioni, nonché per un’azione educativa dell’opinione pubblica, e di aver trattato con maggior ampiezza questi stessi argomenti nel mio libro “ONG: una storia da raccontare”. Qui non posso che abbozzare alcune riflessioni di sintesi per rispetto degli spazi consentiti, troppo ristretti per affrontare adeguatamente argomenti così intriganti.

Le tesi del Segretario Generale di ASSIFERO sono tutt’altro che novità. Senza dubbio nel campo della cooperazione allo sviluppo. Già negli anni novanta, infatti, la Commissione europea, introducendo a fianco dei finanziamenti “per progetto” i cosiddetti “Program contract”, intendeva inaugurare un nuovo modello relazionale con le ONG al fine di spostare il focus delle valutazioni di merito dagli obiettivi specifici di precisi progetti, ad un approccio più complessivo sulle policy e le finalità di medio-lungo termine di programmi tematici o “geografici”.

L’intuizione, suggerita dalle stesse ONG e recepita dai funzionari di Bruxelles, era quella di dare maggior importanza ai percorsi e ai processi di cambiamento delle realtà locali piuttosto che insistere unicamente su valutazioni di costi-benefici, input-output, inevitabilmente basati su di una cultura pragmatistica e efficientista che dal mondo del profit era stata traslata anche al sociale.

Bandi di gara, gare al ribasso, competizione mercantilistica, mitizzazione e stravolgimento del “ciclo di progetto” e delle sue derivazioni funzionali, valutazioni meccanicamente matematiche delle proposte progettuali, graduatorie a punteggio, da tempo restano gli assi portanti delle linee guida della maggior parte dei finanziatori, più preoccupati del “render conto” della loro “trasparenza” ed efficacia che dell’impatto sulle realtà destinatarie dei progetti finanziati. La predominanza degli organi di controllo e l’asservimento alle loro regole di funzionari e dirigenti delle istituzioni di settore hanno fatto il resto.

Anche in Italia, sin dagli anni novanta, si è invano tentato di introdurre modalità relazionali tra donatori pubblici e ONG diverse dall’unicum progettuale. Le convenzioni per l’impiego di personale espatriato svicolato da singoli progetti, malauguratamente interdette dalla Ragioneria di Stato dopo solo due anni di sperimentazione per supposte incompatibilità con le norme della contabilità ordinaria e i regolamenti attuativi della cooperazione allo sviluppo italiana, ne sono il primo esempio.

Come spesso accade nel nostro Paese, la demagogica giustificatoria del soddisfacimento delle necessità dell’opinione pubblica, ha rafforzato la tendenza sopra accennata. Dimostrare che “ogni centesimo sia realmente destinato ai beneficiari” è divenuto un devastante mantra assunto “nei bar” e nelle sedi dei donatori.

Come giustamente evidenzia la Carazzone, l’insulsa preoccupazione di ridurre al minimo i costi gestionali, la riduzione progressiva della loro ammissione nei preventivi progettuali, sino alla loro completa abolizione per un numero crescente di donatori, sta progressivamente svuotando di progettualità e di competenze le organizzazioni di Terzo Settore. Scegliendo la risposta più semplice e bieca agli eccessi da sempre raggiunti da parte di alcuni operatori, in genere quelli sovrannazionali e quasi mai dalle organizzazioni di società civile costrette a lavorare sottocosto o a ricorrere a ridicoli sotterfugi per camuffare i costi strutturali, il sistema dei finanziamenti sia pubblici che privati, rischia paradossalmente di catapultare nuovamente la cooperazione internazionale in quell’assistenzialismo che credevamo superato già negli anni ottanta.

Un assistenzialismo moderno; non più da “carità pelosa”, ma da “efficientismo maccartiano”. L’utopia di poter contribuire al cambiamento della condizioni politico sociali di un determinato contesto, lascia il passo alle realizzazioni di opere e al conseguimento di risultati “misurabili” e, soprattutto, visibili per la buona pace della generosità dei donatori.

Per citare un esempio, il Regolamento del cospicuo fondo della Conferenza Episcopale Italiana destinato al finanziamento di attività nel “Terzo Mondo”, la dicitura già da se la dice lunga in proposito, esclude espressamente la possibilità di introdurre costi gestionali nei preventivi di spesa delle proposte progettuali.

Ma anche altri donatori pubblici, come ad esempio MAAEE ed UE, restano invischiati nella medesima logica. Ne è prova l’insistente rifiuto di adottare una progressività inversamente proporzionale dei costi di gestione rispetto al costo totale del progetto. Così, per la gioia complice delle ONG finanziariamente più dotate in grado di gestire progetti da svariati milioni di Euro, la percentuale del 6-9 % del costo totale ammessa da molte linee di finanziamento per le spese gestionali, si traduce in centinaia di migliaia di Euro; mentre per le “piccole” realtà operanti con interventi finanziariamente molto più ridotti la stessa quota non copre nemmeno le più indispensabili necessità di sopravvivenza; figuriamoci gli investimenti in programmazione, formazione, valutazione, e qualità del lavoro. Il circolo vizioso nelle quali sono da tempo inghiottite è sotto gli occhi di tutti …. tranne, forse, che i loro.

Le Fondazioni hanno sempre rivestito ruoli di innovazione. Poter gestire con un’aliquale autonomia gli strumenti finanziari a loro disposizione le pone da sempre in una posizione di privilegio per indurre interessanti cambiamenti nel panorama istituzionale del nostro Paese. Oggi, inoltre, la riscoperta di un ennesimo “uovo di Colombo” come la cosiddetta “Theory of change”, ha il vantaggio di offrire un ulteriore substrato fertile ad una riflessione che, se tradotta per una volta in pratica, potrebbe segnare un nuovo passo nel cammino impervio delle relazioni tra Terzo Settore, pubblico e privato.

Marielle Franco: martire di giustizia

Dobbiamo gridare e far sapere a tutti l’azione brutale e selvaggia della polizia”. Raccogliere questa volontà di Marielle Franco è un dovere; un modo per scongiurare l’inutilità del suo martirio.

Si perchè questa militante per i diritti umani in Brasile, consigliera del Partido Socialismo e Libertade eletta all’ultima tornata elettorale con 46mila voti e volto nuovo della politica brasiliana, è stata brutalmente assassinata da tre sicari, in pieno giorno, nell’affollatissima rua Joaquim Palhares a Rio de Janeiro.

Molte altre volte Marielle si era messa in gioco in prima persona per difendere i diritti degli abitanti delle favelas della megalopoli sudamericana. Senza peli sulla lingua, denunciando le molteplici violazioni perpetrate nei confronti di quella povera gente. Anche quando, come in questo ultimo caso, sapeva di giocarsi tutto denunciando l’ennesima azione criminale della polizia federale incaricata di mantenere l’ordine nei tanti gironi danteschi di Rio, come la favela di Acari.

Poco prima di cadere sotto le revolverate dei suoi carnefici, Marielle aveva pubblicato su facebook l’ultima sua denuncia scrivendo:“la polizia sta terrorizzando e stuprando i residenti delle favela. Hanno ucciso e gettato due uomini in un burrone, la situazione sta peggiorando”.

La goccia ha fatto traboccare il vaso. La violenza di stato ne ha avuto abbastanza. Ha deciso di disfarsi di questa scomoda testimone, di questa paladina della giustizia.

Onore a Marielle, martire ignorata di quest’epoca.

Le nostre Università si ripopolano

Secondo un’inchiesta condotta da “la Repubblica” che ieri ne ha pubblicato i dati principali, l’anno accademico 2017-2018 ha registrato un incremento del numero di “matricole” negli Atenei italiani.

Stando ai dati forniti al quotidiano da 59 delle 61 Università statali presenti sul territorio nazionale, gli studenti iscritti al primo anno di Università sono 11.804 in più dell’anno precedente. Cifra che riporta il numero totale di iscritti agli Atenei italiani a circa trecentomila studenti, ovvero,  secondo tutti i Rettori contattati , ad una quota vicinissima a quella pre-crisi economica del 2007-2008.

Con beneficio di inventario dei cosiddetti “abbandoni” nel corso degli anni successivi, l’aumento dei “primini” è un buon sintomo di recupero rispetto al dato statistico preoccupante che, secondo Eurostat, colloca l’Italia al penultimo posto nella graduatoria europea della percentuale di “trentenni” in possesso di un diploma di laurea.

A fronte di una media UE del 39,1%, infatti, nel nostro Paese tale percentuale scende drammaticamente al 26,2 % . Peggio di noi, solo la Romania con il 25,6%. Posizionate a quasi il doppio le nazioni “prime della classe”:  Lituania, dove la percentuale è del 58,7%, seguita da Lussemburgo (54,6%), Cipro (53,4%), Irlanda (52,9%) e Svezia (51%).

Concordo appieno con Giorgio Zauli, Rettore a Ferrara, prima classificata in Italia, dichiaratosi a favore della eliminazione degli “sbarramenti ai corsi di laurea a livello locale”. Compreso il numero chiuso in vigore presso alcune Facoltà.

Diritto allo studio, e non solo ad una istruzione obbligatoria, a parte, l’innalzamento del livello di istruzione  di una popolazione è sempre un dato auspicabile. Ho sempre nutrito dubbi sulla super specializzazione monotematica così in voga in un’educazione scolastica funzionale ad una visione efficentista che dagli USA si va espandendo in tutto il mondo, quella per la quale si sfornano cervelloni di ingegneria genetica che non hanno mai letto una pagina di Kant, o geni dello HI-Tech che mai hanno goduto di un brano di Bach. Dando per buono il binomio “più alto livello scolastico, maggiore cultura generale”, penso che una cultura generale più diffusa non possa che migliorare le condizioni di un Paese. Anche quelle economiche.

Chi ancora invoca i numeri chiusi a baluardo dell’incremento di una massa di sfaccendati e mantenuti, quando non di frustrati snobbanti i lavori più modesti; chi, come purtroppo titola l’articolo citato de “la Repubblica”, si iscrive perché “sedotto dal pezzo di carta”,  è vittima di un materialismo efficentista che sottovaluta il valore dei percorsi sacrificandolo al mero ottenimento di risultati.