Il cancro è ancora servito

Con 18 voti a favore, 9 contrari e 1 astensione degli Stati membri l’Unione Europea ha prorogato per altri 5 anni l’utilizzo del Glifosate. Questo potente erbicida è il più utilizzato al mondo, si ritrova in ben 750 prodotti ad uso agricolo ed è tutt’oggi la fortuna di Monsanto che commercializzando il famigerato Roundup si stima ricavi dalla sua vendita circa 5 miliardi di dollari l’anno.

Per il raggiungimento del quorum richiesto in questi casi, la maggioranza relativa e contemporaneamente la rappresentatività del 65% della popolazione europea, è stato determinante il cambio di posizione della Germania, inizialmente schierata con i contrari, che votando la proroga ha vinto la contrarietà di Italia, Belgio, Cipro, Grecia, Francia,  Lettonia, Lussemburgo, Malta e Ungheria.

Il fronte del no si era fatto forte di ricerche condotte dall’OMS – Organizzazione Mondale della Sanità – che stigmatizzano come pericoloso per la salute umana, in quanto probabilmente cancerogeno, il principio attivo contenuto nel Glifosate. Nonostante il più che autorevole parere della Agenzia delle Nazioni Unite, i Paesi favorevoli si sono appellati ad un’altra indagine scientifica, quella della EFSA – Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare – che considera il prodotto innocuo.

Anche volendo, per onor di ragionamento, non prendere in considerazione il fatto che la ricerca EFSA si basa su dati attinti dalla Monsanto (!) e quindi ritenendo obiettivo il verdetto EFSA, stupisce il fatto che di nuovo una istituzione internazionale adotti una misura in palese violazione con il principio di precauzione previsto dal diritto internazionale in caso di divergenza della comunità scientifica.

Insomma, accettare di ingerire sostanze cancerogene con gli alimenti che arrivano sulle nostre tavole, come sostiene un’agenzia super partes come l’OMS, e sperare che, al contrario, abbia ragione EFSA è un rischio che non meritiamo di correre solo per consentire i profitti miliardari di qualche multinazionale dell’agroindustria e l’utilizzo irresponsabile degli erbicidi nocivi da parte dei grandi produttori agricoli che, guarda caso, hanno salutato con esultanza la proroga approvata a Bruxelles.

I “leoni d’Africa” sono estinti?

Alla notizia delle dimissioni del vecchio padre padrone dello Zimbabwe Robert Mugabe, grida di gioia e di esultanza hanno riempito le strade di tutto il Paese e le stanze del Parlamento nazionale di questo fiorente stato dell’Africa australe.

A 37 anni dalla sua prima presa del potere, chi è stato definito dai media di tutto il mondo come “l’ultimo leone d’Africa” ha dovuto suo malgrado passare la mano. In pol position per la sua successione sembrerebbe essere il settantacinquenne ex Vice presidente Emmerson Mnangagwa. Ciò, nonostante gli sforzi e gli innumerevoli tentativi di garantirsi una continuità insediando alla massima carica dello Stato la giovane moglie Grace.

L’ultimo disperato colpo di coda negli ultimi giorni il despota ha ancora tentato di resistere al potere rifiutandosi di dimettersi anche quando il “suo” partito da lui governato sin dall’indipendenza del 1980 ha optato domenica scorsa per la sua espulsione. Ci sono voluti l’avvio di una procedura di impeachment presentata da alcuni parlamentari del partito di governo e appoggiata dalla opposizione e soprattutto una detenzione preventiva voluta dagli alti ufficiali dell’esercito perché alla fine “Bob” cedesse “per il bene del popolo dello Zimbabwe e per un pacifico passaggio di potere” come da  lui stesso dichiarato nella lettera presentata al parlamento nazionale con la quale ha rassegnato le dimissioni da capo dello Stato.

Con la fine politica di Mugabe sono quindi estinti i “leoni d’Africa”? Purtroppo, nonostante i titoli dei principali media di questi giorni, lo stato dell’arte è ben lontano da un simile scenario. L’elenco dei capi di stato e di governo che tutt’ora detengono il potere nel continente africano è assai lungo. Sono dodici i Paesi che su impulso più o meno coercitivo dei rispettivi presidenti in carica hanno modificato le costituzioni nazionali al fine di consentire il prolungamento del loro mandato; otto i Presidenti che governano da oltre due decenni e quattro da più di trent’anni; cinque i Capi di stato attualmente a fine mandato che hanno preannunciato la volontà di imboccare la strada delle modifiche costituzionali per ammettere una terza rielezione consecutiva; un Paese, l’Eritrea, dal 1993, anno della sua indipendenza, a tutt’oggi non ha mai indetto elezioni politiche.

Diversi osservatori e analisti politici da tempo imputano a queste situazioni una delle concause dei problemi che affliggono le popolazioni dell’Africa, cercando di sfatare altre motivazioni che continuano ad essere addotte e che seguitano ad indirizzare le strategie e le azioni di cooperazione con questi Paesi.  Anche dai sedicenti esportatori di democrazia i quali, spesso per i tornaconti che derivano loro dai traffici e dagli interessi grazie ai quali i “leoni” mantengono il potere e si garantiscono ingenti fortune immancabilmente depositate in conti bancari secretati, ben si guardano dallo sfogare le loro pulsioni democratiche in questi contesti di palese violazione di democrazia e diritti.

E’ tempo che la comunità internazionale, Nazioni Unite e Unione Africana in testa, prenda posizione ed agisca con tutta la pressione in suo potere per mettere fine ad un virus che sembra ancora colpire buona parte dei dirigenti del continente africano e così rimuovere un vero ostacolo allo sviluppo di quest’area del mondo. 

(articolo pubblicato su Repubblica.it)

L’agricoltura che affama il mondo

Il circolo vizioso da tempo instauratosi tra numero di persone che nel mondo soffrono di malnutrizione cronica e quantità di sostanze inquinanti emesse nell’atmosfera principalmente ad opera di attività umane sta registrando nuovi dati alquanto preoccupanti.

A denunciarlo nel corso di un importante appuntamento internazionale è la FAO. L’Agenzia delle Nazioni Unite, infatti, ha recentemente presentato l’aggiornamento annuale del suo Rapporto SOFI (State of food security and nutrition) sulla base del quale il Direttore Generale graziano da Silva ha lanciato l’ennesimo allarme durante la Conferenza tenutasi a Bonn sui cambiamenti climatici. Secondo i dati SOFI dopo 10 anni di timidi successi nella lotta contro la fame nel mondo, ha spiegato il DG brasiliano, il numero delle persone che vivono in situazione di malnutrizione cronica è tornato ad aumentare a causa dei conflitti in corso in numerosi Paesi e dell’aumento della CO2 emessa nell’atmosfera.

Oltre al notorio impatto delle guerre sullo stato della fame delle popolazioni coinvolte, ciò che più sembra paradossale è il fatto che tra i settori produttivi maggiormente responsabili dell’inquinamento atmosferico spicca quello agricolo con la sua percentuale stimata attorno al 20 % della CO2 prodotta a livello globale. In altre parole, l’attività principe per l’approvvigionamento di derrate alimentari è a sua volta una delle maggiori cause dell’incremento dei fattori che provocano fame e malnutrizione.

Sotto accusa, innanzitutto, è l’eccessiva produzione di metano enterico particolarmente elevata negli allevamenti intensivi e l difficoltoso, oltre che costoso, smaltimento delle deiezioni animali per i sempre più numerosi allevamenti “senza terra”. Le moderne conoscenze zootecniche una rapida dimostrano come pratiche ecologiche nella conduzione degli allevamenti porterebbero ad una significativa riduzione fino al 30% degli attuali livelli di sostanze inquinanti prodotte pur mantenendo le medesime rese produttive.

La continua spinta a maggiori produzioni alimentari facendo ricorso a pratiche intensive, all’utilizzo scriteriato di concimi chimici e di antiparassitari, all’allevamento svincolato dalle coltivazioni agronomiche, al non rispetto delle basilari normative in tema di smaltimento dei liquami e dei reflui, che hanno caratterizzato l’agricoltura soprattutto dei Paesi industrializzati sta raggiungendo un punto di non ritorno. Il peggioramento delle condizioni sanitarie nella parte del mondo “sviluppato” e di quelle alimentari nelle regioni impoverite causato da modelli di agricoltura insostenibile sono gli effetti di un circolo vizioso che occorre urgentemente interrompere.

Le pratiche di agro ecologia né sono una velleità snobistica di qualche hipster, né una utopica alternativa che penalizza i produttori. Piuttosto sono la via da immediatamente intraprendere su vasta scala per salvare quel che ancora resta di un territorio devastato e delle risorse naturali  da troppo tempo saccheggiate dall’avidità del profitto a tutti i costi.

“Paradise papers”: scandalo per chi?

Lo scandalo dei “paradise papers” denunciato sulle prime pagine dei giornali di questi giorni dovrebbe interrogare sui reali motivi e sulla tempistica dell’emersione di una simile notizia, piuttosto che sollevare falsi pudori per un fatto risaputo da tempo.

Che personaggi influenti della politica e dello’economia internazionale, finanzieri, attori e VIP, insieme ovviamente a professionisti dell’evasione fiscale, faccendieri e organizzazioni criminali delle più svariate, investissero le proprie fortune nei cosiddetti Paradisi Fiscali è cosa risaputa. Così come è altrettanto risaputo che la fuga di capitali verso questi Paesi sia la maggior causa dei mancati introiti dei sistemi tributari nazionali, tanto che il National Bureau of Economic Research stima che in essi siano depositate somme pari a poco meno del 10% del PIL mondiale.

Già diversi anni orsono, Pietro Grasso, all’epoca Procuratore antimafia, dalle colonne del Sole24ore stigmatizzava la non volontà delle autorità di controllo italiane di porre fine all’enorme evasione fiscale ammontante a svariati miliardi di Euro. Grasso, infatti, sosteneva con disarmante evidenza come la lotta all’evasione dovesse iniziare con la consegna alle autorità di controllo da parte di Banca Italia delle liste delle filiali delle Banche italiane autorizzate dalla stessa ad aprire, direttamente o mediante triangolazioni, succursali nei Paesi ove ancora vige il segreto bancario e nei quali le agevolazioni per i capitali stranieri importati garantiscono agli investitori smisurati risparmi rispetto ai regimi tributari dei rispettivi Paesi di provenienza. La continua evocazione di misure di lotta all’evasione senza aggredire questo fenomeno che rimane quantitativamente il più rilevante, anche secondo Grasso, evidenzia retorica e implica inefficacia.

Da sempre, il vero problema resta l’abolizione di questi buchi neri della finanza internazionale che sfuggono ad ogni controllo da parte di qualsivoglia autorità, ma che tanto fanno comodo a ricconi di varia natura che, spesso, coincidono con chi avrebbe il potere, e il dovere, di ricondurli a regole e comportamenti corretti e trasparenti.

Nessuno stupore, quindi, da parte mia nel ritrovare sui media di oggi nomi conosciuti, apparentemente insospettabili e di persone ritenute “per bene” tra quelli scoperti come grandi evasori e solerti fruitori dei regimi defiscalizzati sparpagliati in Europa e nel resto del mondo. Piuttosto, un rinnovato imbarazzo e un crescente disappunto nel riflettere come personaggi come Soros, Madonna e ancor più Bono siano tutt’ora in altre sedi elogiati come benefattori e sostenitori di giuste cause. Le grandi elargizioni del finanziere e le sue battaglie in favore dello sviluppo dei Paesi poveri, i progetti umanitari sostenuti dalla cantante italo americana e l’impegno dell’ex leader degli U2 per la campagna a favore della cancellazione del debito, così pubblicizzati sui mass media di tutto il mondo, rimangono a mio avviso insopportabili contraddizioni che alimentano quel buonismo superficiale che ancora pervade la solidarietà e la coscienza di molti.

Nel mio piccolo, in occasione del G8 de l’Aquila, allorché anche in quell’occasione al cantante Bono venne concessa udienza da parte dei leader degli otto Paesi più ricchi in qualità di portabandiera della campagna per la cancellazione del debito nei confronti dei Paesi più poveri, denunciai come poco prima la pop star avesse ottenuto la residenza nel Principato di Monaco, noto paradiso fiscale nel quale la lista dei VIP che si sono potuti permettere questo privilegio continua ad allungarsi. Ciò che all’epoca mi colpì, fu che al posto dell’attesa indignazione per l’imbarazzante incoerenza, soprattutto dalle organizzazioni di società civile coinvolte e partecipanti alla campagna sul debito, quella mia sottolineatura provocò reazioni durissime di chi riteneva di dover unicamente ringraziare Bono per la visibilità e la notorietà da lui provocata in favore della campagna. Anche, con mia grande sorpresa, da parte di giornalisti di questa testata.

Resto convinto che per un’efficace azione di giustizia globale, sul lungo periodo la mossa vincente rimanga quella della coerenza dei suoi protagonisti. Nel piccolo e nel grande, nella notorietà o nel nascondimento del lavoro quotidiano chi agisce in questo campo non può sacrificare questo valore ad alcun fine conseguibile nell’immediato. Pena l’aumento del discredito e della sfiducia che già in misura preoccupante coinvolge gli operatori e le organizzazioni della solidarietà internazionale.