Marielle Franco: martire di giustizia

Dobbiamo gridare e far sapere a tutti l’azione brutale e selvaggia della polizia”. Raccogliere questa volontà di Marielle Franco è un dovere; un modo per scongiurare l’inutilità del suo martirio.

Si perchè questa militante per i diritti umani in Brasile, consigliera del Partido Socialismo e Libertade eletta all’ultima tornata elettorale con 46mila voti e volto nuovo della politica brasiliana, è stata brutalmente assassinata da tre sicari, in pieno giorno, nell’affollatissima rua Joaquim Palhares a Rio de Janeiro.

Molte altre volte Marielle si era messa in gioco in prima persona per difendere i diritti degli abitanti delle favelas della megalopoli sudamericana. Senza peli sulla lingua, denunciando le molteplici violazioni perpetrate nei confronti di quella povera gente. Anche quando, come in questo ultimo caso, sapeva di giocarsi tutto denunciando l’ennesima azione criminale della polizia federale incaricata di mantenere l’ordine nei tanti gironi danteschi di Rio, come la favela di Acari.

Poco prima di cadere sotto le revolverate dei suoi carnefici, Marielle aveva pubblicato su facebook l’ultima sua denuncia scrivendo:“la polizia sta terrorizzando e stuprando i residenti delle favela. Hanno ucciso e gettato due uomini in un burrone, la situazione sta peggiorando”.

La goccia ha fatto traboccare il vaso. La violenza di stato ne ha avuto abbastanza. Ha deciso di disfarsi di questa scomoda testimone, di questa paladina della giustizia.

Onore a Marielle, martire ignorata di quest’epoca.

Le nostre Università si ripopolano

Secondo un’inchiesta condotta da “la Repubblica” che ieri ne ha pubblicato i dati principali, l’anno accademico 2017-2018 ha registrato un incremento del numero di “matricole” negli Atenei italiani.

Stando ai dati forniti al quotidiano da 59 delle 61 Università statali presenti sul territorio nazionale, gli studenti iscritti al primo anno di Università sono 11.804 in più dell’anno precedente. Cifra che riporta il numero totale di iscritti agli Atenei italiani a circa trecentomila studenti, ovvero,  secondo tutti i Rettori contattati , ad una quota vicinissima a quella pre-crisi economica del 2007-2008.

Con beneficio di inventario dei cosiddetti “abbandoni” nel corso degli anni successivi, l’aumento dei “primini” è un buon sintomo di recupero rispetto al dato statistico preoccupante che, secondo Eurostat, colloca l’Italia al penultimo posto nella graduatoria europea della percentuale di “trentenni” in possesso di un diploma di laurea.

A fronte di una media UE del 39,1%, infatti, nel nostro Paese tale percentuale scende drammaticamente al 26,2 % . Peggio di noi, solo la Romania con il 25,6%. Posizionate a quasi il doppio le nazioni “prime della classe”:  Lituania, dove la percentuale è del 58,7%, seguita da Lussemburgo (54,6%), Cipro (53,4%), Irlanda (52,9%) e Svezia (51%).

Concordo appieno con Giorgio Zauli, Rettore a Ferrara, prima classificata in Italia, dichiaratosi a favore della eliminazione degli “sbarramenti ai corsi di laurea a livello locale”. Compreso il numero chiuso in vigore presso alcune Facoltà.

Diritto allo studio, e non solo ad una istruzione obbligatoria, a parte, l’innalzamento del livello di istruzione  di una popolazione è sempre un dato auspicabile. Ho sempre nutrito dubbi sulla super specializzazione monotematica così in voga in un’educazione scolastica funzionale ad una visione efficentista che dagli USA si va espandendo in tutto il mondo, quella per la quale si sfornano cervelloni di ingegneria genetica che non hanno mai letto una pagina di Kant, o geni dello HI-Tech che mai hanno goduto di un brano di Bach. Dando per buono il binomio “più alto livello scolastico, maggiore cultura generale”, penso che una cultura generale più diffusa non possa che migliorare le condizioni di un Paese. Anche quelle economiche.

Chi ancora invoca i numeri chiusi a baluardo dell’incremento di una massa di sfaccendati e mantenuti, quando non di frustrati snobbanti i lavori più modesti; chi, come purtroppo titola l’articolo citato de “la Repubblica”, si iscrive perché “sedotto dal pezzo di carta”,  è vittima di un materialismo efficentista che sottovaluta il valore dei percorsi sacrificandolo al mero ottenimento di risultati.

La Francia con i piccoli agricoltori

Il Governo Macron ha deciso unilateralmente il suo ritiro dalla New Alliance for Food Security and Nutrition (NAFSN).

Non sempre gli spazi informativi sono proporzionati alla rilevanza della notizia.  Soprattutto i tempi elettorali.  Così, questa scelta dell’Eliseo è del tutto passata in sordina sui media italiani, sebbene rilevante  per milioni di piccoli produttori agricoli.

La NAFSN è un’iniziativa lanciata nel 2012 sotto gli auspici del G8. Oltre Paesi promotori, dieci nazioni africane vi hanno aderito: Burkina Faso, Costa d’Avorio, Etiopia, Ghana, Mozambico e Tanzania già dal 2012, mentre l’anno successivo Benin, Malawi, Nigeria e Senegal.

Fin dai suoi esordi, centinaia di Organizzazioni di società civile del Nord e dei Sud del mondo avevano denunciato la pericolosa deriva che gli obiettivi della NAFSN lasciavano intravvedere.

Creare un contesto favorevole agli investimenti delle multinazionali dell’agro-alimentare nei Paesi africani aderenti  quale soluzione per il dramma della fame, come recita il documento fondativo dell’iniziativa, è stato subito denunciato come un ennesimo cavallo di troia per I’agricoltura familiare e il futuro dei piccolo produttori.

Land grabbing, debiti accollati agli agricoltori, introduzione di varietà OGM, realizzazione dei cosiddetti “corridoi di crescita” dimostratisi da subito dei very e propri paradisi fiscali per i grandi investimenti in agricoltura, sono alcune delle inevitabili conseguenze del “magic bullet”, la ricotta magica, preconizzata dalla NAFSN. Numerosi studi e ricerche sul campo condotte nei Paesi interessati, hanno ampiamente rilevato dati inequivocabili circa il peggioramento delle condizioni di vita dei piccolo agricoltori e gli ingenti vantaggi e guadagni ricavati dalle multinazionali.

La Francia resta un Paese influente per la maggior parte dei Paesi africani aderenti alla NAFSN. Il suo peso politico sullo scenario internazionale, benché grandemente sminuito negli ultimi decenni, resta determinante in alcune zone del mondo e, sicuramente, all’interno dei G8.

Il suo ritiro da questa iniziativa potrebbe costituire una prima significativa incrinatura delle convinzioni monolitiche che ancora permangono tra i decisori  delle politiche agricole e sociali mondiali.

Il fatto che l’Italia sia, tra I G8, uno dei Paesi con minor volume di ricavi dalle multinazionali, potrebbe costituire un presupposto affinché Roma emuli Parigi.

Senza nemmeno perderci più di quell tanto in “moneta”, e guadagnandoci assai in reputazione.

Governo 5 stelle ?

Presentare la squadra di governo prima delle elezioni, va riconosciuto può essere un nuovo modo di fare interessante. Proporsi agli elettori con il massimo della trasparenza è intenzione meritoria. Ciò che al contrario mi provoca qualche perplessità è una valutazione nel merito.

La professionalità e la competenza sono qualità imprescindibili per assumere una responsabilità di governo del Paese: è una conditio sine qua non.

I danni e l’inefficacia dei troppi casi in cui sono stati premiati con poltrone governative emeriti incompetenti sono, purtroppo, da tutti noi conosciuti. Lo abbiamo tutti imparato a nostre spese con i Governi di ogni colore, compreso l’attuale.


Ma il problema è se competenza e professionalità siano anche condizioni sufficienti per svolgere al meglio la gestione di un dicastero di un Paese come l’Italia.

Sinceramente credo proprio di no. Essere docente in una Università italiana e scrivere sulla prestigiosa rivista Limes, non necessariamente implica la capacità di svolgere una funzione chiave come quella di Ministro degli Affari Esteri. Essere un bravo imprenditore non necessariamente implica saper occuparsi del bene comune della produttività di tutto il Paese. Aver pubblicato molti libri, non sempre comporta saper anche trovare le migliori soluzioni per l’applicazione delle teorie elaborate nella realtà complessa del governo di un Paese.

Esercitare una funzione di governo richiede anche capacità ed esperienza gestionale; necessita di capacità negoziale; implica la difficile mediazione tra le proprie utopie e la concretezza della governance.


Profeti e Re, fin dalla saggezza biblica, sono ruoli interdipendenti, ma altrettanto distinti. Troppe volte abbiamo constatato e subito i disastri fatti da profeti messi al governo e di re senza profezia.
Nel segreto dell’urna, credo utile valutare anche questo.