Tutti gli articoli di Sergio Marelli

Quelle affariste di ONG

Le ONG sono tutte affariste della clandestinità, almeno stando alle recenti dichiarazioni di esponenti del Governo italiano.

Salvini sbraita che “ora finisce la pacchia delle ONG che si arricchiscono con il traffico dei migranti; il Premier Conte ricorda come nel programma di Governo non vi sia “solo la lotta all’immigrazione clandestina, in  modo generico, ma anche al traffico e al business delle ONG”.

Toni e generalizzazioni di tale portata, non sono degne nemmeno del chiacchiericcio da bar.

Sparare nel mucchio senza un minimo di pudore, sentenziare genericamente contro una sigla che racchiude molte e multiformi realtà non è ammissibile per nessuno, tanto meno per chi sta al Governo di un Paese. Cavalcare l’onda lunga del maldipancia degli italiani è un gioco al massacro buono forse in termini propagandistico elettorali, ma che conduce ad una inutile e dannosa acrimonia contro tutto e tutti.

Perché dentro una siffatta logica, utilizzando simili linguaggi e avocandosi ai cosiddetti “sentimenti della gente”, gli attuali governanti dovrebbero anche inveire contro “le imprese fraudolente”, perché ben si conoscono gli affarismi illegali di poche di loro; contro “i consulenti corrotti”, visto che in questi giorni di nuovo alcuni di loro, peraltro vicini alle forze di governo attuali, sembrano essere implicati in giri di mazzette milionarie per la vicenda dello Stadio di Roma; contro “ gli imprenditori edili faccendieri”, i “ciclisti dopati”, “i sindaci incapaci di governare”, “gli amministratori di società incapaci e fallimentari, “gli operatori finanziari evasori”, e la lista potrebbe essere lunga all’infinito.

Fino a toccare, a proposito di “percezione degli italiani”, “i politici che pensano solo alle poltrone, ai loro interessi e alla propria carriera”. Si perché questo è forse il sentimento più diffuso tra quei cittadini che l’attuale Governo dice di voler assecondare in nome della “vera democrazia e della sovrana volontà popolare”. Gli attuali Ministri dovrebbero ricordarsi che se oggi c’è una “vox populi” incontestabile, questa è quella che “li vorrebbe tutti a casa, perché tanto sono tutti uguali”.

Meglio sarebbe che il Governo e l’attuale Ministro degli Affari Esteri Mogavero dicessero come e con quali risorse intendono applicare al loro ricetta alternativa dell’”aiutare i migranti a casa loro”. E non con le parole, visto che stiamo avendo a che fare con il Governo dei fatti. Ad esempio, credo logico, spiegando agli italiani che per simili politiche occorre investire più soldi nella cooperazione allo sviluppo e, una volta convinti, aumentare significativamente gli stanziamenti del bilancio dello Stato.

Forse, inghiottiremo gli insulti fino al banco di prova della programmazione finanziaria per il 2019.

L’Italia “se destra” !

Le cronache di questi giorni si stanno accanendo sulla Ministro della Difesa, la pentastellata Elisabetta Trenta, per le sue presunte collusioni con agenzie di reclutamento di cosiddetti “contractor”.

A dire il vero, guardando il suo curriculum restano pochi dubbi in merito. Quanto meno, viste le sue riconosciute esperienze e competenze pregresse: consigliere politico al Ministero degli Affari Esteri per l’Iraq nell’era Gianfranco Fini; stesso ruolo nel 2009 per il Libano; presidente di SudgestAid; docente si sicurezza e strategie militari alla Università “Link Campus”, quella presieduta dall’intramontabile Vincenzo Scotti; moglie di un altolocato Generale dell’Esercito; consulente del Consorzio Criss, quello dei militari italiani rapiti in Iraq per intenderci, e altro ancora.

Delle eventuali incompatibilità della Ministro se ne occuperà, spero,  appena insediatosi il COPASIR, Non ho ne le competenze ne tanto meno il diritto di farlo.

Ciò su cui, al contrario, penso avere le competenze e, soprattutto, il diritto è pre-occuparmi delle prossime azioni di governo della Trenta e in particolare, per ora, di due obiettivi annunciati: la messa in discussione della partecipazione al progetto di costruzione dei cacciabombardieri F35 e delle missioni militari all’estero.

Sul primo punto, non resta che attendere le prime mosse e decisioni. Se la Ministra terrà fede a quanto promesso in campagna elettorale, confermato nel programma di Governo e così spesso utilizzato dal palcoscenico dal fondatore del M5S, incontrerà il mio plauso.

Sulle missioni militari all’estro, al contrario, gli obiettivi enunciati sono una vera tragedia. Il Programma giallo-verde, infatti, piuttosto che mantenere coerenza con lo sloganismo pacifista dei comizi preelettorali, si pone il problema di ri-orientare le presenza dei nostri militari concentrandoli in situazioni e Paesi effettivamente “utili agli interessi” del nostro Paese.

Finalità questa, non solo in palese discordanza con gli enunciati della Carta delle Nazioni Unite – che, vale la pena ricordarlo, ritiene legittimo il ricorso ad interventi militari “come extrema ratio” e unicamente ai fini di prevenire o sedare conflitti nel’interesse celle popolazioni coinvolte – ma anche con la nostra costituzione che anch’essa prevede l’impiego di forze armate in zone di conflitto nel mondo per contribuire all’instaurazione della pace. Del resto, sin qui le missioni militari all’estero – 7 mila militari impiegati e un finanziamento pubblico di circa 1,5 miliardi di Euro – sono state giustificate proprio con la discutibile caratterizzazione di “missioni di pace”. Tanto da sottrarre regolarmente quel miliardo e mezzo di Euro ai fondi destinati alla cooperazione internazionale; tanto da indurre anche l’ultimo Governo di centro sinistra e il passato Parlamento ad approvare in fretta e furia, praticamente a Camere sciolte, lo scorso 7 gennaio il rifinanziamento di queste missioni e, già che c’erano, incrementandone le risorse di un 8% rispetto al 2017.

Quindi se capisco bene: con il Governo attuale al governo abbiamo un Ministro della Difesa avvezza all’impiego di mercenari; la cooperazione allo sviluppo non esiste; i migranti sono un problema e i “clandestini” dei delinquenti; vanno sostenute le imprese italiane per conquistare nuovi mercati; le missioni “di pace” si trasformano in  “missioni di interesse”.

Se questo è il “Governo del cambiamento”, mi sa che preferisco il cambiamento del Governo.

Cooperazione allo sviluppo: assente!

Se tutto va bene, fra pochi giorni si rischia di veder varare il cosiddetto Governo “giallo-verde”.

Lo stato di avanzamento degli accordi tra Lega e Movimento 5 Stelle, almeno stando alle dichiarazioni ufficiali dei rispettivi leader e alle principali fonti di informazione, sembra aver raggiunto un punto alquanto avanzato, mancando unicamente la convergenza sul nome del Premier e la suddivisione dei dicasteri, a partire da quelli chiave come Esteri, Difesa, Giustizia, e, soprattutto per il consenso leghista, Agricoltura.

Il susseguirsi in questi giorni dei commenti , tra entusiasti e terrorizzati, peccano della medesima “svista” degli estensori del programma di Governo comune: non una parola, tanto meno un’idea, sulla cooperazione allo sviluppo con i Paesi dei Sud del mondo.

Per la precisione, all’interno del paragrado dedicato alla politica estera, significativamente tra i più brevi del testo, si trova una menzione a questi Paesi: “E’ inoltre necessario rifocalizzare l’attenzione sul fronte del Sud”.

Interpretando una così sintetica affermazione aggrappandoci alla lettera maiuscola utilizzata per il “Sud”, come un interesse manifesto per porre attenzione ai Paesi impoveriti dei Sud del mondo, resta tuttavia la totale assenza di contenuti e di obiettivi di questo comparto della futura politica governativa.

A meno che, con un’esegesi senza dubbio opinabile, non si torni a leggere il programma qualche riga sopra laddove, questa volta in modo alquanto esplicito, si afferma la futura Banca per gli Investimenti “svolgerà attività di … credito di aiuto alle imprese italiane che operano nei Paesi in via di Sviluppo come investimento ad utilità differita per acquisire posizioni di vantaggio su mercati emergenti”.

Visto che un elettore su due ha votato per uno dei due partiti che potrebbero governare il nostro Paese nei prossimi anni, credo legittimo immaginare che tra essi vi sia anche un buon numero di militanti nelle Organizzazioni Non Governative impegnate nella cooperazione internazionale, qualcuno, magari, con mire di incarichi nella prossima legislatura.

Soprattutto a loro, soprattutto a chi partecipa alla democrazia telematica supposta di possedere una rapidità e una popolarità decisionale inedita, ma anche a tutti i rappresentanti delle ONG, va rivolto un appello pressante per anticipare per una volta i tempi e indurre una virata significativa per far si che le future scelleratezze del nuovo governo non si abbattano oltre che sugli italiani anche sui nostri amici dei Sud.

Terzo Settore: due miti da sfatare (riflessione per addetti ai lavori)

Un interessante articolo di Carola Carazzone, Segretario Generale di ASSIFERO, pubblicato su “Il giornale delle Fondazioni”, pone due questioni centrali per il futuro del terzo settore: la demitizzazione del “progetto” e il mito della riduzione delle spese si gestione.

Entrambe tacciate di contribuire al declino inarrestabile di buona parte delle Organizzazioni di Terzo Settore, le due tendenze, che caratterizzano ormai da un paio di decenni i rapporti tra donatori pubblici e privati e Organizzazioni no-profit, vengono messe sul banco degli imputati. Finalmente, soggetti erogatori come le Fondazioni si pongono il dubbio di un loro abbandono in favore di rapporti più programmatici tra donatori istituzionali e operatori del sociale.

Sommessamente, mi fregio di aver combattuto, con scarsi risultati, per una loro considerazione in diverse istituzioni, nonché per un’azione educativa dell’opinione pubblica, e di aver trattato con maggior ampiezza questi stessi argomenti nel mio libro “ONG: una storia da raccontare”. Qui non posso che abbozzare alcune riflessioni di sintesi per rispetto degli spazi consentiti, troppo ristretti per affrontare adeguatamente argomenti così intriganti.

Le tesi del Segretario Generale di ASSIFERO sono tutt’altro che novità. Senza dubbio nel campo della cooperazione allo sviluppo. Già negli anni novanta, infatti, la Commissione europea, introducendo a fianco dei finanziamenti “per progetto” i cosiddetti “Program contract”, intendeva inaugurare un nuovo modello relazionale con le ONG al fine di spostare il focus delle valutazioni di merito dagli obiettivi specifici di precisi progetti, ad un approccio più complessivo sulle policy e le finalità di medio-lungo termine di programmi tematici o “geografici”.

L’intuizione, suggerita dalle stesse ONG e recepita dai funzionari di Bruxelles, era quella di dare maggior importanza ai percorsi e ai processi di cambiamento delle realtà locali piuttosto che insistere unicamente su valutazioni di costi-benefici, input-output, inevitabilmente basati su di una cultura pragmatistica e efficientista che dal mondo del profit era stata traslata anche al sociale.

Bandi di gara, gare al ribasso, competizione mercantilistica, mitizzazione e stravolgimento del “ciclo di progetto” e delle sue derivazioni funzionali, valutazioni meccanicamente matematiche delle proposte progettuali, graduatorie a punteggio, da tempo restano gli assi portanti delle linee guida della maggior parte dei finanziatori, più preoccupati del “render conto” della loro “trasparenza” ed efficacia che dell’impatto sulle realtà destinatarie dei progetti finanziati. La predominanza degli organi di controllo e l’asservimento alle loro regole di funzionari e dirigenti delle istituzioni di settore hanno fatto il resto.

Anche in Italia, sin dagli anni novanta, si è invano tentato di introdurre modalità relazionali tra donatori pubblici e ONG diverse dall’unicum progettuale. Le convenzioni per l’impiego di personale espatriato svicolato da singoli progetti, malauguratamente interdette dalla Ragioneria di Stato dopo solo due anni di sperimentazione per supposte incompatibilità con le norme della contabilità ordinaria e i regolamenti attuativi della cooperazione allo sviluppo italiana, ne sono il primo esempio.

Come spesso accade nel nostro Paese, la demagogica giustificatoria del soddisfacimento delle necessità dell’opinione pubblica, ha rafforzato la tendenza sopra accennata. Dimostrare che “ogni centesimo sia realmente destinato ai beneficiari” è divenuto un devastante mantra assunto “nei bar” e nelle sedi dei donatori.

Come giustamente evidenzia la Carazzone, l’insulsa preoccupazione di ridurre al minimo i costi gestionali, la riduzione progressiva della loro ammissione nei preventivi progettuali, sino alla loro completa abolizione per un numero crescente di donatori, sta progressivamente svuotando di progettualità e di competenze le organizzazioni di Terzo Settore. Scegliendo la risposta più semplice e bieca agli eccessi da sempre raggiunti da parte di alcuni operatori, in genere quelli sovrannazionali e quasi mai dalle organizzazioni di società civile costrette a lavorare sottocosto o a ricorrere a ridicoli sotterfugi per camuffare i costi strutturali, il sistema dei finanziamenti sia pubblici che privati, rischia paradossalmente di catapultare nuovamente la cooperazione internazionale in quell’assistenzialismo che credevamo superato già negli anni ottanta.

Un assistenzialismo moderno; non più da “carità pelosa”, ma da “efficientismo maccartiano”. L’utopia di poter contribuire al cambiamento della condizioni politico sociali di un determinato contesto, lascia il passo alle realizzazioni di opere e al conseguimento di risultati “misurabili” e, soprattutto, visibili per la buona pace della generosità dei donatori.

Per citare un esempio, il Regolamento del cospicuo fondo della Conferenza Episcopale Italiana destinato al finanziamento di attività nel “Terzo Mondo”, la dicitura già da se la dice lunga in proposito, esclude espressamente la possibilità di introdurre costi gestionali nei preventivi di spesa delle proposte progettuali.

Ma anche altri donatori pubblici, come ad esempio MAAEE ed UE, restano invischiati nella medesima logica. Ne è prova l’insistente rifiuto di adottare una progressività inversamente proporzionale dei costi di gestione rispetto al costo totale del progetto. Così, per la gioia complice delle ONG finanziariamente più dotate in grado di gestire progetti da svariati milioni di Euro, la percentuale del 6-9 % del costo totale ammessa da molte linee di finanziamento per le spese gestionali, si traduce in centinaia di migliaia di Euro; mentre per le “piccole” realtà operanti con interventi finanziariamente molto più ridotti la stessa quota non copre nemmeno le più indispensabili necessità di sopravvivenza; figuriamoci gli investimenti in programmazione, formazione, valutazione, e qualità del lavoro. Il circolo vizioso nelle quali sono da tempo inghiottite è sotto gli occhi di tutti …. tranne, forse, che i loro.

Le Fondazioni hanno sempre rivestito ruoli di innovazione. Poter gestire con un’aliquale autonomia gli strumenti finanziari a loro disposizione le pone da sempre in una posizione di privilegio per indurre interessanti cambiamenti nel panorama istituzionale del nostro Paese. Oggi, inoltre, la riscoperta di un ennesimo “uovo di Colombo” come la cosiddetta “Theory of change”, ha il vantaggio di offrire un ulteriore substrato fertile ad una riflessione che, se tradotta per una volta in pratica, potrebbe segnare un nuovo passo nel cammino impervio delle relazioni tra Terzo Settore, pubblico e privato.