Ciò che abbiamo udito e visto: l’attualità della missione. della cooperazione

Killer Robots per uccidere senza rimorsi

Si chiamano Killer Robots e sono l’ultima frontiera della ricerca tecnologica applicata alla corsa agli armamenti che negli ultimi due anni è tornata a registrare significativi incrementi quantitativi. Gli scienziati della guerra prevedono che questi nuovi strumenti di morte completamente autonomi potrebbero essere adottati su larga scala da qui a pochi anni. Dopo aver sperimentato e utilizzato i cosiddetti “droni”, aerei telecomandati formalmente concepiti per ricognizioni in zone di conflitto senza rischi per l’incolumità dei piloti, anche se poi utilizzati anche in operazioni offensive, ora la scienza della guerra si concentra sulla possibilità di impiegare nella aree di guerra una più vasta gamma di strumenti che non necessitino dell’intervento umano sul campo e possano ad esso sostituirsi anche nelle operazioni più cruente e nei conflitti a fuoco.

Da tempo ormai le inquietudini rispetto ai nuovi scenari che prelude l’utilizzo dei Killer Robots, nella terminologia ufficiale chiamati LAWS (Lethal Autonomous Weapons Systems), sono state portate all’attenzione dei decisori globali, in particolare del Segretario Generale delle Nazioni Unite, finalmente provocando una prima reazione formale dell’ONU che nel corso dell’ultima Conferenza per la revisione dei trattati su certe armi convenzionali dello scorso dicembre ha varato l’istituzione di un gruppo di esperti incaricati di strutturare nel 2017 una discussione istituzionale su questi nuovi strumenti. Tra le questioni più rilevanti, oltre che controverse, svetta quelle relativa alla eticità di delegare a “macchine” la decisione su quando, come e con quale intensità ricorrere all’uso della forza e delle armi, all’interno di contesti conflittuali e belligeranti, considerato dal diritto internazionale l’ultima ratio nella soluzione dei conflitti. Ciò, anche in considerazione della potenziale deresponsabilizzazione e del distacco emotivo che l’azione di robot autonomi potrebbe indurre nei loro programmatori, e ancor di più dei rischi connessi con la reale capacità dei LAWS di distinguere tra militari e civili all’interno dei loro potenziali obiettivi.

Su impulso di una ennesima mobilitazione di alcune Organizzazioni di Società civile coalizzate nella campagna “Stop Killer Robot”, tra le ipotesi che il gruppo di esperti dovrà valutare e sottoporre al negoziato intergovernativo quella di una messa al bando preventiva e vincolante dello sviluppo, della produzione e dell’uso di armi completamente autonome. Ad oggi sono oltre 60 le OSC aderenti alla campagna, supportate da un nutrito gruppo di personalità composto da esperti in armamenti e i intelligenze artificiali, scienziati, premi Nobel per la pace ed ex diplomatici.

Come l’esperienza insegna, il percorso sarà arduo e costellato da mille difficoltà. In primis l’imprevisto rigurgito di corsa agli armamenti a livello globale che ha registrato nel 2015 il novo record di stanziamenti mondiali per gli armamenti. Ben 1,67 miliardi di dollari sono la cifra record stanziata per il potenziamenti degli eserciti di tutto il mondo cifra che, per la cronaca, conta di un contributo in crescita anche da parte del Governo italiano. I dati dell’ultimo Rapporto di MIL€X,Osservatorio sulle Spese Militari Italiane, confermano come nell’ultimo decennio l’Italia ha incrementato gli stanziamenti per le forze armate del 21%, corrispondente al 4.3% in valore reale e al 1.4% del PIL nazionale, e proietta una spesa di 23,4 miliardi di Euro per il 2017, pari ad un esborso di 64 milioni di Euro al giorno.

A ciò si va ad aggiungere una composizione del Consiglio di Sicurezza ONU da questa prospettiva non di certo ottimale. Ai 5 membri permanenti – Cina, Francia, Russia, Gran Bretagna e USA – che da soli rappresentano oltre il 70% delle esportazioni di armi nel mondo, da giugno 2016 e fino a metà 2018 si vanno ad aggiungere 4 membri non permanenti – Italia, Spagna, Olanda e Ucraina – che insieme ai primi costituiscono con la Germania, unica oggi esclusa dal Consiglio di Sicurezza, la top ten mondiale degli esportatori di armi.

Un primo banco di prova per Antonio Guterres, il nuovo Segretario Generale ONU insediatosi questo mese di gennaio, nel quale vanno riposte le speranze di un cambio di rotta significativo per contrastare gli immensi interessi che sottendono e che condizioneranno il dibattito su questa drammatica questione, il quale, dalla sua, ha la notevole credibilità internazionale per le sue precedenti esperienze in materia di negoziati internazionali in particolare nella sua precedente posizione di Alto Commissario per i Rifugiati ricoperta dal 2005 al 2015 all’interno delle Nazioni Unite e quel margine di manovra sempre inizialmente concesso al nuovo leader di Palazzo di Vetro.

Clima: l’Italia deve fare la sua parte

Il prossimo 4 novembre l’Accordo di Parigi, ovvero il protocollo adottato il 12 dicembre 2015 nel corso dell’ultima Conferenza ONU sui cambiamenti climatici, entrerà in vigore. Un passo determinante per affrontare una delle maggiori emergenze dell’umanità compiuto con rimarchevole celerità dalla comunità internazionale che, a differenza dei tempi resisi necessari per l’entrata in vigore del precedente Accordo, il Protocollo di Kyoto adottato dopo 8 anni dalla sua firma, questa volta ha impiegato solo 10 mesi.

Gli ambiziosi quanto necessari obiettivi fissati a Parigi prevedono il contenimento dell’innalzamento della temperatura al di sotto dei 1,5 gradi centigradi e di stanziare 100 miliardi di dollari, ai sensi del Green Climate Fund,  per consentire ai Paesi poveri di adattare adeguatamente le proprie condizioni produttive e consumeristiche. Ad oggi sono 72 i Governi che hanno ratificato l’Accordo di Parigi, ben oltre i 55 ritenuti necessari dalle normative ONU, che nel loro insieme sono responsabili del 58% delle emissioni inquinanti globali, il 3% in più della soglia minima richiesta.

Tuttavia, alla bella notizia si associano alcune preoccupazioni. In primis il fatto che la quasi totalità dei governi aderenti dovranno andare ben al di la degli obiettivi sin qui fissati a livello nazionale per realizzare le trasformazioni necessarie. Poi, rimane la sfida del convincimento e del coinvolgimento dei Paesi ancora assenti all’appello. Infatti,  il grande risultato di poter contare sulla ratifica da parte di “grandi inquinatori” come Cina, India e USA, l’impegno colossale che attende il mondo intero deve essere condiviso, con responsabilità diversificate, da parte di tutti i governi. Infine, per quanto ci riguarda da vicino, l’Italia anche in questo caso non ha brillato per sollecitudine.

Solamente lo scorso 4 ottobre il Consiglio dei Ministri ha approvato un disegno di legge con il quale si promuove la ratifica del nostro Paese e contemporaneamente lo stanziamento di 150 milioni di Euro quale contributo alla prima capitalizzazione del Green Climate Fund: 50 all’anno per il 2016, ’17, e ‘18 che vanno ad aggiungersi ai 50 già versati. Finalmente un passo alquanto atteso da parte del Governo Renzi, tuttavia non sufficiente. Come noto, infatti, ai sensi dei regolamenti UE questo tipo di accordi internazionali richiedono l’approvazione da parte di ogni singolo Parlamento nazionale: di conseguenza, per la definitiva adesione italiana la palla passa ora alle aule parlamentari. Sebbene i nostri parlamentari europei della Lega abbiano votato contro la ratifica dell’Accordo di Parigi in sede comunitaria, e nonostante l’avvallo parlamentare non dovrebbe riservare sorprese, qualche problema potrebbe porlo la prossima scadenza referendaria del 4 dicembre. Per questo le organizzazioni ambientaliste attive nel nostro paese, stanno facendo pressione affinché l’Italia, che già si presenterà “inadempiente” alla prossima Conferenza sul Clima che si svolgerà a Marrakech i prossimi 7 – 18 novembre, recuperi rapidamente il terreno perso e sia così in grado di presentare un adeguato “piano di de carbonizzazione” entro i termini stabiliti per i l 2018.

E nel 2018, meglio ricordarlo già da oggi, salvo imprevisti nel nostro Paese vi saranno le elezioni politiche per le quali auspicabilmente, i programmi di lotta ai cambiamenti climatici saranno annoverate tra le dirimenti per le scelte degli italiani.

(articolo pubblicato su Repubblica.it)

10 soluzioni per un mondo migliore

Oggi, in concomitanza con l’apertura ufficiale della Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a Palazzo di Vetro si è tenuta la seconda edizione del Solution Summit.

Ancora poco conosciuto dai più, questo vertice voluto dalla UN Fondation, dal UN Nongovernmental Liason Service e dal Global Innovation Exchange, ha come obiettivi quelli di selezionare le 10 proposte innovative ritenute migliori da una commissione di super esperti che verranno sottoposte ai prossimi Vertici e Conferenze UN quali soluzioni determinanti per il raggiungimento degli Obiettivi Sostenibili di Sviluppo – SDGs. Tra gli appuntamenti dove le proposte verranno presentate:  UN Summit for Refugees and MigrantsUN Habitat III ConferenceUN Climate Change Conference; Open Government Partnership Global Summit; UN Oceans Conference. Pur considerando gli equilibri che anche in una selezione di questa natura non possono che influenzare qualunque decisione assunta in ambito Nazioni Unite, da quelli geografici a quelli di genere passando per l’attenzione ad una certa trasversalità settoriale, l’analisi delle idee scelte lascia intravvedere una sorta di priorità di agenda utile per i decisori politici che dovranno deliberare nelle future assise.

In estrema sintesi, le 10 selezionate sono: ATMOCEAN – progetto per desalinizzare e pompare l’acqua marina sfruttando unicamente l’energia delle onde; DAREWIN – una nuova tecnologia per decifrare il linguaggio delle balene e dei delfini; HUMANITARIAN TRAKER – utilizzo delle tecnologie per sostenere le cause umanitarie; AIME – sistema di previsione della insorgenza e diffusione di pandemie; BENBEN – modello sperimentale applicato in Ghana per la gestione tecnologicamente avanzata delle terre e delle proprietà; SAFECITY – sito web per la identificazione dei luoghi pericolosi nelle città, in particolare per quanto attiene gli stupri; AYZH – fornitura a prezzi accessibili di medicinali e kit sanitari di facile utilizzo, in particolare per le donne; doctHERS – piattaforma digitale per medici donne costruita per il superamento delle barriere socio culturali ancora esistenti; REFUNITE – piattaforma web per  il ritrovamento ed il ricongiungimento di familiari dispersi; ECOLO – fornitura di servizi ecocompatibili, in particolare servizi igienici da campo per tutti.

La varietà delle proposte, dei soggetti proponenti e dei campi di azione ritenuti dagli esperti del Summit va di pari passo con l’ampiezza e, forse, l’eccessiva ambizione degli SDGs. Tuttavia, l’elemento innovatore e la ricerca sincera di nuove idee per rendere più vivibile a tutti il nostro pianeta va riconosciuto. Ora la palla passa a chi detiene il potere e risponde alla responsabilità di mettere in pratica queste priorità e trarne indicazioni e orientamenti per le prossime scelte. Sicuramente il Solution Summit è iniziativa da elogiare e sostenere da parte delle Organizzazioni di Società Civile anch’esse potenzialmente ispirabili da queste novità. Magari con la giusta presunzione di suggerire una scala di priorità nei piani attuativi, ancora oggi alquanto carente, che, come sostenuto da padre Simone S.J. di Civiltà Cattolica, se non definita o lasciata al libero arbitrio del mercato, pone sullo stesso piano il bisogno di ostriche del ghiottone con la necessità di abbattimento delle barriere architettoniche per i portatori di handicap.

(articolo pubblicato su Vita.it)

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