La Gran Bretagna deporta gli immigrati rwandesi

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La Corte Europea dei diritti dell’uomo obietta? Allora avanti tutta con la Brexit!

Questa la sintesi dell’ultimo conflitto tra il Premier britannico Boris Johnson e quell’Europa dalla quale “her majesty” e devoti sudditi hanno preso le prime formali distanze due anni orsono. 

Il casus belli sono i profughi rwandesi richiedenti asilo politico in Gran Bretagna, ma considerati “irregolari” dal governo britannico. Per loro, i tentativi di attraversamento del canale della Manica sono diventati un vero e proprio incubo. Gli “irregolari”, o coloro considerati tali, infatti, in base ad un accordo bilaterale siglato tra il Premier “irregolare” Johnson e il Capo di stato rwandese, il dittatore Paul Kagame al potere da 22 anni, rischiano la deportazione coatta nel loro Paese di origine.

Considerato che per buona parte di loro la fuga dal Rwanda è dettata dalle persecuzioni perpetrate di continuo dal governo di Kigali, questo scellerato atto del governo britannico ha indotto la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo a bloccare il primo volo di rimpatrio coatto dei richiedenti asilo politico.

Le reazioni di Downing Street non si sono fatte attendere: il premier Johnson ha annunciato, per via di un suo portavoce, di voler valutare l’uscita della Gran Bretagna dalla Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo.

Se pur possiamo ammettere l’opinabilità delle valutazioni politiche rispetto all’attuale prospettiva europeistica, lo stesso non può essere accettato nei confronti di un pronunciamento di una Istituzione super partes, né rispetto ad una ferma condanna dei numerosi leader politici che dietro la motivazione della difesa degli interessi nazionali passano sopra i diritti fondamentali delle persone, si arroccano in anacronistici nazionalismi, si contraddicono palesemente interpretando il diritto di libertà, si trincerano dietro il presunto volere popolare e fomentano le paure dei loro concittadini così da poter sbandierare le loro ridondanti soluzioni populistiche.

Le Istituzioni sovrannazionali, tanto biasimate e vilipese quando scomode quanto invocate e sollecitate quando convenienti, sono l’unica via di uscita da un futuro improntato ad uno scontro di interessi particolari che già mostra il suo lato violento e cruento. Una loro necessaria riforma migliorativa deve costituire obiettivo di breve termine da perseguire con l’impegno serio dei decisori politici ai quali non è superfluo rammentare come il bene comune, al quale sono tenuti a contribuire, oggi abbia definitivamente assunto dimensioni che travalicano i confini, molto spesso fittizi, degli stati-nazione di ottocentesca concezione.

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