Riflessioni tra le piaghe del COVID

Attualità - Interesse generale

Nel nostro Paese le Istituzioni pubbliche, ad ogni livello e grado, hanno prontamente reagito all’emergenza COVID-19 mettendo a disposizione ingenti risorse economiche per fronteggiare la terribile pandemia. Ciò, al di là di polemiche e strumentalizzazioni varie, è senza dubbio un fatto più che positivo sottolineato dai risultati ottenuti che collocano l’Italia tra le nazioni più reattive al mondo.

Tuttavia, se per la cosiddetta “prima ondata” che, forse per superficialità eccessiva, ha colto un po’ tutti di sorpresa non si poteva che agire con la massima celerità, anche a prezzo di qualche défaillance e di significativa confusione, ora che si è ben compresa la durevolezza nel tempo dell’impatto del virus si dovrebbe ragionare su strategie più altrettanto durature e maggiormente efficaci.

Non avendo competenza alcuna in campo medico, mi guardo bene dall’addentrarmi in valutazioni in campo sanitario, come i molti che sempre più si atteggiano a improbabili “ministri della sanità”. Invece, vorrei provare ad avanzare una riflessione-proposta basata sulla mia pluriennale esperienza maturata nel campo degli interventi di emergenza umanitaria.

Le situazioni di emergenza, tanto più sono imprevedibili quanto più richiedono un rapporto fiduciario tra enti erogatori ed esecutori. L’urgenza di intervenire esclude la possibilità di percorrere i canali di finanziamento abitudinari e, molto spesso, di rispettare le tappe per un efficace controllo dell’impiego delle risorse stanziate. La fiducia instauratasi tra i soggetti in gioco consente di procedere con immediatezza, efficienza e oculatezza. La conoscenza del “territorio”, le relazioni con i destinatari degli interventi, la professionalità del personale dedicato, la capillarità di azione, l’esperienza nella mobilitazione delle comunità, l’esercizio di un’efficace sussidiarietà, sono sempre tra le risorse necessarie al buon fine delle azioni, nella grande maggioranza dei casi peculiarità acquisite dai soggetti di Terzo Settore e, fondamenti di quella fiducia guadagnata sul campo e confermata dai risultati positivi ottenuti quando istituzionalmente riconosciuta. Un asset questo, Unione Europea docet, che nel tempo ha dirottato i finanziamenti a pioggia destinati a singoli progetti verso un sostegno programmatico alle organizzazioni di Terzo Settore e alle loro programmazioni di lungo respiro.

Nel caso COVID, purtroppo, solo in rarissimi casi si è fatto tesoro di questa esperienza. Piuttosto, ancora una volta tutte le misure di sostegno alle organizzazioni di società civile sono state basate su Bandi, singoli Progetti e iniziative puntuali. Risultato: ci ritroviamo a fronteggiare al “terza ondata COVID” per dipiù con buona parte delle realtà di Terzo Settore in aggravata situazione di crisi economica.

Il 2020 ci consegna 5 nuovi milioni di italiani in difficoltà che vanno ad aggiungersi agli 8,8 milioni di poveri già esistenti; gli oltre 110 Miliardi di Euro stanziati dal Governo, a prezzo di un indebitamento senza precedenti del nostro Paese il cui impatto percepiremo nei prossimi anni, non hanno accorciato le file di persone alle mense per un pasto caldo; le prospettive del mercato del lavoro rimangono tenebrose. Dati questi che dovrebbero urgentemente portare alla considerazione di forme alternative di cooperazione tra pubblico e privato fondate su co-progettazione e sostegno all’economia sociale quali vie per uno Stato sociale al passo coi tempi e a misura delle problematiche odierne.

Ma nella bozza del Piano Nazionale di Resilienza e Ripresa (PNRR) in discussione a Palazzo, di quella economia sociale, che tanto servirebbe ad una reale ripartenza dell’Italia e del mondo, nessuna traccia; dei soggetti di Terzo Settore – associazioni, volontariato, cooperative sociali, ONLUS, …. – nemmeno un accenno.

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