Banca per lo sviluppo? Sì, e intanto …

La sollecitazione proposta da Emilio Ciarlo, Consigliere politico del Viceministro Lapo Pistelli con delega alla cooperazione internazionale, merita senza dubbio una reazione articolata e qualche contributo, doverosi per chi si occupa di cooperazione e per chi, come il sottoscritto, dopo anni di “terreno” oggi insegna tale materia all’Università.

Innanzitutto, mi rallegro del fatto che, contrariamente al passato, la questione della quantità delle risorse disponibili torna ad essere un problema avvertito e un obiettivo da ricollocare tra le priorità. Soprattutto per il nostro Paese per il quale la carenza di stanziamenti per la cooperazione internazionale resta uno dei maggiori ostacoli ad una adeguata credibilità nella comunità internazionale e ad un minimo di efficacia dei nostri interventi nei Paesi dei Sud del mondo. Del resto, ce lo ricorda anche il Presidente del Comitato OCSE – DAC il quale, presentando la Peer Review 2014, loda la “volontà politica” evidenziatasi in Italia per una ripresa delle attività di cooperazione, e al tempo stesso pone tra gli obiettivi del prossimo futuro per l’Italia l’incremento del volume delle risorse “che costituisce il solo modo per ottenere un impatto più incisivo degli aiuti”.

A Ciarlo e al ministro Pistelli, voglio assolutamente confermare la mia condivisione dell’urgenza di riforme politico-istituzionali e di innovazioni che segnino una discontinuità con il passato così come comunicare loro la consapevolezza che, finalmente, nel testo di riforma proposto se ne intravvedano chiari segni incoraggianti. Da sempre ho sostenuto la dannosità di una cooperazione filantropica e molto mi sono speso per evitare attività del tipo “obolo domenicale per sentirci più buoni col mondo”, come affermato dallo stesso Pistelli alla presentazione del rapporto OCSE. Per questo penso che, insieme alle strategie proposte dalla Farnesina per il coinvolgimento di tutti gli attori sensibili, la proposta di una Banca per lo Sviluppo italiana possa essere uno strumento interessante per avviare il Paese verso un “sistema Italia” nel quale pubblico e privato interagiscano virtuosamente per il rafforzamento e il miglioramento della cooperazione internazionale. Anni fa, quando alla Farnesina sedeva Massimo Dalema, con alcuni colleghi avevo presentato al Ministro la proposta di una struttura pubblico-privata quale primo tentativo di esplorare istituzionalmente questa nuova via di maggior e miglior coinvolgimento del profit nella cooperazione italiana. 

Ciò premesso, voglio contribuire al dibattito opportunamente apertosi ponendo due questioni che ritengo al quanto opportuno considerare.

La prima attiene alla convinzione che dietro la giusta idea di un sistema Paese attivo nella cooperazione internazionale si annidi uno dei maggiori rischi nei quali, in assenza di misure adeguate, si potrebbe malauguratamente incappare. Anche Nino Sergi, nel suo post in reazione a Ciarlo su questa testata, non cela alcune preoccupazioni in merito e ritiene indispensabile che il coinvolgimento del settore privato si basi su condizioni verificabili affinché “nel Dna delle imprese che partecipano ai programmi di sviluppo deve cioè entrare la primaria e ineludibile finalità dello sviluppo sostenibile e partecipato, del rapporto di partenariato e del massimo coinvolgimento dei partner, del reciproco interesse, dell’attenzione al vantaggio collettivo, al benessere sociale, alla tutela e valorizzazione dell’ambiente, alla salvaguardia dei diritti umani, alle pari opportunità, alla dignità della persona”. Condividendo, penso che in questo non ci aiuti l’interpretazione ormai consolidata della cosiddetta “responsabilità sociale d’impresa”. Un’interpretazione che, purtroppo, trova conferma recente nella Comunicazione appena presentata dalla Commissione Europea “A Stronger Role of the Private Sector in Achieving Inclusive and Sustainable Growth in Developing Countries”. Aver limitato la valutazione della responsabilità delle imprese alle sole azioni da queste ascritte alle azioni sociali e di cooperazione internazionale, senza cioè verificarle con l’insieme delle loro strategie produttive, non esclude la possibilità di totale incoerenza, per altro in diversi casi dimostrata, e rischia di riproiettare i loro interventi sociali proprio in una dimensione filantropica che si vuole contrastare. Il fatto che ancora di pensi che la valutazione di “idoneità” prevista per legge, e non completamente rimossa con la proposta di riforma, si applichi unicamente ai soggetti senza finalità di lucro la dice lunga in proposito. Le imprese, infatti, vengono ammesse ai finanziamenti solo in virtù di una valutazione delle azioni proposte e non di una considerazione complessiva del loro operato come al contrario di prevede per le ONG. Qualche mese orsono, insieme ad alcuni colleghi docenti universitari che come me si occupano di cooperazione, abbiamo consegnato al ministro Pistelli un documento per rifondare la cooperazione sulla logica del “diritto fondamentale allo sviluppo” riconosciuto dalle Nazioni Unite che, ovviamente, deve per noi concernere anche e soprattutto le imprese che si vogliono integrare nel “sistema Paese”.

La seconda riguarda i tempi. Non sono un esperto di banche, tuttavia penso che la costituzione di una Banca per lo Sviluppo non sia cosa di poco conto, ne percorso semplice e privo di detrattori. Chi ricorda l’esperienza della creazione di Banca Etica ne sa qualcosa. Concordo ancora con Nino Sergi circa l’opportunità di una soluzione “più adeguata ed immediatamente efficace”. Nino avanza l’ipotesi della creazione “di un  dipartimento indipendente di un’istituzione finanziaria a controllo pubblico già esistente e funzionante”. Essendo anch’io preoccupato della urgenza di adottare strumenti innovativi ed efficaci, nel mentre si finalizza la proposta della Banca per lo Sviluppo vorrei riproporre la rapida adozione di alcune tasse di scopo che, vale la pena ricordarlo, hanno finalità regolative, contribuiscono efficaemente alla promozione di uno sviluppo giusto e sostenibile, mobilitano ingenti risorse che devono essere inequivocabilmente destinate alle attività di lotta alla povertà e, cosa ancor più importante, trovano già depositate in Parlamento proposte di legge articolate che potrebbero essere rapidamente finalizzate. A partire dalla Tassa sulle speculazioni finanziarie (figlia della Tobin Tax) che tanto contribuiscono agli squilibri economici e alla fragilità dei sistemi di sviluppo di molti Paesi dei Sud fino alla tassa sulle emissioni di anidride carbonica (Carbon Tax) già adottata dal nostro Parlamento nel lontano 1998 e mai resa applicativa per volontà dei Governi da allora succedutisi.

Questi sarebbero atti meno complessi, altrettanto efficaci e rassicurerebbero ulteriormente circa la rinnovata volontà politica di ricollocare i binari della nostra cooperazione nell’alveo delle priorità e delle urgenze del nostro Paese. Dal Comitato OCSE – DAC ai molti italiani che, oggi come in passato, si adoperano per proporre misure concrete per una maggior giustizia sociale che trova nella regolamentazione della finanza internazionale una delle sacche di maggior resistenza e uno dei settori meno considerati nell’esercizio di coerenza politica cui la Farnesina oggi fa volonterosamente riferimento.

(articolo pubblicato su Vita.it)