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Spese armamenti extra debito: e la cooperazione?

La Commissione Europea ha diffuso le nuove linee riguardanti il piano di finanziamento e di facilitazione dell’industria delle armi. Diverse le inquietudini provocate da queste normative volte a promuovere ulteriormente strumenti e politiche foriere di nuove situazioni bellicose e di potenziali conflitti.

Certamente la nota di maggior rilievo sta nell’incremento alquanto deciso e significativo delle risorse allocate alla produzione e commercio degli ordigni bellici: ben 500 milioni di Euro aggiuntivi a quanto previsto con il “Defense Action Plan” varato nello scorso mese di novembre.

Oltre a questo dato, che da solo giustificherebbe un’azione decisa della cittadinanza europea sottoposta da un lato a continui inasprimenti delle misure di austerity e a reiterati richiami a sacrifici richiesti in nome della contingenza economica sfavorevole, occorrerebbe anche preoccuparsi dell’estensione impropria e indebita del mandato della Commissione che, a quanto pare, ora si allarga oltre i confini prestabiliti occupandosi anche di politiche di difesa.

Infine, soprattutto per chi si agisce nella cooperazione internazionale, non deve sfuggire la decisione assunta di collocare gli stanziamenti e i contributi volontari degli Stati membri al Defense Action Plan al di fuori del Patto di Stabilità, quindi non sottoposte alla ghigliottina del volume del debito pubblico che notoriamente non deve superare il 3% del PIL nazionale. Oltre a far gioire gli ultimi Governi del nostro Paese, che ricordiamo con quello di Matteo Renzi e stando ai dati forniti dal rapporto MIL€X relativi al 2016 hanno ancora aumentato del 11% la spesa in armamenti, questo procedente dovrebbe indurre la ripresa di una richiesta avanzata dalle ONG nel corso degli ultimi anni per applicare una misura analoga anche per i fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo. Se la gogna del 3% può essere evitata da denaro destinato ad uccidere, tanto più può valere per quello indirizzato a far vivere.

Abbiamo un inedito precedente da sfruttare.

Spese militari: Italia + 11% !

Stando ai dati del prestigioso Stockholm International Peace Research Institute, tra il 2015 e il 2016 le spese militari in Italia sono cresciute dell’ 11%. Un dato sostanzialmente confermato anche dalla NATO che attribuisce alla spesa pubblica dello stato italiano un rialzo del 10.63%.

A fronte di un incremento su scala mondiale dello 0,4%, e di un più 2.6% in Europa, il nostro Paese ha registrato uno degli incrementi più significativi della sua storia recente. Nel bel mezzo del misero frastuono degli avvicendamenti al Governo e alla segreteria del Partito Democratico, delle eclatanti dichiarazioni dello stato di crisi economica in cui verte il Paese, degli accorati appelli alla comprensione verso i sacrifici ancora una volta richiesti ai cittadini, degli impegni reiterati e mai onorati di investire risorse nella grande piaga italiana della disoccupazione, dei lamenti per le risorse necessarie all’accoglienza dei migranti, resta il fatto che tre successivi governi di centro sinistra hanno avvallato un dispendio di denaro pubblico per la spesa militare. Così come il Premio nobel per la pace Barack Obama che nello stesso periodo ha pensato bene di aumentare le spese per le armi degli USA dell’1.7%, i nostri ultimi governi “progressisti” una volta tanto hanno pensato bene di primeggiare a livello mondiale.

Ciò che stride ancor di più, è la contemporaneità delle recenti posizioni pubblicamente assunte dal Governo del nostro Paese a fronte dell’escalation delle minacce di guerra a livello internazionale e di quelle formalizzate in sede di Nazioni Unite nel corso dell’ultima sessione della Commissione per il disarmo e la messa al bando delle armi nucleari dove si è schierato tra i Paesi più favorevoli alla adozione di una risoluzione vincolante che metta fine alla produzione e al commercio degli ordigni di morte.

Contraddizioni così lampanti e fatti di tale gravità non devono passare sotto silenzio e le nostre intelligenze non possono essere narcotizzate dai fumogeni di discussioni leziose interessanti solo per quelle preoccupate di garantirsi una rendita per le prossime scadenze elettorali ed eventualmente per la propria vecchiaia.

L’Europa, l’Italia e lo Sviluppo

I primi mesi di questo 2017, sono quelli utili per fornire indicazioni, correttivi e priorità in sede di Unione Europea rispetto all’aggiornamento del cosiddetto European Consensus on Development. In vista della sua approvazione prevista per metà anno, la diffusione del documento di posizione elaborato dal nostro Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale dà il via ad una fase di consultazione con i diversi attori competenti, o perlomeno apre una finestra per poter intervenire con i rispettivi punti di vista.

Ancora una volta rifuggo la tentazione di considerare uno spreco di tempo studiare e commentare documenti di tale vacuità e di probabile futura inefficacia, e provo a sottolineare tre aspetti che potrebbero servire perlomeno ad aprire un dibattito, se non a modificare delle posizioni.

Preciso immediatamente che, pur in assenza di informazioni in merito ad avvenuti incontri formali, sono certo del lavoro svolto dal Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo sicuramente coinvolto nell’elaborazione della attuale posizione MAECI: la grande novità della nuova Legge non potrebbe certo esser stata esautorata in un simile percorso. Di conseguenza intervengo sapendo di toccare punti probabilmente già evidenziati in tali sedi e che per esperienza so quanto difficile inserire nei testi condivisi con le istituzioni.

Il primo punto attiene una questione di fondo citata dalla Comunicazione UE laddove si invitano la UE e gli Stati Membri a utilizzare la cooperazione allo sviluppo come parte della vasta gamma di politiche e strumenti disponibili per la prevenzione e la risoluzione di conflitti e crisi, per l’ottenimento della pace e la costruzione di una buona governance. In documenti esplicitamente ispirati allo spirito delle Nazioni Unite, citato come primo riferimento nei loro rispettivi incipit, suona di incoerenza ammettere la cooperazione allo sviluppo alla pari di altre politiche e strumenti. L’Articolo 1 della Carta delle Nazioni Unite, infatti, scolpisce a chiare lettere come la cooperazione sia la politica e la pratica privilegiata avente evidente ruolo da primus inter pares rispetto ad altri strumenti ad essa subordinati nel merito e nella tempistica di utilizzo.

La seconda questione che non può non starmi a cuore è legata alla considerazione della società civile (Civil Society Organisations –CSO) evidenziata nei due documenti. Occorrerà farsi una ragione circa la priorità assegnata dal MAECI al settore privato ancora accoratamente confermata nel documento di posizione all’interno del quale balza all’occhio il paragrafo ad esso dedicato come l’unico nel quale si scende in dettagli, citazioni ed enfasi di proposta. Tuttavia, nella posizione italiana reputerei doveroso evidenziare come inaccettabile che nella bozza UE si invitino le istituzioni comunitarie e gli Stati Membri a creare spazi e occasioni dove le CSOs rimangano confinate ad un ruolo di avvocatura e, del tutto inaccettabile, di attori esecutivi (advocates and implementers), quando al settore privato viene riconosciuto un ruolo chiave come motore di sviluppo con il quale impegnarsi nella definizione di obiettivi attraverso dialogo strutturato Auspicherei che con il prossimo Consensus le CSOs avessero almeno un ruolo paritetico. . Per utilizzare una metafora, diciamo che auspichiamo che alla prossima Conferenza nazionale sulla cooperazione nel pannel di apertura ci sia anche un loro rappresentante.

Da ultimo, ad una Unione Europea che,“nel suo insieme”, posticipa al 2030 lo stanziamento dello 0,7% del PIL alla cooperazione allo sviluppo, il Governo italiano potrebbe dare o almeno dire qualcosa in più rispetto ad oggi. Fastidioso che alla risaputa volontà del Governo italiano, ribadita nella posizione MAECI, di proporre e disporre per le altrui risorse – le rimesse dei migranti, i contributi del settore privato, le risorse domestiche dei Governi nazionali, i fondi privati della società civile – quando si tratta si decidere delle proprie si opponga una laconica affermazione dell’assunzione di un “impegno politico ad incrementare” il livello di APS.

(articolo pubblicato su Vita.it)

Cose nuove dal mondo

In questi ultimi  mesi il nuovo scenario mondiale delle relazioni politiche ed economiche va via via delineando uno scacchiere globale alquanto modificato e in divenire.

Guardando ad alcuni dei più rilevanti accadimenti, da primo va rilevato il fallimento dichiarato delle trattative per giungere ad un accordo di libero scambio tra USA e Unione Europea – TTIP (Transatalantic Trade and Investment Partnership). Sovvertendo le speranze suscitate dalla sottoscrizione del trattato da parte di 12 Stati lo scorso mese di febbraio, le dichiarazioni dei massimi leader di Francia e Germania, e la stessa dolorosa ammissione del Presidente uscente degli Stati Uniti Barack Obama, che nel corso dei suoi due mandati molto si è prodigato per concludere l’accordo come da sua promessa elettorale, hanno ormai ridotto al lumicino le possibilità di giungere ad un risultato positivo. Chi, al contrario,  va fiero del fallimento è da sempre il candidato repubblicano alle prossime presidenziali USA Donald Trump che nel suo caratteristico stile estremo non ha esitato a bollarlo come “un altro disastro voluto e spinto da interessi particolari di chi vuole violentare il nostro Paese”. Un argomentazione alquanto popolare negli States tanto da far invertire rotta alla sua rivale democratica Hilary Clinton che da qualche settimana ha invertito rotta dichiarandosi anch’essa contraria all’accordo.

L’incrinatura dell’asse USA-UE in materia di scambi commerciali globali, che insieme detengono il 38% del loro totale a livello mondiale, ha fatto riemergere uno strabismo di altri tempi per il quale le due super potenze tornano a rivolgere le attenzioni a “vecchi” partner commerciali e strategici. Da un lato gli USA non nascondono le simpatie per il Presidente pro tempore brasiliano Michel Temer, insediatosi a seguito dell’impeachment dichiarato nei confronti della presidente democraticamente eletta Dilma Rousseff, tanto da scatenare le accuse dei movimenti politici, dei partiti e di parte della società civile brasiliani mosse a Washington per le presunte ingerenze sul verdetto del parlamento di Brasilia. Il recente rafforzamento delle relazioni e degli accordi bilaterali tra le due capitali d’oltre oceano, dopo l’immediato raffreddamento dei rapporti della presidenza Temer con gli Stati confinanti sin qui grandi alleati del Brasile,  rafforzano l’ipotesi di un ritorno ad un asse privilegiato rottosi a partire dal 2003 con l’avvento della presidenza Lula.  Dall’altro, i vertici della Unione Europea si sono affrettati a sottolineare il buon andamento dei rapporti con il Canada, in particolare Sigmar Gabriel, vice cancelliere e ministro dell’economia del governo Merkel,  ha tenuto a precisare i notevoli passi in avanti compiuti nel 2014 con la definizione del CETA – Comprehensive Economic and Trade Agreement – accordo che attende per la sua entrata in vigore l’approvazione parlamentare di tutti gli Stati membri UE, e contemporaneamente a spingere il negoziato per un trattato di libero scambio con Singapore.

A completare il quadro, viene in soccorso la recente intervista rilasciata sul n°26 di LINK, il bollettino ufficiale della UE – AFRICA Partnership, da Gary Quince, capo delegazione della Unione Europea presso l’Unione Africana sino alla fine di questo mese di settembre. L’alto funzionario, nell’editoriale che sa di “testamento diplomatico”, ha tenuto a evidenziare l’ottimo stato di salute dei rapporti tra Europa e Continente africano e, ancor di più, le enormi potenzialità di sviluppo che si otterrebbero con l’estensione ad altri settori dei benefici ottenuti con l’applicazione delle facilitazioni previste con gli EPA – Economic Partnership Agreements.

Anche al di fuori delle relazioni tra i tradizionali protagonisti dell’economia e della finanza globali gli scenari sono caratterizzati da rapidi e significativi mutamenti che, ancora su base bilaterale, sono provocati da nuovi protagonismi da parte delle potenze emergenti asiatiche. Al progetto di creazione di una Banca internazionale tra i BRICS, espressamente voluta quale alternativa e antagonista alla Banca Mondiale, oggi si vanno aggiungendo  le relazioni sempre più “amichevoli” tra Pechino e Nuova Delhi sempre più proiettate a sorpassare, entro il 2020, i volumi di scambi commerciali attualmente registrati tra Cina e USA.  La cooperazione sino-indiana all’interno della Banca dei BRICS, della Asian Infrastructure Investment Bank – la banca asiatica per gli investimenti infrastrutturali voluta dalla Cina alla quale oggi aderiscono 21 paesi asiatici – e del “Fondo per la via della seta” proiettano concretamente un nuovo scenario dove l’egemonia “occidentale” è definitivamente incrinata dal maggior potere decisionale, chiesto alle istituzioni esistenti e mai sostanzialmente ottenuto, rivendicato dai nuovi colossi economico finanziari affacciatisi sulla scena dei mercati mondiali.

Esprimendo una certa esultanza per la battuta d’arresto dei trattati commerciali transoceanici tra USA e UE, buona parte delle Organizzazioni i Società Civile vanno ribadendo la contrarietà agli EPA e agli accordi bilaterali, determinati da poteri negoziali troppo iniqui tra le parti, ma al contempo sbandierano, non senza una certa contraddizione, l’obiettivo raggiunto con il fallimento dei negoziati nella WTO. Da sempre in palese opposizione ai trattati di liberalizzazione del commercio, ma contemporaneamente inorridite dalla possibile elezione di Trump a presidente USA, la società civile europea non può che sperare nelle più recenti apertura ad un rafforzamento del dialogo con le istituzioni di Bruxelles suggellato dalla diffusione in queste settimane di un sondaggio veicolato da un questionario pubblicato sul web dalla Commissione europea. La speranza di un sostanzioso sfruttamento, anche da parte italiana, di questa opportunità dovrebbe altresì riproporre una riflessione sulle conseguenze del fallimento degli accordi commerciali multilaterali, in primis il Doha Round della Organizzazione Mondiale per il Commercio, che come ribadiscono i fatti più recenti riportano inevitabilmente ad un bilateralismo mosso dagli interessi dei potentati economico finanziari internazionali del quale a farne le spese, comunque andranno le cose, saranno ancora una volta le popolazioni povere dei Sud del mondo.

(articolo pubblicato su Repubblica.it)