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Stiamo vivendo sulle spalle dei nostri figli

Da questo mese di agosto l’umanità vive erodendo le risorse del pianeta in una condizione debitoria rispetto alle capacità del pianeta di rigenerare le proprie risorse naturali. In termini più tecnici, tale situazione si determina con il calcolo della data alla quale coincide il cosiddetto”Earth Overshoot Day”: il giorno in cui il nostro consumo di risorse rinnovabili e di servizi ecologici supera il ritmo di rigenerazione naturale del pianeta terra.

Nonostante gli ormai innumerevoli vertici internazionali sui cambiamenti climatici e sulla sostenibilità dello stile di vita adottato dal secondo dopoguerra in poi, con buona pace degli obiettivi corrispondenti impegni assunti dalle istituzioni pubbliche e dagli attori privati negli ultimi 30 anni, da quando cioè la retorica irresponsabile degli sviluppisti irriducibili e dei “negazionisti” arroccati sulla tesi secondo la quale quanto sta avvenendo in natura altro non è il normale andirivieni dei cicli naturali del clima del nostro pianeta, la data dell’Earth Overshoot day continua inesorabilmente ad essere anticipata sino a fissarsi per questo 2016 all’8 di agosto. In poco meno di 50 anni, i ritmi di consumo di risorse dell’umanità hanno determinato un’anticipazione di quasi sei mesi del limite temporale oltre il quale erodiamo irreversibilmente risorse naturali globali. All’inizio degli anni ’70, infatti, il bilancio tra consumi e disponibilità di risorse naturali andava in pareggio al 31 dicembre di ogni anno.

In altre parole, i dati elaborati dal Global Footprint Network, l’organismo che si occupa annualmente del calcolo dello Earth Overshoot Day,  ci dicono che siamo al punto in cui , ad esempio, occorrerebbe un territorio di 4,3 volte superiore a quello oggi circoscrivibile con i confini del nostro Paese per garantire le risorse necessarie al vivere degli italiani; e se tutti gli abitanti il nostro pianeta dovessero consumare quanto noi italiani, ci vorrebbero le risorse di 2,7 pianeti terra per rispondere sostenibilmente al fabbisogno globale dell’intera umanità. Proporzione che si impenna sino a 4,8 nel caso in cui gli standard di consumo adottati fossero quelli attualmente registrati negli USA.

Per vivere e soddisfare i nostri appetiti stiamo distruggendo le riserve che garantiranno la vita delle generazioni future. Decisori politici e ognuno di noi individualmente dovremmo non perdere più un solo istante per invertire questo irresponsabile modus vivendi e contribuire fattivamente a dare un futuro possibile al nostro pianeta.

(articolo pubblicato su Repubblica.it)

Spreco di cibo: tra buone pratiche e obblighi

Tra le numerose iniziative che, come d’abitudine ogni fine anno, si organizzano per premiare cittadini esemplari distintisi nel corso degli ultimi dodici mesi, quest’anno risalta sicuramente il premio di “cittadini dell’anno” assegnato a Napoli ai titolari del supermercato alimentare Briò. La motivazione? Un supermercato che devolve gli alimenti ancora edibili ed invenduti in beneficienza per associazioni e mense per i poveri.

Una pratica che dovrebbe essere largamente adottata, oltre che gli ovvi motivi etici, quale mezzo prioritario per lottare contro lo scandalo dell’enorme spreco di cibo non a caso considerato dalla FAO tra le principali cause della permanente fame nel mondo. I dati sono a dir poco impressionanti: nel mondo vengono sprecate 1,3 miliardi di tonnellate di cibo all’anno; in Europa sono ben 90 milioni le tonnellate di alimenti sprecati; ogni cittadino statunitense getta nella spazzatura i 2/3 del fabbisogno calorico di una persona, e in Italia mediamente si calcola che lo spreco si aggira tra 100 e 200 Kg procapite. Le responsabilità di questa cattiva pratica, vanno certo distribuite proporzionalmente lungo la filiera alimentare. Così EUROSTAT calcola che in Europa gli sprechi sono da attribuirsi per il 5% alla distribuzione, 14% alla ristorazione, 39% alla produzione e 42% al consumo casalingo.

Da qui, finalmente, sono moltissime le campagne di solidarietà, di sensibilizzazione ed educazione per un uso più responsabile del cibo, ma sempre più numerose sono anche le iniziative legislative che impongono comportamenti più corretti ai vari soggetti implicati nella filiera alimentare. In Italia, lo scorso aprile i deputati Maria Chiara Gadda e Massimo Fiorio, Pd hanno promosso “una legge per limitare gli sprechi, utilizzare consapevolmente le risorse e promuovere la sostenibilità ambientale”; nella Regione Campania, Francesco Emilio Borrelli, consigliere regionale e presidente del gruppo consiliare Campania libera, Psi e Davvero Verdi, è promotore di un analogo disegno di legge contro lo spreco alimentare. Sono iniziative che prendono spunto dall’esempio più avanzato rappresentato dalla Legge nazionale approvata a maggio 2015 dall’Assemblea Nazionale francese che impone a tutti i supermercati con metratura superiore ai 400 mq. di devolvere il cibo ancora edibile in beneficienza mediante stipula di accordi con associazioni ed enti impegnati nel sostegno di poveri e bisognosi. Anche se immediatamente contestata da alcune associazioni di categoria, sostenendo l’inefficacia del provvedimento dovuto alla bassa percentuale di cibo sprecato nella fase di vendita al consumo, riteniamo che il Parlamento francese abbia in questo caso optato per la strada forse più impopolare, ma sicuramente più corretta.

L’esempio del supermercato Briò e dei tanti esercenti che già oggi, senza bisogno di attendere normative specifiche, agiscono in questa direzione dovrebbe bastare per indurre maggiore responsabilità e contagiare la coscienza di ogni cittadino. In ballo, infatti, resta la vita di 1 miliardo di persone che soffrono quotidianamente la fame. Tuttavia, realisticamente ragionando, l’auspicio è che iniziative come quella francese siano diffusamente riprodotte con rapidità da tutti i decisori politici mondiali. Ovviamente sperando che tra i primi ci siano i nostri governanti nazionali.

(articolo pubblicato su Repubblica.it)

 

Islam e libertà religiosa

La fede religiosa è una libera scelta e un libero impegno. È un diritto di ogni persona ….. Non c’è costrizione nella religione. L’orientamento giusto è stato distinto dall’errore”. Sono alcune delle affermazioni contenute nella Dichiarazione di Beirut sulla libertà religiosa, pubblicata qualche giorno fa, con la quale la rilevante associazione libanese “Mokassed” ha voluto ribadire i principi profondamente radicati nel Corano e in evidente contrasto con quella interpretazione criminale sposata dalle organizzazioni fondamentaliste islamiche così tragicamente note ai giorni nostri.

In un’epoca dove le cronache quotidiane sono insanguinate dagli atti terroristici e dalle drammatiche violazione dei più fondamentali diritti umani perpetrati nel mondo, i mussulmani liberali prendono le distanze da quella che considerano una deviazione strumentale della legge coranica. E questo non può che essere un motivo di speranza derivante dall’emergenza interna al mondo islamico di una indignazione verso coloro che piegano la loro fede ad una religione infarcita di potere, politica e interessi. Indignazione e ribellione stigmatizzata ancora nella Dichiarazione laddove afferma come “La religione è sfruttata per motivi politici, sacrificando invano persone, Paesi e civiltà. Questo sta provocando il sorgere dell’islamofobia in varie parti del mondo. La convivenza e i valori ereditati dalla nostra civiltà, come pure il futuro dei nostri giovani, sono seriamente minacciate”.

Gli sforzi e l’impegno della comunità internazionale così come gli atteggiamenti individuali devono con urgenza porgere una mano a queste realtà quali chiavi per sconfiggere i fondamentalismi dilaganti e sostenere concretamente chi afferma “Non siamo spaventati dal resto del mondo e non vogliamo essere una fonte di paura per gli altri. Non vogliamo isolarci dal resto del mondo e non vogliamo  che il mondo si isoli da noi”. Un quinto dell’umanità ha sposato la fede musulmana. La via per la costruzione di una coabitazione pacifica e possibile per tutti passa inesorabilmente dalla difesa e dall’appoggio a queste voci dialoganti e dalla affermazione del diritto fondamentale della libertà religiosa di ogni individuo. L’alternativa di uno scontro violento ha già mostrato i suoi limiti e le sue drammatiche conseguenze.

(articolo pubblicato su Repubblica.it)

La pace è un diritto fondamentale

In questi mesi, al Consiglio Diritti Umani delle Nazioni Unite è in discussione il testo di una Dichiarazione per il riconoscimento internazionale del Diritto umano alla pace. Un obiettuvo da tempo perseguito da buona parte della società civile organizzata che avrà, in queste settimane, un punto di svolta determinante,

Riconoscere giuridicamente la pace come un diritto umano fondamentale significa liberarsi dall’abbraccio mortifero delle sovranità armate per entrare nella sfera dei diritti e delle libertà fondamentali, la cui radice sta nella dignità umana incarnata nel supremo diritto alla vita. 

Lo scenario mondiale delle guerre e dei conflitti violenti è preoccupante, ancor più lo è in prospettiva se non intervengono coraggiosi atti di discontinuità. L’iniziativa del Consiglio Diritti Umani delle Nazioni Unite è uno di questi atti, a condizione di saperne cogliere la portata istituzionale e politica.

In queste settimane, sono in corso a Ginevra le consultazioni informali, condotte dal Presidente dell’apposito Gruppo di lavoro intergovernativo del suddetto Consiglio, per la messa a punto del testo di Dichiarazione. Si ha notizia che le opposizioni al prosieguo dei lavori, addotte da non pochi stati, anche occidentali, permangono.

Il rischio è che l’originaria bozza di Dichiarazione venga dirottata su un binario morto o che se ne stravolga la ratio. Si tratta ora di intensificare democraticamente la pressione affinché il Gruppo intergovernativo possa concludere il proprio lavoro coerentemente col mandato assegnatogli, che è quello di produrre un documento che esplicitamente riconosca il diritto alla pace con correlati obblighi giuridici, non che riproponga generiche indicazioni per una generica cultura di pace.

(tratto da Newsletter  del Centro di Ateneo per i Diritti Umani dell’Università di Padova)