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Davide può ancora abbattere Golia

La domanda più frequente nel corso degli incontri pubblici che mi capita di tenere su argomenti di politiche e cooperazione internazionale è quasi sempre la stessa: “cosa possiamo fare di fronte a problem così enormi? Come possiamo contrastare l’enorme potere delle multinazionali e dei profittatori?”.

Agli esempi che cito per allontanare quel senso di impotenza che pervade molti anche tra i più motivati, oggi se ne aggiunge un’altro alquanto interessante fornitoci da un intraprendente e tenace imprenditore del Camerun. La notizia è stata pubblicata dalla rivista Africa e, come spesso accade, ignorata dai media di massa  e di conseguenza poco risaputa.

Il suo nome è Pio Bissek, 72 anni di professione Amministratore delegato di Codilait, azienda camerunense produttrice di latte condensato. Il suo chiodo fisso negli ultimi 15 anni? Incastrare la potentissima Nestlé per concorrenza sleale e truffa commerciale. Il tutto inizia quando BIssek si trova in difficoltà nel piazzare il  suo latte condensato interamente prodotto con latte camerunese al prezzo di 2,13 Euro la confezione visto che la multinazionale svizzera esporta in loco latte condensato che a pari quantità di prodotto si acquista nei negozi locali a soli 2 Euro. Il tenace imprenditore decide di far analizzare il latte Nestlé scoprendo che, dati di laboratorio alla mano, gli ingredienti non corrispondono a quanto dichiarato in etichetta e contengono tra l’altro olio di palma, di cocco e di soia a parziale sostituzione dei grassi animali che dovrebbero contenere i prodotti a base di latte.

Scatta la denuncia alle autorità camerunesi competenti che condannano in prima istanza la Nestlé ad un risarcimento di 30 milioni di Euro per frodi doganali ai danni dello Stato. Questo primo traguardo, poi vanificato  in secondo grado di giudizio a quanto pare per “negoziazioni” tra governo locale e sede di Ginevra che hanno portato Yaounde a ritirare i capi di accusa, altro non è che un calvario di 15 anni al termine dei quali, tuttavia, Pio Bissek riesce ad ottenere una simbolica vittoria. Il colosso svizzero viene definitivamente condannato a versare un’ammenda risarcitoria alla Codilait di 150 milioni di Franchi CFA. Pochi se paragonati ai 740 milioni inizialmente stabiliti in corte di appello, moltissimi se considerate da

La metafora del granello di sabbia che può inceppare il grande meccanismo trova conferma. Ciò che servel punto di vista di una battaglia che pochi avrebbero intrapreso e ancor meno avrebbero creduto vittoriosa. altro non è che determinazione, tenacia e soprattutto la fede di Davide di fronte al gigante Golia.

(articolo pubblicato su Repubblica.it)

Estate amara per Monsanto

La notizia sembra ormai confermata: la Monsanto ha smantellato il cantiere di costruzione di una nuova fabbrica per la produzione di sementi OGM in Argentina. Il progetto di questa nuova unità di produzione, avviato nel 2012 a Malvinas nella provincia di Cordoba, Argentina, con un investimento di 1.500 milioni di dollari, è stato formalmente interrotto dalla multinazionale con la motivazione del calo produttivo di mais nella regione sudamericana che renderebbe non redditizio il raddoppio delle fabbriche e sufficiente la tutt’ora operante unità a Rojas, provincia di Buenos Aires.

Alquanto diverso il parere delle comunità locali e dei movimenti che sin dal 2013 si sono mobilitati riuscendo a bloccare il nuovo progetto. Secondo i loro portavoce, come da loro dichiarato a seguito dell’ultima imponente manifestazione tenutasi il 1 di questo  mese di agosto, ad interrompere l’investimento sono stati la resistenza e il boicottaggio della comunità locale di questo paese di circa 12.00 abitanti contrari ad un ulteriore incremento della diffusione delle sementi Monsanto e preoccupati delle conseguenze dei prodotti tossici necessari alla loro coltivazione.

Il boicottaggio operato dalle comunità di Malvinas non è l’unico cruccio per i dirigenti della multinazionale sementiera. Al Congresso argentino giace dal 2012 (strana coincidenza!) la cosiddetta “Ley Monsanto”, legge che vorrebbe impedire la conservazione e l’utilizzo di sementi accantonate al momento del raccolto dai piccoli agricoltori, e che l’altro colosso sementiero Syngenta vorrebbe emendata con l’introduzione di una tassa da applicarsi a tale pratica “oscurantista”; sempre Monsanto si trova confrontata ad un ricorso giunto alla “Suprema Corte de la Nacion Argentina” che mette in discussione la possibilità di brevettare le sementi OGM considerando le specie vegetali un bene naturale non privatizzabile; e in Messico una richiesta popolare per bloccare la semina di sementi OGM rallenta e intralcia significativamente i piani di sviluppo del colosso statunitense.

Comitati di quartiere, madri, giovani agricoltori e piccoli produttori stanno dando una nuova lezione al mondo intero: la vicenda di Davide e Golia può ancora ripetersi. La morale dell’inevitabile e l’arrendevolezza dell’ineluttabilità del “così sono sempre andate le cose al mondo” può essere scheggiata dalla disperata resilienza di chi più paga i costi della scelleratezza del nostro sviluppo

Salviamo il suolo europeo

Il suolo è un bene comune, e come tale va protetto, salvaguardato e tutelato. Potrebbe essere questa la sintesi estrema dell’appello lanciato da una nutrita lista di Organizzazioni ambientaliste, istituti di ricerca, ONG e associazioni di categoria degli agricoltori che da tutta l’Unione Europea sta riunendo le forze in una nuova battaglia politica che prende il nome di “People 4 Soil“.

Da settembre, inizierà la raccolta del milione di firme in almeno 7 Stati membri della UE necessarie a introdurre un disegno di legge popolare presso le istituzioni comunitarie che definisca regole, principi e comportamenti vincolanti per i governi europei ai quali attenersi con le legislazioni nazionali per la salvaguardia del suolo “bene comune”.  Un’iniziativa resasi necessaria dopo che per l’ostruzione praticata per ben otto anni da una minoranza di Stati membri della UE, nel 2014 è stata ritirata la Direttiva Quadro che indicava alcune buone pratiche comuni da osservarsi per la tutela di questo prezioso bene.

La Direttiva Quadro recepiva le preoccupazioni diffuse e condivise dai più circa le conseguenze di politiche e pratiche non sufficientemente avvedute e lungimiranti che hanno portato negli ultimi anni ad una drastica accelerazione di fenomeni quali l’erosione, l’inquinamento e la contaminazione, lo sfruttamento indiscriminato, l’impoverimento della fertilità e la perdita di materia organica di buona parte dei suoli del continente europeo. Basti citare, a titolo di esempio, come ogni giorno in Europa scompaiano 3 km quadrati di suolo sacrificati alla cementificazione e alla speculazione edilizia.

Le caratteristiche di questo bene comune “essenziale, limitato, insostituibile e non rinnovabile, come si legge nel testo dell’appello lanciato dai promotori, dovrebbero generare comportamenti e decisioni responsabili al fine di garantire pratiche di sostenibilità anche e soprattutto per le generazioni future. da esso dipendono imprescindibilmente la nostra possibilità di alimentazione, le nostre condizioni di salute, il nostro benessere e non da ultimo anche le nostre economie.

L’orgoglio di vedere un italiano, esponente di Legambiente, nel ruolo di coordinatore della campagna e di essere tra i più attivi promotori ci deve spronare ancor più ad aderire e  diffondere l’iniziativa per andare ben oltre la soglia formale del milione di firme fissata dalle norme UE e dare maggiore forza ad un’azione urgente e necessaria a noi e ai nostri figli.

Sempre meno risorse pubbliche per i diritti umani

Sono bastate sei settimane di lavoro perché il nuovo Alto Rappresentante delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Zeid Ra’ad al-Hussein di Giordania, abbia sena mezzi termini protestato per il non rispetto da parte degli Stati degli impegni assunti per fornire le risorse economiche necessarie allo svolgimento del suo lavoro. 

Nel corso di una conferenza stampa tenuta lo scorso martedì, l’Alto Commissario ha denunciato come gli 87 Milioni di dollari all’anno in dotazione alla sua Agenzia per il 2014 e 2015 siano del tutto insufficienti per svolgere il compito assegnato e raggiungere gli obiettivi prefissati. “Mi viene richiesto di affrontare un’inondazione con una barca e un secchio” ha laconicamente affermato Ra’ad al-Hussein, denunciando senza mezzi termini l’inadeguatezza delle risorse fornite da Governi che, vale la pena ricordarlo, sostengono l’attività dell’Alto Commissariato unicamente attraverso i cosiddetti “contributi volontari”, senza cioè che vi sia, come per altre agenzie e programmi, una contribuzione obbligatoria prevista ai quali si va ad aggiungere un magro 3% del bilancio strutturale delle Nazioni Unite.

Nonostante i Diritti Umani siano considerati in tutti i recenti documenti adottati dalla comunità internazionale come uno dei tre pilastri su cui si fonda il lavoro dell’ONU, lo sviluppo, la pace e la sicurezza globali, alla prova dei fatti i Governi degli Stati continuano ad avere l’atteggiamento di chi getta il sasso e ritira la mano. L’invito ad intervenire nelle crisi aperte nel mondo per investigare sulle violazioni dei diritti umani, e per prevenire la perpetrazione di nuovi abusi, ha ancora affermato Zeid, viene avanzato chiedendo maggior lavoro a parità di risorse. 

Sembra proprio che la politica degli USA, che seguitano ad imporre una sorta di tagli orizzontali al budget delle Nazioni Unite, senza cioè entrare nel merito delle priorità, stia affermandosi come la strategia imperante per le istituzioni internazionali con il rischio serio e crescente che le politiche globali siano definitivamente consegnate agli investitori privati sempre più in grado di determinarne obiettivi e finalità lediante i loro finanziamenti sostitutivi di quelli degli Stati . Forse per avere maggior mano libera nella attuazione di politiche e nella realizzazioni di azioni che producono tornaconti nazionali e tutelino interessi particolari di chi lucra sulla pelle delle persone anche a costo di violare le norme fondamentali imposte dal diritto e dalla convivenza internazionali.

(Articolo pubblicato su Repubblica.it)