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“alla tedesca”!

Dopo mesi di dibattito, finalmente una proposta di legge elettorale incontra già sin da oggi una maggioranza parlamentare. Proposto da Berlusconi e ratificato  dal sondaggio online dei grillini, il sistema proporzionale “alla tedesca” riscuote il consenso della maggior parte degli schieramenti politici.

Sin dai tempi del referendum del 1999, ho sempre considerato come inadeguato un sistema di voto improntato a un modello maggioritario secco, non tanto in termini assoluti, in alcuni Paesi funziona e anche molto bene, ma relativamente alla nostra cultura socio politica italiana.

Ovviamente, ognuno è libero di pensarla a modo suo e le argomentazioni pro e contro qualunque sistema elettorale sono spesso alquanto fondate e degne di riflessione. In tal senso mi auguro sia improntata la decisione che ancora resta da assumere da parte del PD e che verrà ufficializzata nei prossimi giorni.

Ciò che invece reputo inaccettabile, e sinceramente vergognoso, sono le voci di leader politici che già in queste ore immediatamente successive alla pubblicazione dei dati del sondaggio pentastellato si affannano nel tentativo di rifiutare la soglia di sbarramento fissata al 5% . Una tale richiesta altro non manifesta che un mero, basso e miope interesse di parte. Ora, se la politica dovrebbe essere quella scienza che pensa la bene del Paese, queste opposizioni hanno veramente dell’inaudito. Soprattutto quando a farsene paladino altri non è che l’attuale più alto rappresentante del nostro Paese all’estero.

Spero che il Parlamento proceda spedito e sappia almeno dare quel segnale tanto atteso, benché  simbolico, di convocarci alle urne prima della fatidica data di maturazione del diritto alla pensione della maggioranza degli attuali parlamentari.

Clima: l’Italia deve fare la sua parte

Il prossimo 4 novembre l’Accordo di Parigi, ovvero il protocollo adottato il 12 dicembre 2015 nel corso dell’ultima Conferenza ONU sui cambiamenti climatici, entrerà in vigore. Un passo determinante per affrontare una delle maggiori emergenze dell’umanità compiuto con rimarchevole celerità dalla comunità internazionale che, a differenza dei tempi resisi necessari per l’entrata in vigore del precedente Accordo, il Protocollo di Kyoto adottato dopo 8 anni dalla sua firma, questa volta ha impiegato solo 10 mesi.

Gli ambiziosi quanto necessari obiettivi fissati a Parigi prevedono il contenimento dell’innalzamento della temperatura al di sotto dei 1,5 gradi centigradi e di stanziare 100 miliardi di dollari, ai sensi del Green Climate Fund,  per consentire ai Paesi poveri di adattare adeguatamente le proprie condizioni produttive e consumeristiche. Ad oggi sono 72 i Governi che hanno ratificato l’Accordo di Parigi, ben oltre i 55 ritenuti necessari dalle normative ONU, che nel loro insieme sono responsabili del 58% delle emissioni inquinanti globali, il 3% in più della soglia minima richiesta.

Tuttavia, alla bella notizia si associano alcune preoccupazioni. In primis il fatto che la quasi totalità dei governi aderenti dovranno andare ben al di la degli obiettivi sin qui fissati a livello nazionale per realizzare le trasformazioni necessarie. Poi, rimane la sfida del convincimento e del coinvolgimento dei Paesi ancora assenti all’appello. Infatti,  il grande risultato di poter contare sulla ratifica da parte di “grandi inquinatori” come Cina, India e USA, l’impegno colossale che attende il mondo intero deve essere condiviso, con responsabilità diversificate, da parte di tutti i governi. Infine, per quanto ci riguarda da vicino, l’Italia anche in questo caso non ha brillato per sollecitudine.

Solamente lo scorso 4 ottobre il Consiglio dei Ministri ha approvato un disegno di legge con il quale si promuove la ratifica del nostro Paese e contemporaneamente lo stanziamento di 150 milioni di Euro quale contributo alla prima capitalizzazione del Green Climate Fund: 50 all’anno per il 2016, ’17, e ‘18 che vanno ad aggiungersi ai 50 già versati. Finalmente un passo alquanto atteso da parte del Governo Renzi, tuttavia non sufficiente. Come noto, infatti, ai sensi dei regolamenti UE questo tipo di accordi internazionali richiedono l’approvazione da parte di ogni singolo Parlamento nazionale: di conseguenza, per la definitiva adesione italiana la palla passa ora alle aule parlamentari. Sebbene i nostri parlamentari europei della Lega abbiano votato contro la ratifica dell’Accordo di Parigi in sede comunitaria, e nonostante l’avvallo parlamentare non dovrebbe riservare sorprese, qualche problema potrebbe porlo la prossima scadenza referendaria del 4 dicembre. Per questo le organizzazioni ambientaliste attive nel nostro paese, stanno facendo pressione affinché l’Italia, che già si presenterà “inadempiente” alla prossima Conferenza sul Clima che si svolgerà a Marrakech i prossimi 7 – 18 novembre, recuperi rapidamente il terreno perso e sia così in grado di presentare un adeguato “piano di de carbonizzazione” entro i termini stabiliti per i l 2018.

E nel 2018, meglio ricordarlo già da oggi, salvo imprevisti nel nostro Paese vi saranno le elezioni politiche per le quali auspicabilmente, i programmi di lotta ai cambiamenti climatici saranno annoverate tra le dirimenti per le scelte degli italiani.

(articolo pubblicato su Repubblica.it)

Banca per lo sviluppo? Sì, e intanto …

La sollecitazione proposta da Emilio Ciarlo, Consigliere politico del Viceministro Lapo Pistelli con delega alla cooperazione internazionale, merita senza dubbio una reazione articolata e qualche contributo, doverosi per chi si occupa di cooperazione e per chi, come il sottoscritto, dopo anni di “terreno” oggi insegna tale materia all’Università.

Innanzitutto, mi rallegro del fatto che, contrariamente al passato, la questione della quantità delle risorse disponibili torna ad essere un problema avvertito e un obiettivo da ricollocare tra le priorità. Soprattutto per il nostro Paese per il quale la carenza di stanziamenti per la cooperazione internazionale resta uno dei maggiori ostacoli ad una adeguata credibilità nella comunità internazionale e ad un minimo di efficacia dei nostri interventi nei Paesi dei Sud del mondo. Del resto, ce lo ricorda anche il Presidente del Comitato OCSE – DAC il quale, presentando la Peer Review 2014, loda la “volontà politica” evidenziatasi in Italia per una ripresa delle attività di cooperazione, e al tempo stesso pone tra gli obiettivi del prossimo futuro per l’Italia l’incremento del volume delle risorse “che costituisce il solo modo per ottenere un impatto più incisivo degli aiuti”.

A Ciarlo e al ministro Pistelli, voglio assolutamente confermare la mia condivisione dell’urgenza di riforme politico-istituzionali e di innovazioni che segnino una discontinuità con il passato così come comunicare loro la consapevolezza che, finalmente, nel testo di riforma proposto se ne intravvedano chiari segni incoraggianti. Da sempre ho sostenuto la dannosità di una cooperazione filantropica e molto mi sono speso per evitare attività del tipo “obolo domenicale per sentirci più buoni col mondo”, come affermato dallo stesso Pistelli alla presentazione del rapporto OCSE. Per questo penso che, insieme alle strategie proposte dalla Farnesina per il coinvolgimento di tutti gli attori sensibili, la proposta di una Banca per lo Sviluppo italiana possa essere uno strumento interessante per avviare il Paese verso un “sistema Italia” nel quale pubblico e privato interagiscano virtuosamente per il rafforzamento e il miglioramento della cooperazione internazionale. Anni fa, quando alla Farnesina sedeva Massimo Dalema, con alcuni colleghi avevo presentato al Ministro la proposta di una struttura pubblico-privata quale primo tentativo di esplorare istituzionalmente questa nuova via di maggior e miglior coinvolgimento del profit nella cooperazione italiana. 

Ciò premesso, voglio contribuire al dibattito opportunamente apertosi ponendo due questioni che ritengo al quanto opportuno considerare.

La prima attiene alla convinzione che dietro la giusta idea di un sistema Paese attivo nella cooperazione internazionale si annidi uno dei maggiori rischi nei quali, in assenza di misure adeguate, si potrebbe malauguratamente incappare. Anche Nino Sergi, nel suo post in reazione a Ciarlo su questa testata, non cela alcune preoccupazioni in merito e ritiene indispensabile che il coinvolgimento del settore privato si basi su condizioni verificabili affinché “nel Dna delle imprese che partecipano ai programmi di sviluppo deve cioè entrare la primaria e ineludibile finalità dello sviluppo sostenibile e partecipato, del rapporto di partenariato e del massimo coinvolgimento dei partner, del reciproco interesse, dell’attenzione al vantaggio collettivo, al benessere sociale, alla tutela e valorizzazione dell’ambiente, alla salvaguardia dei diritti umani, alle pari opportunità, alla dignità della persona”. Condividendo, penso che in questo non ci aiuti l’interpretazione ormai consolidata della cosiddetta “responsabilità sociale d’impresa”. Un’interpretazione che, purtroppo, trova conferma recente nella Comunicazione appena presentata dalla Commissione Europea “A Stronger Role of the Private Sector in Achieving Inclusive and Sustainable Growth in Developing Countries”. Aver limitato la valutazione della responsabilità delle imprese alle sole azioni da queste ascritte alle azioni sociali e di cooperazione internazionale, senza cioè verificarle con l’insieme delle loro strategie produttive, non esclude la possibilità di totale incoerenza, per altro in diversi casi dimostrata, e rischia di riproiettare i loro interventi sociali proprio in una dimensione filantropica che si vuole contrastare. Il fatto che ancora di pensi che la valutazione di “idoneità” prevista per legge, e non completamente rimossa con la proposta di riforma, si applichi unicamente ai soggetti senza finalità di lucro la dice lunga in proposito. Le imprese, infatti, vengono ammesse ai finanziamenti solo in virtù di una valutazione delle azioni proposte e non di una considerazione complessiva del loro operato come al contrario di prevede per le ONG. Qualche mese orsono, insieme ad alcuni colleghi docenti universitari che come me si occupano di cooperazione, abbiamo consegnato al ministro Pistelli un documento per rifondare la cooperazione sulla logica del “diritto fondamentale allo sviluppo” riconosciuto dalle Nazioni Unite che, ovviamente, deve per noi concernere anche e soprattutto le imprese che si vogliono integrare nel “sistema Paese”.

La seconda riguarda i tempi. Non sono un esperto di banche, tuttavia penso che la costituzione di una Banca per lo Sviluppo non sia cosa di poco conto, ne percorso semplice e privo di detrattori. Chi ricorda l’esperienza della creazione di Banca Etica ne sa qualcosa. Concordo ancora con Nino Sergi circa l’opportunità di una soluzione “più adeguata ed immediatamente efficace”. Nino avanza l’ipotesi della creazione “di un  dipartimento indipendente di un’istituzione finanziaria a controllo pubblico già esistente e funzionante”. Essendo anch’io preoccupato della urgenza di adottare strumenti innovativi ed efficaci, nel mentre si finalizza la proposta della Banca per lo Sviluppo vorrei riproporre la rapida adozione di alcune tasse di scopo che, vale la pena ricordarlo, hanno finalità regolative, contribuiscono efficaemente alla promozione di uno sviluppo giusto e sostenibile, mobilitano ingenti risorse che devono essere inequivocabilmente destinate alle attività di lotta alla povertà e, cosa ancor più importante, trovano già depositate in Parlamento proposte di legge articolate che potrebbero essere rapidamente finalizzate. A partire dalla Tassa sulle speculazioni finanziarie (figlia della Tobin Tax) che tanto contribuiscono agli squilibri economici e alla fragilità dei sistemi di sviluppo di molti Paesi dei Sud fino alla tassa sulle emissioni di anidride carbonica (Carbon Tax) già adottata dal nostro Parlamento nel lontano 1998 e mai resa applicativa per volontà dei Governi da allora succedutisi.

Questi sarebbero atti meno complessi, altrettanto efficaci e rassicurerebbero ulteriormente circa la rinnovata volontà politica di ricollocare i binari della nostra cooperazione nell’alveo delle priorità e delle urgenze del nostro Paese. Dal Comitato OCSE – DAC ai molti italiani che, oggi come in passato, si adoperano per proporre misure concrete per una maggior giustizia sociale che trova nella regolamentazione della finanza internazionale una delle sacche di maggior resistenza e uno dei settori meno considerati nell’esercizio di coerenza politica cui la Farnesina oggi fa volonterosamente riferimento.

(articolo pubblicato su Vita.it)

Riforma della 49: in fretta, ma……

La riforma della Legge 49 sulla cooperazione internazionale sembra, finalmente, entrare nel vivo del dibattito parlamentare. Ancora una volta, dopo oltre vent’anni di tentativi andati falliti, il Parlamento è chiamato ad esprimersi in merito ad un nuovo testo di legge questa volta presentato dal Governo. Non che manchino altre proposte, compresa quella elaborata dal Movimento 5 Stelle, né che facciano difetto gli emendamenti presentati dalle varie forze politiche (alla scadenza della data d presentazione degli stessi ne sono stati registrati ben 600), tuttavia la determinazione del Vice ministro in carica Lapo Pistelli potrebbe facilitare il risultato positivo del necessario percorso.

La forca caudina alla quale penso ci si trova di fronte riguarda la difficile scelta tra la rapida approvazione di un nuovo testo che, emendandolo,  ponga rimedio alle ormai conclamate vetustà della 49 – la scelta  adottata dalla proposta governativa – o la ricerca di un impianto radicalmente innovativo che tenga conto di falle strutturali e cause sistemiche della povertà proponendo un nuovo paradigma di sviluppo.  Su tutte, ne vogliamo citare due tra quelle alla radice della maggior parte dell’impoverimento imposto ai Paesi dei Sud del mondo e alle loro rispettive popolazioni: l’indispensabile riforma del sistema monetario e della architettura finanziaria internazionali, e la disponibilità di risorse economiche messe a disposizione per l’Aiuto allo sviluppo. Lo facciamo preoccupati della totale non considerazione da esse ricevute sia a livello di comunità internazionale, sia per quanto riguarda il Governo Renzi e la proposta di riforma presentata in Parlamento.

Le speculazioni finanziarie, forti della totale deregulation di questo settore al di fuori di ogni controllo e di qualunque imposizione fiscale, restano uno tra i maggiori ostacoli per la sostenibilità dei risultati conseguiti, con esiti alterni e con velocità discutibili, dai Paesi poveri. Spesso, come dimostrato in occasione delle crisi alimentari degli ultimi anni, gli sforzi della difficile ripresa delle fasce e dei Paesi più vulnerabili vengono vanificate da operazioni finanziarie che, sebbene del tutto estranee ed esterne agli attori di settore, rifanno precipitare le economie locali nel baratro più profondo e le persone più povere nella più cieca disperazione. Ignorare i problemi di governance o volutamente lasciare lo statu quo nella finanza globale significa perpetrare una logica, più o meno consapevole, del peggior assistenzialismo o della miglior filantropia caritatevole.

In seconda battuta, gli esiti di qualunque legge di cooperazione sono strettamente vincolati alla quantità di risorse economiche stanziate e alla valutazione del loro utilizzo. Spesso presentata come visione retrograda, la questione dell’ammontare dei fondi destinati alla cooperazione resta a mio avviso fattore determinante. Lo dovrebbero ricordare i leader della comunità internazionale ripensando a come all’approvazione degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio si ritenne indispensabile aggiungere l’ottavo obiettivo – quello del partenariato globale per lo sviluppo – convintisi, ancorché in extremis, della improponibilità degli Obiettivi senza che ai Paesi poveri fossero garantiti adeguati mezzi economici “esterni” per il loro conseguimento. Lo dovrebbero altresì ricordare gli attuali esponenti del nostro Governo già testimoni, sebbene in altre vesti, del discredito e dell’impossibilità operativa derivata in passato dalla continua decurtazione dei fondi stanziati per l’Aiuto Pubblico allo Sviluppo e del sostanziale fallimento del coinvolgimento del settore privato nel finanziamento della cooperazione pubblica. Il fatto che nel programma di economia e finanza del governo Renzi si parli genericamente di aumentare gli stanziamenti per la cooperazione senza però fornire una quantificazione e una pianificazione temporale non ci pare di buon auspicio.

Sono consapevole dei rischi connaturati con la speranza della “gallina domani”. A volte però, mi permetto di ricordarlo al Vice Ministro Pistelli, “l’uovo oggi” è un appagamento altrettanto non privo di rischi. Soprattutto per chi senza radicali cambiamenti non dispone di uova e abbandona la speranza della gallina.