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Restituiamo il denaro dei poveri

Per i poveri della Nigeria, questo 2017 si chiude con una buona notizia: il Governo svizzero ha deciso di restituire altri 321 milioni di dollari dell’ingente tesoro depositato dall’ex dittatore Sani Abacha nel corso del suo sanguinoso regime durato dal 1993 al 1998. A nulla sono valse le rivendicazioni dei familiari del generale Abacha che avrebbero voluto beneficiare dell’ingente fortuna illegalmente accumulata dal dittatore, trovato morto nel 1998, in circostanze misteriose, dopo essersi accompagnato con due prostitute,

Già qualche mese orsono, il governo di Berna aveva proceduto ad una prima restituzione di 720 milioni di dollari e ora si appresta ad attingere nuovamente dai conti bancari, stimati in 2 miliardi di dollari, che il generale Abacha aveva rimpinguato dissanguando le casse del proprio Paese durante la sua permanenza al potere.

La decisione del Governo federale elvetico è stata sancita con la firma di un accordo tripartito nel quadro del Global Forum on Asset Recovery -GFAR – gestito dalla Banca Mondiale, che sarà anche la garante dell’utilizzo del denaro restituito destinato alle fasce più povere della popolazione nigeriana.

Una buona notizia che potrebbe costituire un precedente per i molti altri casi, ben noti, nei quali governanti corrotti, dittatori scellerati, e politici senza scrupoli hanno saccheggiato le finanze dei loro rispettivi Paesi rimpinguando i loro conti correnti bancari miliardari, di norma aperti nei vari paradisi fiscali.

La Banca Mondiale, quindi i Governi dei Paesi suoi membri, potrebbe riproporre simili atti di giustizia verso le altre numerose popolazioni vessate da regimi corrotti e depredate di risorse quanto mai necessarie ad un loro tenore di vita più dignitoso. Ne andrebbe della sua credibilità e, più importante, del destino futuro di milioni di poveri della terra.

“Paradise papers”: scandalo per chi?

Lo scandalo dei “paradise papers” denunciato sulle prime pagine dei giornali di questi giorni dovrebbe interrogare sui reali motivi e sulla tempistica dell’emersione di una simile notizia, piuttosto che sollevare falsi pudori per un fatto risaputo da tempo.

Che personaggi influenti della politica e dello’economia internazionale, finanzieri, attori e VIP, insieme ovviamente a professionisti dell’evasione fiscale, faccendieri e organizzazioni criminali delle più svariate, investissero le proprie fortune nei cosiddetti Paradisi Fiscali è cosa risaputa. Così come è altrettanto risaputo che la fuga di capitali verso questi Paesi sia la maggior causa dei mancati introiti dei sistemi tributari nazionali, tanto che il National Bureau of Economic Research stima che in essi siano depositate somme pari a poco meno del 10% del PIL mondiale.

Già diversi anni orsono, Pietro Grasso, all’epoca Procuratore antimafia, dalle colonne del Sole24ore stigmatizzava la non volontà delle autorità di controllo italiane di porre fine all’enorme evasione fiscale ammontante a svariati miliardi di Euro. Grasso, infatti, sosteneva con disarmante evidenza come la lotta all’evasione dovesse iniziare con la consegna alle autorità di controllo da parte di Banca Italia delle liste delle filiali delle Banche italiane autorizzate dalla stessa ad aprire, direttamente o mediante triangolazioni, succursali nei Paesi ove ancora vige il segreto bancario e nei quali le agevolazioni per i capitali stranieri importati garantiscono agli investitori smisurati risparmi rispetto ai regimi tributari dei rispettivi Paesi di provenienza. La continua evocazione di misure di lotta all’evasione senza aggredire questo fenomeno che rimane quantitativamente il più rilevante, anche secondo Grasso, evidenzia retorica e implica inefficacia.

Da sempre, il vero problema resta l’abolizione di questi buchi neri della finanza internazionale che sfuggono ad ogni controllo da parte di qualsivoglia autorità, ma che tanto fanno comodo a ricconi di varia natura che, spesso, coincidono con chi avrebbe il potere, e il dovere, di ricondurli a regole e comportamenti corretti e trasparenti.

Nessuno stupore, quindi, da parte mia nel ritrovare sui media di oggi nomi conosciuti, apparentemente insospettabili e di persone ritenute “per bene” tra quelli scoperti come grandi evasori e solerti fruitori dei regimi defiscalizzati sparpagliati in Europa e nel resto del mondo. Piuttosto, un rinnovato imbarazzo e un crescente disappunto nel riflettere come personaggi come Soros, Madonna e ancor più Bono siano tutt’ora in altre sedi elogiati come benefattori e sostenitori di giuste cause. Le grandi elargizioni del finanziere e le sue battaglie in favore dello sviluppo dei Paesi poveri, i progetti umanitari sostenuti dalla cantante italo americana e l’impegno dell’ex leader degli U2 per la campagna a favore della cancellazione del debito, così pubblicizzati sui mass media di tutto il mondo, rimangono a mio avviso insopportabili contraddizioni che alimentano quel buonismo superficiale che ancora pervade la solidarietà e la coscienza di molti.

Nel mio piccolo, in occasione del G8 de l’Aquila, allorché anche in quell’occasione al cantante Bono venne concessa udienza da parte dei leader degli otto Paesi più ricchi in qualità di portabandiera della campagna per la cancellazione del debito nei confronti dei Paesi più poveri, denunciai come poco prima la pop star avesse ottenuto la residenza nel Principato di Monaco, noto paradiso fiscale nel quale la lista dei VIP che si sono potuti permettere questo privilegio continua ad allungarsi. Ciò che all’epoca mi colpì, fu che al posto dell’attesa indignazione per l’imbarazzante incoerenza, soprattutto dalle organizzazioni di società civile coinvolte e partecipanti alla campagna sul debito, quella mia sottolineatura provocò reazioni durissime di chi riteneva di dover unicamente ringraziare Bono per la visibilità e la notorietà da lui provocata in favore della campagna. Anche, con mia grande sorpresa, da parte di giornalisti di questa testata.

Resto convinto che per un’efficace azione di giustizia globale, sul lungo periodo la mossa vincente rimanga quella della coerenza dei suoi protagonisti. Nel piccolo e nel grande, nella notorietà o nel nascondimento del lavoro quotidiano chi agisce in questo campo non può sacrificare questo valore ad alcun fine conseguibile nell’immediato. Pena l’aumento del discredito e della sfiducia che già in misura preoccupante coinvolge gli operatori e le organizzazioni della solidarietà internazionale.

La Svizzera aderisce alla Convenzione sull’evasione fiscale

Finalmente anche la Svizzera, il maggior paradiso fiscale al mondo per volume di affari al mondo, ha deciso di aderire alla Convenzione internazionale per la lotta alla evasione fiscale. Un passo decisivo e da tempo invocato per marciare verso l’abolizione di questo buco nero della finanza mondiale visto che il piccolo Paese nostro confinante gestisce prodotti finanziari offshore del valore di circa 2.2 trilioni di dollari.

Grazie alla pressione internazionale e alle recenti dichiarazioni di impegno assunte dal G20, il Governo federale di Zurigo ha annunciato la propria intenzione di aderire alla citata Convenzione entrando nella rosa dei Paesi vincolati dalla trasparenza bancaria e dallo scambio di informazioni utili a rintracciare gli evasori che si rifugiano nei paradisi fiscali di tutto il mondo.

Ancor più in un periodo di crisi economica globale e di politiche di austerità, la lotta contro l’evasione effettuata trasferendo capitali nei Paesi a legislazione finanziaria assente  e nei quali è possibile contare sull’anonimato e sul segreto bancario, registra con la decisione della Svizzera  un risultato significativo della lunga e vasta campagna lanciata anni rosno da molte ONG internazionali e, oggi, finalmente in parte sposata anche dai Governi delle grandi economie mondiali.

Di paradisi fiscali ne restano ancora molti. E ancora ardua è la battaglia per impedire questo furto legalizzato di risorse che potrebbero essere destinate  a risanare le economie e sostenere la spesa sociale di molti Paesi.  Tuttavia l’impegno elvetico rompe un tabù e mette sul chi va la i tanti furbetti che pensano di farla ancora franca senza pagare le tasse dovute ai propri Paesi.

(articolo pubblicato su Repubblica.it)

Paradisi fiscali, debito e crisi economica

L’ammontare delle risorse economiche che nel 2010 sono state trasferite negli oltre 80 territori considerati paradisi fiscali raggiunge una cifra tra i 21 e i 32 miliardi di dollari. Un terzo di queste, depositate in questi buchi neri della finanza internazionale, dove i capitali sono praticamente esenti da tasse e soprattutto coperti dal segreto bancario, proviene da 139 Paesi in Via di Sviluppo e per il 61% da meno di 10 tra i quali Brasile, Messico, Venezuela e Argentina. Sono questi i principali dati emersi dalla pubblicazione del rapporto elaborato da Tax and Justice Network – TJN, una ONG specializzata nell’analisi della finanza globale e dell’andamento del debito pubblico esterno a livello mondiale.

L’oligarchia economica e finanziaria di questi Paesi, notoriamente concentrata nelle mani di pochi ricchissimi, dagli anni ’70 seguita ad utilizzare questa scandalosa pratica resa possibile dalla connivenza delle istituzioni internazionali e dalla banche dei Paesi sviluppati. Tra l’altro, sottraendo ingenti risorse ai bilanci pubblici dei rispettivi Stati, quindi alle loro popolazioni, a causa del minor gettito fiscale da essi prelevabile a livello nazionale sui grandi capitali. Una minor entrata che, sempre secondo TJN, nel 2010 ha toccato i 3.7 miliardi di dollari.

Se consideriamo che il debito esterno totale di questi 139 Paesi ammonta nel 2010 a 3.8 miliardi di dollari, risulta evidente che essi, in effetti, sono paesi creditori per n valore totale stimabile in circa 10 – 13 miliardi di dollari.

La tanto invocata abrogazione dei paradisi fiscali, misura assolutamente fattibile e alla portata, resta una delle misure che potrebbe fornire la maggiore efficacia di risultato nella lotta alla povertà e per una rapida ripresa economica globale. Nell’interesse anche di quei paesi “ricchi” come l’Italia che trarrebbe vantaggio sia sul piano della cooperazione e del commercio internazionali, sia su quello della lotta allo stesso fenomeno che, ormai è noto ai più, ha preso piede anche nel nostro Paese.

In tempo di crisi, Governi  e decisori istituzionali dovrebbero meditarci sopra.

(articolo pubblicato su Repubblica.it)