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Spese armamenti extra debito: e la cooperazione?

La Commissione Europea ha diffuso le nuove linee riguardanti il piano di finanziamento e di facilitazione dell’industria delle armi. Diverse le inquietudini provocate da queste normative volte a promuovere ulteriormente strumenti e politiche foriere di nuove situazioni bellicose e di potenziali conflitti.

Certamente la nota di maggior rilievo sta nell’incremento alquanto deciso e significativo delle risorse allocate alla produzione e commercio degli ordigni bellici: ben 500 milioni di Euro aggiuntivi a quanto previsto con il “Defense Action Plan” varato nello scorso mese di novembre.

Oltre a questo dato, che da solo giustificherebbe un’azione decisa della cittadinanza europea sottoposta da un lato a continui inasprimenti delle misure di austerity e a reiterati richiami a sacrifici richiesti in nome della contingenza economica sfavorevole, occorrerebbe anche preoccuparsi dell’estensione impropria e indebita del mandato della Commissione che, a quanto pare, ora si allarga oltre i confini prestabiliti occupandosi anche di politiche di difesa.

Infine, soprattutto per chi si agisce nella cooperazione internazionale, non deve sfuggire la decisione assunta di collocare gli stanziamenti e i contributi volontari degli Stati membri al Defense Action Plan al di fuori del Patto di Stabilità, quindi non sottoposte alla ghigliottina del volume del debito pubblico che notoriamente non deve superare il 3% del PIL nazionale. Oltre a far gioire gli ultimi Governi del nostro Paese, che ricordiamo con quello di Matteo Renzi e stando ai dati forniti dal rapporto MIL€X relativi al 2016 hanno ancora aumentato del 11% la spesa in armamenti, questo procedente dovrebbe indurre la ripresa di una richiesta avanzata dalle ONG nel corso degli ultimi anni per applicare una misura analoga anche per i fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo. Se la gogna del 3% può essere evitata da denaro destinato ad uccidere, tanto più può valere per quello indirizzato a far vivere.

Abbiamo un inedito precedente da sfruttare.

Un altro leader indigeno assassinato per le sue attività ambientaliste

Isidro Baldenegro López 1966 – 2017

Si apre oggi a Roma il Forum Globale delle Popolazioni Indigene che vedrà i leader delle principali comunità indigene riuniti per tre giorni presso la sede dell’IFAD. Questi popoli rappresentano il 5% della popolazione mondiale, ma ben il 15% di quella che vive in estrema povertà. Un dato, questo pubblicato da IFAD, che lascia ben intuire come le discriminazioni, le violazioni dei loro diritti sanciti, peraltro da una Convenzione delle Nazioni Unite adottata dalla loro Assemblea Generale il 13 settembre 2007, i soprusi nei loro confronti siano all’ordine del giorno.

Molto spesso ignorati o dimenticati dai più, i diritti dei popoli indigeni hanno ovviamente un’importanza fondamentale per la loro tutela, ma altresì costituiscono un bene globale a vantaggio di tutti. Il ruolo giocato dalle comunità indigene nella difesa dei territori marginali, degli ecosistemi, e dell’ambiente in generale è un fattore determinante per la sopravvivenza dell’intero pianeta. Basti pensare che, stando ai dati di IFAD, più dell’80% della diversità biologica del pianeta, la cosiddetta biodiversità, è presente nei territori ancestrali di 70 Paesi nel mondo occupati e gestiti dalle 370 milioni  di persone che si riconoscono come “indigeni”.

Ma è di questi giorni la notizia, ancora una volta passata nella disattenzione generale, che un leader di comunità indigene messicane è stato brutalmente assassinato per la sua costante attività di difesa del patrimonio forestale e delle terre coltivate per la produzione di cibo dall’accaparramento di sfruttatori e di narcotrafficanti. Isidro Lopez Baldenegro, questo il suo nome, di 51 anni nonostante la protezione offertagli da organismi umanitari ed internazionali a seguito delle ripetute minacce ricevute, domenica 22 gennaio non è sfuggito alla mano assassina di chi calpesta la vita umana pur di incrementare i propri profitti. Isidro è il 33° leader ucciso in Messico negli ultimi 5 anni e il secondo vincitore del Goldman Environmental Prize ad aver trovate morte cruenta per le proprie attività. Prima di lui, nel marzo dello scorso anno, Berta Caceres ha incontrato la mano dei suoi carnefici in Honduras.

Due grandi personalità poco conosciute che allungano la lista dei morti ammazzati su commissione delle multinazionali, dei latifondisti, dei narcotrafficanti interessati a sfruttare le risorse naturali dei territori indigeni che stando all’ultimo rapporto di Global Witness, organizzazione che documenta le violazioni contro le popolazioni indigene, solo nel 2015 le vittime sono aumentate del 59%: da 116 nel 2014 a 185 nel 2015. 

IFAD insieme alle altre Agenzie specializzate delle Nazioni Unite soprattutto negli ultimi anni sta lavorando molto per l’inclusione del cosiddetto settore privato nella cooperazione internazionale.  Pur riconoscendo l’importanza di una tale strategia, il Forum di questi giorni dovrebbe porre condizioni perché l’inviolabilità dei diritti umani e di quelli della Madre Terra siano vincolanti per tutti e porre finalmente le basi per l’applicazione di norme sanzionatorie a fronte di palesi violazioni di Convenzioni e Accordi ritenuti in sede di istituzioni internazionali.

(articolo pubblicato su Repubblica.it)

La raccolta fondi e il buonismo natalizio

L’avvicinarsi del periodo natalizio, come di consuetudine, registra un affollamento sui principali media di iniziative di raccolta fondi di molte ONG, associazioni ed enti . Forse anche per questo, il mai sopito dibattito circa le modalità comunicative per aggiudicarsi le donazioni dei cittadini riprende di vigore e ripropone questioni e problematiche tanto note quanto reiterate e mai superate.

La necessità di attenersi a codici e osservare regole di comportamento etici è riconosciuta da molti anni sia a livello italiano che nel più vasto campo internazionale. Diverse sono le iniziative intraprese per definire e, in teoria, adottare immagini, messaggi e mezzi comunicativi consoni con la dignità delle persone, sia dei cosiddetti beneficiari, sia degli stessi donatori. Raccogliere fondi è un dovere, oltre che una necessità crescente , degli enti umanitari e filantropici; a ragion veduta si arriva a considerare la quantità di risorse di origine privata ascritte ai bilanci delle realtà non governative una caratteristica di quel tanto anelato affrancamento dalla dipendenza impropria da finanziamenti pubblici; immancabilmente si considera la raccolta fondi nel privato un indicatore di radicamento nella società civile. Più raramente, o con minor convinzione, si valutano le potenzialità educative che tali iniziative potrebbero sviluppare se condotte con un approccio proteso a sfruttare anche questi rapporti con la cittadinanza come occasioni di educazione allo sviluppo e di riflessione sulle scelte quotidianamente praticate anche dai meno addentro alle questioni delle povertà e delle miserie altrui.

La dimostrazione di ciò la si ritrova nei più recenti spot che alcune note associazioni diffondono sulle principali reti televisive ancora incentrati su immagini shoccanti difficilmente riconducibili a coerenza con quei codici che, sicuramente, le stesse associazioni hanno sottoscritto se non addirittura promosso. Immagini di bambini morenti, pance gonfie, scheletri umani viventi e quanto altro possa smuovere le emozioni e aprire i portamonete degli ascoltatori vengono tranquillamente utilizzate pur di raggiungere il risultato pecuniario che, in alcuni casi, viene anche preso come discrimine per la valutazione degli addetti ai lavori ingaggiati, non di rado pescando dal mondo for-profit. Per non parlare, poi, della natura di alcuni degli enti che si propongono in questo campo: impunemente, con artefici istituzionali di dubbia trasparenza e con la compiacenza delle istituzioni pubbliche competenti, al fianco dei soggetti tradizionali della società civile e del non governativo, enti di fatto intergovernativi occupano gli stessi spazi e si rivolgono ai medesimi donatori giocando sulla ingenua ed incolpevole superficialità di quanti spesso criticano per gli insopportabili sprechi di denaro e le ricusate inefficienze delle case madri di queste realtà, ma al contempo non esitano a versare il loro obolo  mossi a compassione e commozione da un “sapiente” utilizzo degli strumenti comunicativi.

Non penso utile lanciarsi, come ancora di recente proposto, in ulteriori elaborazioni di codici etici spendendo e spandendo preziose risorse umane ed economiche. Il non profit ha già molto investito in simili esercizi dotandosi in abbondanza di strumenti utili e di buona fattura. Piuttosto che fornire ulteriori alibi ad operatori incoerenti e magari dare lavoro a qualche sedicente esperto di settore, sarebbe più interessante promuovere una onesta valutazione delle campagne di raccolta fondi sin qui e ancora oggi promosse e di una conseguente poderosa iniziativa condivisa di informazione dell’opinione pubblica in nome di una maggior responsabilizzazione e di una crescente consapevolezza dei singoli cittadini-donatori. Anche e soprattutto di quelli sotto effetto doping da buonismo natalizio.

(articolo pubblicato su Vita.it)

Accordi indispensabilmente inutili

La notizia del raggiunto accordo tra i Governi dei paesi ONU sui nuovi Obiettivi di Sviluppo del Millennio, è di certo propiziatoria di un’auspicata quanto necessaria inversione di rotta nel lungo cammino per sconfiggere fame e povertà. Da decenni, infatti, la comunità internazionale si dice pronta e volonterosa di eliminare dalla faccia del pianeta miseria, fame, malattie e quant’altro impedisce il godimento dei diritti umani più fondamentali a un quinto dell’umanità, perlopiù concentrata nei Paesi impoveriti dei Sud del mondo. Purtroppo, ancora oggi gli indicatori registrati dagli istituti e dagli organismi internazionali segnano drammaticamente quanto ancora tutto ciò resti relegato nell’ambito delle buone intenzioni piuttosto che nei dati di fatto.

Tuttavia, dichiarazioni di impegno e accordi formalmente siglati restano passi indispensabili almeno nella misura in cui costituiscono punti di riferimento e stelle polari ai quali tendere e nei confronti dei quali richiamare alla responsabilità i troppi evasori delle regole comunemente fissate. Non sarebbe possibile, in assenza di questi, esercitare la pressione con la quale sin dall’inizio di questa sfida la società civile internazionale interviene nelle assise globali giocando il proprio ruolo di coscienza critica e di avvocatura dei più deboli, né assistere alla lenta ma progressiva presa di coscienza della opinione pubblica nei confronti delle condivise responsabilità dei destini dell’umanità. Non va infatti sottostimato il fatto che anche l’accordo raggiunto sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile qualche giorno fa a New York e che verrà formalmente adottato nella Assemblea Generale Onu di fine settembre preveda l’adesione degli Stati membri “su base volontaria”. Come dire, cioè, che la loro applicazione e la coerenza politica con quanto previsto dal Piano di azione relativo sarà ancora una volta lasciato alla buona volontà o alla discrezione dei Governi nazionali dei singoli Paesi. Così come non si può sottovalutare l’importanza che su un altro fronte caldo dei negoziati globali, quello relativo alla lotta ai cambiamenti climatici che vedrà un qualche epilogo nella Conferenza parigina di dicembre di quest’anno, hanno segnato i recenti pronunciamenti del Presidente Obama impegnatosi a ridurre l’impatto inquinante degli USA del 30% da qui al 2030. Certo, ancora una volta solo una beata ingenuità potrebbe portare a non ricordare come tali importanti e dolorosi impegni vengano assunti alla fine del secondo mandato presidenziale del Presidente statunitense, ovvero in un periodo vissuto in assenza di pressione per un rinnovo elettorale, eppure anche in questo caso ritengo decisivo il passo compiuto da Washington non fosse altro che per l’eredità e la conseguente pressione che eserciterà su chi nei prossimi anni siederà alla Casa Bianca.

Questo 2015 sarà ricordato come un anno decisivo per la comunità internazionale e per il futuro del pianeta. Vedremo se lo sarà per aver segnato un cambio di paradigma e una nuova direzione assunta dai decisori politici globali oppure se non andrà che allungare la lunghissima lista di date ricordate dalla storia delle relazioni e della cooperazione internazionale come occasioni perse e quali manifestazione della immutabile prevalenza degli interessi immediati e particolari sui diritti umani e la giustizia globale.