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2015: Anno Europeo per lo Sviluppo

Con la delibera del 16 aprile 2014 il Parlamento e il Consiglio europei hanno dichiarato il 2015 “Anno per lo Sviluppo”. Ora, il percorso di preparazione delle attività si apre ai contributi degli stakeholder chiamati a partecipare al “gruppo di lavoro pubblico” del quale possono far parte rappresentanti degli Stati membri, delle Organizzazioni internazionali, delle Organizzazioni di Società Civile, delle Università,degli Enti locali e del settore privato.

Nella prassi comune di intitolare ogni anno ad un tema specifico, la volontà delle istituzioni comunitarie, opportunamente stimolate nei mesi passati da CONCORD – la Confederazione delle ONG di sviluppo europee – di richiamare l’attenzione e la mobilitazione sulle tematiche dello sviluppo e della cooperazione internazionale si riassume nei tre grandi obiettivi posti a questa iniziativa:  informare i cittadini europei sulle attività di cooperazione allo sviluppo della UE e dei suoi Stati membri; rafforzare il coinvolgimento, il pensiero critico e l’interesse attivo dei cittadini nelle attività di cooperazione; raggiungere la consapevolezza dei vantaggi della cooperazione allo sviluppo.

Lo slogan ufficiale scelto è “Our world, our dignity, our future” (il nostro mondo, la nostra dignità, il nostro futuro) è di grande efficacia e, almeno sulla carta, lascia ben intravvedere gli assi portanti di una cooperazione orientata, certo, a instaurare una maggior giustizia sociale globale, ma anche caratterizzata da un interesse e un tornaconto indispensabile anche per la stessa Europa e i suoi cittadini. Fare cooperazione, lo andiamo dicendo da tempo, ha come scopo lottare contro le povertà e le ingiustizie, ma contemporaneamente diventa sempre più una necessità impellente per i Paesi donatori al fine di garantire loro un futuro pacifico, vivibile e sostenibile.

Nell’anno in cui si dovranno rimpiazzare Obiettivi di Sviluppo del Millennio, in scadenza nel 2015, risulta quanto mai opportuna la scelta fatta da Bruxelles di sottolineare la centralità della cooperazione e della lotta alla povertà nelle politiche e nella vita dell’Europa. Sono buoni motivi per contribuire e partecipare attivamente alla miglior riuscita dell’iniziativa e un obiettivo non secondario, lo vogliamo sperare, per il semestre di Presidenza italiana che avrà tra i suoi compiti la buona preparazione delle attività previste e programmabili per il prossimo anno.

Negoziato SDGs: priorità di impegno per le ONG

Con l’avvicinarsi della scadenza degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDGs) prevista per il 2015, le Nazioni Unite lo scorso 2 giugno hanno presentato la Bozza negoziale per la definizione degli impegni da assumere per il cosiddetto post-2015. Sono 17 i nuovi Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals – SDGs) proposti con la “Zero Draft” resa pubblica a Palazzo di vetro dal “Gruppo di Lavoro Aperto” che nei mesi scorsi ha elaborato la bozza di testo che ora passa alla discussione degli Stati membri ONU e ai commenti, alle integrazioni e suggerimenti delle tante Organizzazioni di Società Civile che seguono questo percorso. Decisiva sarà l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che si terrà in autunno a New York, ma, come noto, a tal fine conterà molto l’impegno e il lavoro che si svolgerà in questi prossimi mesi soprattutto nelle varie sessioni negoziali nelle quali la società civile sarà consultata.

Alla presentazione della Zero Draft si sono registrati alcuni primi commenti decisamente più positivi rispetto a quelli che 14 anni fa caratterizzarono la presentazione della Bozza relativa agli Obiettivi per il 2015. Allora, infatti, la modesta ambizione degli impegni e, soprattutto, l’assenza di ogni riferimento alle cause profonde della fame e della povertà avevano immediatamente suscitato le reazioni di una buona parte della società civile e dello stesso Special Rapporteur per il diritto al cibo Olivier de Schutter. Fortunatamente la Bozza proposta per i nuovi SDGs , sembrerebbe aver recepito quelle critiche. Così, ad esempio, la lotta alla fame viene finalmente orientata alla totale eradicazione di questo persistente scandalo non accontentandosi più del suo solo dimezzamento considerando a tal fine decisivo sostenere i piccoli produttori agricoli di tutto il pianeta, incrementare gli aiuti internazionali e gli investimenti in agricoltura drammaticamente calati negli ultimi anni. Ancora nel 2012, la tendenza decrescente delle risorse destinate al comparto agricolo è ulteriormente calata, in termini reali, del 4%.

A questo primo positivo passo in avanti, però, occorre rapidamente aggiungere ciò che uno dei Direttori Aggiunti della FAO, Jomo Sundaram, ha riconosciuto come la sfida più importante: l’introduzione di indicatori facilmente misurabili nel tempo per evitare che, come per gli MDGs, l’efficacia delle azioni per il raggiungimento dei nuovi Obiettivi sia interpretabile soggettivamente e lasci di nuovo il passo alla retorica positivista del disimpegno degli Stati.

Il coinvolgimento della società civile nelle prossime tappe del percorso sarà decisivo. La Zero draft lo fortunatamente lo prevede. Da oggi in poi, cogliere questa opportunità uscendo dal ripiegamento nell’affannosa ricerca di risorse deve essere tra le priorità di lavoro di tutte le ONG.

(articolo pubblicato su Vita.it)

Lo 0,7% resta l’obiettivo.

Da qualche tempo in qua, anche  tra gli operatori della cooperazione internazionale l‘obiettivo dello stanziamento dello 0,7% del PIL per la cooperazione allo sviluppo incontra lo scetticismo dettato dalla carenza generale di risorse e dalla cultura della spending review indotte dalla crisi economica corrente. Eppure, altri Governi hanno dimostrato che ancora oggi, nonostante tutto, questo traguardo è assolutamente raggiungibile meritando così di essere riconfermato.

Vale la pena qui ricordare che la percentuale dello 0,7 è stata ancora recentemente confermata come la quantità di risorse necessaria per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio da autorevolissime istituzioni internazionali come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. La stima, è risaputo, si basa sul calcolo delle ricchezze prodotte dai Paesi industrializzati alle quali oggi si vanno ad aggiungere quelle stanziate dalle economie emergenti di Paesi che sono passati da “beneficiari” a donatori. Un ammontare complessivo che nel 2013 ha portato la comunità internazionale nel suo insieme a rendere disponibili sotto forma di Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS) 134,5 miliardi di dollari.

E’ anche noto come l’Italia, da vent’anni in qua, sia tra i Paesi con le peggiori performance e con tendenze decrescenti.  Dal ’92, infatti, gli stanziamenti definite con le annuali “finanziarie” hanno manifestato tagli poderosi a fronte di qualche timido segnale di inversione di tendenza finito poi in bolla di sapone. Anche in questi ultimi anni, le cose non sono cambiate: dal 2008 al 2012 gli Aiuti italiani sono scesi da 4,86 a 2,87 miliardi di dollari che tradotto in termini percentuali corrispondono rispettivamente allo 0,22 e allo 0,14%.

Tutti i Governi sin qui incontrati sul tema, hanno immancabilmente riproposto la stessa posizione: vorremmo fare di più, ma con la crisi in corso non ci è  possibile. Spesso, poi, non tralasciando di evocare ricatti moralistici e presunte guerre tra poveri che ipotizzavano soluzioni diverse solo a condizione di tagliare qualche altra spesa sociale riservata alle fasce deboli del nostro Paese.

Eppure, altri Paesi della Unione Europea hanno recentemente dimostrato come la crisi non sia elemento determinante per una intensa attività di cooperazione . Oltre ai virtuosi Paesi del Nord Europa, ormai noti per aver da tempo raggiunto e superato la soglia dello 0,7%, la Gran Bretagna, ad esempio, lo scorso anno ha incrementato l’APS sino a raggiungere la percentuale dello 0,72% del suo PIL; la Francia, ancora, ha fatto registrare il record di allocazioni portando la cifra complessiva dell’APS a 7,8 miliardi di dollari – tre volte più dell’Italia; e addirittura, Paesi non certo più floridi del nostro, come ad esempio la Turchia, ci hanno surclassato mettendo a disposizione budget superiori a quelli decisi a Roma. 

Sono dati che vogliamo riportare all’attenzione del Governo Renzi mentre sta declinando il suo programma economico; al Viceministro Pistelli, riconfermato nella sua carica e nel pieno del suo impegno per la riforma e il rilancio della cooperazione italiana. Ma soprattutto, li vogliamo ricordare anche alle ONG e agli altri attori della cooperazione nazionale: forse un po’ più di grinta e un po’ meno di accondiscendenza gioverebbero a ridare fiato ad una cooperazione allo sviluppo che da troppo tempo fa i conti con una scandalosa ristrettezza di risorse economiche stanziate.

Riforma della 49: in fretta, ma……

La riforma della Legge 49 sulla cooperazione internazionale sembra, finalmente, entrare nel vivo del dibattito parlamentare. Ancora una volta, dopo oltre vent’anni di tentativi andati falliti, il Parlamento è chiamato ad esprimersi in merito ad un nuovo testo di legge questa volta presentato dal Governo. Non che manchino altre proposte, compresa quella elaborata dal Movimento 5 Stelle, né che facciano difetto gli emendamenti presentati dalle varie forze politiche (alla scadenza della data d presentazione degli stessi ne sono stati registrati ben 600), tuttavia la determinazione del Vice ministro in carica Lapo Pistelli potrebbe facilitare il risultato positivo del necessario percorso.

La forca caudina alla quale penso ci si trova di fronte riguarda la difficile scelta tra la rapida approvazione di un nuovo testo che, emendandolo,  ponga rimedio alle ormai conclamate vetustà della 49 – la scelta  adottata dalla proposta governativa – o la ricerca di un impianto radicalmente innovativo che tenga conto di falle strutturali e cause sistemiche della povertà proponendo un nuovo paradigma di sviluppo.  Su tutte, ne vogliamo citare due tra quelle alla radice della maggior parte dell’impoverimento imposto ai Paesi dei Sud del mondo e alle loro rispettive popolazioni: l’indispensabile riforma del sistema monetario e della architettura finanziaria internazionali, e la disponibilità di risorse economiche messe a disposizione per l’Aiuto allo sviluppo. Lo facciamo preoccupati della totale non considerazione da esse ricevute sia a livello di comunità internazionale, sia per quanto riguarda il Governo Renzi e la proposta di riforma presentata in Parlamento.

Le speculazioni finanziarie, forti della totale deregulation di questo settore al di fuori di ogni controllo e di qualunque imposizione fiscale, restano uno tra i maggiori ostacoli per la sostenibilità dei risultati conseguiti, con esiti alterni e con velocità discutibili, dai Paesi poveri. Spesso, come dimostrato in occasione delle crisi alimentari degli ultimi anni, gli sforzi della difficile ripresa delle fasce e dei Paesi più vulnerabili vengono vanificate da operazioni finanziarie che, sebbene del tutto estranee ed esterne agli attori di settore, rifanno precipitare le economie locali nel baratro più profondo e le persone più povere nella più cieca disperazione. Ignorare i problemi di governance o volutamente lasciare lo statu quo nella finanza globale significa perpetrare una logica, più o meno consapevole, del peggior assistenzialismo o della miglior filantropia caritatevole.

In seconda battuta, gli esiti di qualunque legge di cooperazione sono strettamente vincolati alla quantità di risorse economiche stanziate e alla valutazione del loro utilizzo. Spesso presentata come visione retrograda, la questione dell’ammontare dei fondi destinati alla cooperazione resta a mio avviso fattore determinante. Lo dovrebbero ricordare i leader della comunità internazionale ripensando a come all’approvazione degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio si ritenne indispensabile aggiungere l’ottavo obiettivo – quello del partenariato globale per lo sviluppo – convintisi, ancorché in extremis, della improponibilità degli Obiettivi senza che ai Paesi poveri fossero garantiti adeguati mezzi economici “esterni” per il loro conseguimento. Lo dovrebbero altresì ricordare gli attuali esponenti del nostro Governo già testimoni, sebbene in altre vesti, del discredito e dell’impossibilità operativa derivata in passato dalla continua decurtazione dei fondi stanziati per l’Aiuto Pubblico allo Sviluppo e del sostanziale fallimento del coinvolgimento del settore privato nel finanziamento della cooperazione pubblica. Il fatto che nel programma di economia e finanza del governo Renzi si parli genericamente di aumentare gli stanziamenti per la cooperazione senza però fornire una quantificazione e una pianificazione temporale non ci pare di buon auspicio.

Sono consapevole dei rischi connaturati con la speranza della “gallina domani”. A volte però, mi permetto di ricordarlo al Vice Ministro Pistelli, “l’uovo oggi” è un appagamento altrettanto non privo di rischi. Soprattutto per chi senza radicali cambiamenti non dispone di uova e abbandona la speranza della gallina.