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E la FIAT se ne va

La notizia è su tutti i principali media: la nuova società nata dalla fusione tra FIAT e Chrysler – Fiat Chrysler Automobiles – porta la propria sede in Olanda, i propri capitali in Gran Bretagna e i propri invertsimenti finanziari in USA.

I tentativi rassicuranti del premier Letta, che ha dichiarato come sia secondaria la collocazione della sede quanto il mantenimento dei posti di lavoro in Italia, mi lasciano al quanto perplesso. Pur vero nella sua ovvietà, ciò che mi risulta incomprensibile è come sia ammissibile che una società del calibro di FIAT che per anni ha goduto di privilegi, di sussidi, di agevolazioni e di politiche favorevoli pagate a caro prezzo dagli italiani, e soprattutto dagli operai nostri conncazionali, possa tranquillamente optare per allocare il doveroso contributo fiscale ad un altro Stato.

Nel migliore stile della delocalizzazione, anche la nostra impresa “statale” per eccellenza segue la vena aurifera più redditizia per massimizzare i propri profitti e guadagni. Certo, lo ribadisco, almeno per ora è fondamentale che i posti di lavoro negli stabilimenti italiani siano conservati, altre imprese non hanno esitato a trasferire anche i processi produttivi laddove il costo della mano d’opera è più vantaggioso per i proprietari, ovviamente. Ma gli sforzi sopportati dal nostro Paese e dalle tasche degli italiani per intervenire a più riprese nel sostegno e nel vero e proprio salvataggio della nostra principale azienda automobilistica meriterebbero almeno una maggior riconoscenza. Senza la quale, ci si augurerebbe, lo Stato dovrebbe prendere provvedimenti a tutela degli interessi dei propri cittadini.

Il grande Marchionne, presunto deus ex machina, si dimostra ancora una volta più che della patria salvatore della famiglia Agnelli.

Marchionne: ma allora è ricatto !

In occasione del referendum sui nuovi termini del contratto FIAT tenutosi a gennaio, sono stato tra coloro i quali ritenevano il male minore accettare le condizioni imposte dall’Amministratore delegato Sergio Marchionne. Ritenevo, seppur non senza dubbi, le deroghe al contratto nazionale con i conseguenti indebolimenti oggettivi dei diritti dei lavoratori un’amara medicina da ingoiare alla luce della situazione produttiva dell’azienda automobilistica di Torino e date le condizioni unilateralmente definite dall’A.D., prime fra tutte la minaccia di spostare gli stabilimenti fuori dall’Italia causando ulteriori aggravamenti della già tragica situazione della disoccupazione del nostro Paese. Mi preme però precisare che, al contempo, ritenevo importante la campagna condotta da FIOM e CGIL la quale, ancor più alla luce del margine risicato con cui ha prevalso il fronte del “SI”, è stata una contromossa indispensabile a salvaguardare una tensione, nel senso positivo del termine, utile in casi come questi ad evitare pericolose derive unilaterali. Le democrazie impongono una considerazione particolare delle minoranze, tanto più quando si tratta di individuare il difficile equilibrio tra interessi e diritti e allorché le minoranze sono, come nel caso FIAT, numericamente alquanto significative.

Devo dire che in queste ore, dopo le ultime dichiarazioni di Marchionne con le quali torna a minacciare lo spostamento degli stabilimenti della FIAT negli USA, questa volta con la motivazione della possibile fusione nei prossimi due o tre anni con Chrysler, mi viene forte la tentazione di ricredermi e riconoscere l’illusione di aver creduto le parole di Marchionne quelle di un galantuomo. Osannato come il salvatore della patria, preso ad esempio come il profeta dei nuovi modelli produttivi, citato come il vate dei nuovi criteri relazionali tra datori di lavoro e dipendenti Marchionne si deve essere montato la testa, o più semplicemente deve aver rimosso ogni pudore nel manifestare la sua presunzione di onnipotenza. Che fosse su questa strada, lo avevo già dubitato scrivendo su questo mio sito qualche mese orsono. Ma che potesse così in fretta e così a ridosso del referendum che tanto ha diviso gli italiani e messo alla prova le singole coscienze mi pare sinceramente fuori da ogni giustificazione. Il solo mettere in questione le rassicurazioni date alla vigilia della consultazione per convincere dell’ineluttabilità delle scelte operate “per il bene degli stessi operai” a distanza di 15 giorni di un referendum che, vale la pena ribadirlo, si è concluso con uno scarto di soli 4 punti percentuali è sfottente, strafottente e ricattatorio. Simili atteggiamenti rischiano di allontanare ogni possibilità di quella tanto invocata corresponsabilità a tutti richiesta per superare questo grave momento di crisi che non può ancora una volta gravare prevalentemente su chi è debole e vulnerabile.

“La cicala e la formica”…e il pavone

Qualche giorno fa, la mia attenzione e riflessione sono state sollecitate dalla lettura di due articoli dello stesso quotidiano: La Repubblica del 24 novembre. Nel primo, ben in evidenza nella primissime pagine, la visita di Sergio Marchionne negli USA; nel secondo, relegato nella “cronaca di Milano”, un’intervista a Augusto Contini. Se l’Amministratore delegato della FIAT non ha certo bisogno di presentazioni, citare il Contini necessita un complemento di informazione. Augusto Contini è uno dei 700 operai della fabbrica OM di via Pompeo Leoni a Milano ancora oggi vivi, ma non altrettanto “vegeti”. Essi, infatti, sono quegli operai “fortunati”, sopravvissuti all’amianto di cui “erano pieni i carrelli” che circolavano in fabbrica, e del quale  “non hanno mai capito che faceva male” salvo apprenderlo da un pneumologo 28 anni dopo: quando chi l’ha scampata è giunto alla pensione. Oggi Augusto Contini sopravvive grazie alla bombola di ossigeno che lo accompagna ovunque. Molti dei suoi compagni sono morti prima, uccisi dalla silicosi da amianto per cui il pm Maurizio Ascione ha aperto un’indagine per identificare eventuali responsabilità della FIAT OM, oggi IVECO. Quello stesso Gruppo industriale di cui Marchionne è Amministratore Delegato e “salvatore” messianico. Dagli stabilimenti negli Stati Uniti, recentemente acquisiti dal Gruppo FIAT, sostenuto dal Presidente Obama con pacche sulle spalle, lodi sperticate e ringraziamenti per aver salvato l’industria automobilistica degli “states”, Marchionne ha apostrofato gli italiani di essere solo capaci di “fare chiacchere”, mentre oltreoceano si può operare a ritmi serrati con decisionismo ed efficacia. Senz’altro avrà ragione. In molti casi ha certamente ragione. Ma facendo simili affermazioni non si dovrebbe dimenticare che mentre il Contini, ha parlato e denunciato una responsabilità enorme dei predecessori di Marchionne, chi si trincera dietro il silenzio sono gli attuali colleghi del super manager. I quali, sollecitati dal p.m., si sono allineati dietro un “non essere in grado di fornire notizie circa l’attività svolta all’epoca (della OM n.d.r.) dato il lungo tempo trascorso”. E ancora senza dimenticare che chi è accusato di non parlare, che evidentemente per Marchionne non erano i dirigenti a lui sottoposti, ha sborsato miliardi di Euro, tra incentivi e finanziamenti, per salvare la FIAT dalle varie crisi economiche e produttive degli ultimi trent’anni senza i quali nemmeno “Superman” avrebbe avuto la meglio. Aiuti e finanziamenti che il Contini non ha ancora visto a risarcimento dei danni e dei drammi subiti e per i quali “non si aspetta niente .. Perché non sarà mai riconosciuto il diritto di una persona che ha contribuito un po’ al benessere di questo Paese”.  “Chissà” – mi sono detto al termine delle due letture – “se Esopo concorderebbe sulla necessità di rivedere la favola della cicala e della formica per attualizzarne la morale e inserirvi un nuovo attore: il pavone”.