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Clima: l’Italia deve fare la sua parte

Il prossimo 4 novembre l’Accordo di Parigi, ovvero il protocollo adottato il 12 dicembre 2015 nel corso dell’ultima Conferenza ONU sui cambiamenti climatici, entrerà in vigore. Un passo determinante per affrontare una delle maggiori emergenze dell’umanità compiuto con rimarchevole celerità dalla comunità internazionale che, a differenza dei tempi resisi necessari per l’entrata in vigore del precedente Accordo, il Protocollo di Kyoto adottato dopo 8 anni dalla sua firma, questa volta ha impiegato solo 10 mesi.

Gli ambiziosi quanto necessari obiettivi fissati a Parigi prevedono il contenimento dell’innalzamento della temperatura al di sotto dei 1,5 gradi centigradi e di stanziare 100 miliardi di dollari, ai sensi del Green Climate Fund,  per consentire ai Paesi poveri di adattare adeguatamente le proprie condizioni produttive e consumeristiche. Ad oggi sono 72 i Governi che hanno ratificato l’Accordo di Parigi, ben oltre i 55 ritenuti necessari dalle normative ONU, che nel loro insieme sono responsabili del 58% delle emissioni inquinanti globali, il 3% in più della soglia minima richiesta.

Tuttavia, alla bella notizia si associano alcune preoccupazioni. In primis il fatto che la quasi totalità dei governi aderenti dovranno andare ben al di la degli obiettivi sin qui fissati a livello nazionale per realizzare le trasformazioni necessarie. Poi, rimane la sfida del convincimento e del coinvolgimento dei Paesi ancora assenti all’appello. Infatti,  il grande risultato di poter contare sulla ratifica da parte di “grandi inquinatori” come Cina, India e USA, l’impegno colossale che attende il mondo intero deve essere condiviso, con responsabilità diversificate, da parte di tutti i governi. Infine, per quanto ci riguarda da vicino, l’Italia anche in questo caso non ha brillato per sollecitudine.

Solamente lo scorso 4 ottobre il Consiglio dei Ministri ha approvato un disegno di legge con il quale si promuove la ratifica del nostro Paese e contemporaneamente lo stanziamento di 150 milioni di Euro quale contributo alla prima capitalizzazione del Green Climate Fund: 50 all’anno per il 2016, ’17, e ‘18 che vanno ad aggiungersi ai 50 già versati. Finalmente un passo alquanto atteso da parte del Governo Renzi, tuttavia non sufficiente. Come noto, infatti, ai sensi dei regolamenti UE questo tipo di accordi internazionali richiedono l’approvazione da parte di ogni singolo Parlamento nazionale: di conseguenza, per la definitiva adesione italiana la palla passa ora alle aule parlamentari. Sebbene i nostri parlamentari europei della Lega abbiano votato contro la ratifica dell’Accordo di Parigi in sede comunitaria, e nonostante l’avvallo parlamentare non dovrebbe riservare sorprese, qualche problema potrebbe porlo la prossima scadenza referendaria del 4 dicembre. Per questo le organizzazioni ambientaliste attive nel nostro paese, stanno facendo pressione affinché l’Italia, che già si presenterà “inadempiente” alla prossima Conferenza sul Clima che si svolgerà a Marrakech i prossimi 7 – 18 novembre, recuperi rapidamente il terreno perso e sia così in grado di presentare un adeguato “piano di de carbonizzazione” entro i termini stabiliti per i l 2018.

E nel 2018, meglio ricordarlo già da oggi, salvo imprevisti nel nostro Paese vi saranno le elezioni politiche per le quali auspicabilmente, i programmi di lotta ai cambiamenti climatici saranno annoverate tra le dirimenti per le scelte degli italiani.

(articolo pubblicato su Repubblica.it)

Spreco di cibo: tra buone pratiche e obblighi

Tra le numerose iniziative che, come d’abitudine ogni fine anno, si organizzano per premiare cittadini esemplari distintisi nel corso degli ultimi dodici mesi, quest’anno risalta sicuramente il premio di “cittadini dell’anno” assegnato a Napoli ai titolari del supermercato alimentare Briò. La motivazione? Un supermercato che devolve gli alimenti ancora edibili ed invenduti in beneficienza per associazioni e mense per i poveri.

Una pratica che dovrebbe essere largamente adottata, oltre che gli ovvi motivi etici, quale mezzo prioritario per lottare contro lo scandalo dell’enorme spreco di cibo non a caso considerato dalla FAO tra le principali cause della permanente fame nel mondo. I dati sono a dir poco impressionanti: nel mondo vengono sprecate 1,3 miliardi di tonnellate di cibo all’anno; in Europa sono ben 90 milioni le tonnellate di alimenti sprecati; ogni cittadino statunitense getta nella spazzatura i 2/3 del fabbisogno calorico di una persona, e in Italia mediamente si calcola che lo spreco si aggira tra 100 e 200 Kg procapite. Le responsabilità di questa cattiva pratica, vanno certo distribuite proporzionalmente lungo la filiera alimentare. Così EUROSTAT calcola che in Europa gli sprechi sono da attribuirsi per il 5% alla distribuzione, 14% alla ristorazione, 39% alla produzione e 42% al consumo casalingo.

Da qui, finalmente, sono moltissime le campagne di solidarietà, di sensibilizzazione ed educazione per un uso più responsabile del cibo, ma sempre più numerose sono anche le iniziative legislative che impongono comportamenti più corretti ai vari soggetti implicati nella filiera alimentare. In Italia, lo scorso aprile i deputati Maria Chiara Gadda e Massimo Fiorio, Pd hanno promosso “una legge per limitare gli sprechi, utilizzare consapevolmente le risorse e promuovere la sostenibilità ambientale”; nella Regione Campania, Francesco Emilio Borrelli, consigliere regionale e presidente del gruppo consiliare Campania libera, Psi e Davvero Verdi, è promotore di un analogo disegno di legge contro lo spreco alimentare. Sono iniziative che prendono spunto dall’esempio più avanzato rappresentato dalla Legge nazionale approvata a maggio 2015 dall’Assemblea Nazionale francese che impone a tutti i supermercati con metratura superiore ai 400 mq. di devolvere il cibo ancora edibile in beneficienza mediante stipula di accordi con associazioni ed enti impegnati nel sostegno di poveri e bisognosi. Anche se immediatamente contestata da alcune associazioni di categoria, sostenendo l’inefficacia del provvedimento dovuto alla bassa percentuale di cibo sprecato nella fase di vendita al consumo, riteniamo che il Parlamento francese abbia in questo caso optato per la strada forse più impopolare, ma sicuramente più corretta.

L’esempio del supermercato Briò e dei tanti esercenti che già oggi, senza bisogno di attendere normative specifiche, agiscono in questa direzione dovrebbe bastare per indurre maggiore responsabilità e contagiare la coscienza di ogni cittadino. In ballo, infatti, resta la vita di 1 miliardo di persone che soffrono quotidianamente la fame. Tuttavia, realisticamente ragionando, l’auspicio è che iniziative come quella francese siano diffusamente riprodotte con rapidità da tutti i decisori politici mondiali. Ovviamente sperando che tra i primi ci siano i nostri governanti nazionali.

(articolo pubblicato su Repubblica.it)

 

Cinque per mille: una buona notizia con qualche neo

Dopo anni di insistente richiesta delle rappresentanze del terzo settore italiano, finalmente il Governo Monti ha deliberato la stabilizzazione del “cinque per mille”. Istituito nel 2006, questo strumento di vera sussidiarietà, ad oggi è già stato utilizzato da oltre 15 milioni di italiani che in questi sei anni hanno significativamente contribuito al sostentamento degli innumerevoli servizi ed attività che le associazioni no profit gestiscono in favore dei cittadini più bisognosi e per il bene comune dell’Italia.

Una buona notizia, dunque, tuttavia ancora macchiata da qualche neo che ancora si attende venga definitivamente rimosso dall’Esecutivo in carica. Innanzitutto, la salvaguardia del diritto di libera scelta dei contribuenti: nulla, infatti, deve compromettere o limitare la possibilità degli italiani di scegliere a quali dei numerosissimi soggetti ammessi destinare i proventi derivanti da questo istituto. In secondo luogo, eliminando, o almeno innalzando significativamente, il “tetto” di copertura finanziaria ancora oggi fissato ad un livello decisamente inferiore al gettito potenzialmente raggiungibile (per il 2012 la legge di stabilità lo ha nuovamente stabilito in 400 milioni di Euro). Terzo, riprecisando e limitando i criteri di accesso degli enti ed associazioni al fine di discernere con maggior puntualità le categorie e i soggetti realmente compatibili con le finalità e gli obiettivi voluti dal legislatore e espellere le non poche realtà oggi beneficiarie che poco hanno a vedere con essi.

Sono misure e decisioni che molto contribuirebbero a rendere ancora più efficace il “cinque per mille” dando ad esso più trasparenza e maggior efficienza. Certo che se oltre a ciò l’Agenzia per le Entrate provvedesse a rispettare quanto previsto per legge con il DPCM del 23 aprile 2010, che impone la pubblicazione degli elenchi dei soggetti ammessi e di quelli esclusi per l’anno 2010 comprensivi delle scelte fatte e dei relativi importi devoluti, si potrebbe coronare il plauso alle istituzioni del nostro Paese. Un anno di ritardo, infatti, ci pare oltre ogni limite di accettabilità della fisiologica inadempienza della burocrazia italiana.

(articolo pubblicato su Repubblica.it)

Statuto Europeo per Associazioni, Fondazioni e Società Mutualistiche: IL TEMPO E’ ORA

Nei primi due mesi di questo nuovo anno, le associazioni di volontariato, le ONG e le organizzazioni di terzo settore sono chiamate ad una mobilitazione affinché il Parlamento europeo completi il lungo percorso per all’adozione dello “Statuto di Associazione europea”.  Già nel 1984 il Parlamento di Strasburgo approvò una Risoluzione che incaricava la Commissione Europea di elaborare una prima bozza di questo strumento giuridico ritenuto giustamente utile a costruire una cittadinanza europea collettiva, oltre che individuale. Nove anni più tardi, nel 1993, la Commissione Europea presentò una “proposta emendata per un regolamento del Consiglio  sullo statuto per le associazioni europee” (Com 252 finale 31.08.1993) e solo da novembre dello scorso anno, dopo non poche fasi controverse, l’iter potrebbe giungere a compimento. Grazie all’iniziativa dei parlamentari Marc Tarabella (Alleanza Progressista Socialisti e Democratici, Belgio), Regina Bastos (Partito Popolare Europeo, Portogallo), Renate Weber (Alleanza Democratici e Liberali, Romania) Pascal Canfin (Verdi, Francia) e Marie-Christine Vergiat (Sinistra Unitaria Europea, Francia), infatti, il 10 novembre scorso è stata resa pubblica una Dichiarazione a sostegno dello Statuto che sarà posta all’attenzione delle sedute plenarie del Parlamento europeo del 17-20 gennaio 2011 a Bruxelles, del 2-3 febbraio a Strasburgo e del 14-17 febbraio a Strasburgo per sua sottoscrizione da parte dei Parlamentari. Per sollecitare tali adesioni, in Italia il Forum Nazionale del Terzo Settore e negli altri Paesi le principali rappresentanze dell’associazionismo hanno lanciato una campagna indirizzata a tutte le organizzazioni interessate a far pressione sugli europarlamentari dei rispettivi Paesi mediante l’invio di una lettera nella quale si illustrano le motivazioni che fanno ritenere tale statuto uno strumento necessario ad un più compiuto assetto comunitario. Dopo che rispettivamente nel 2001 e nel 2002 sono stati adottati gli statuti per l’impresa europea e per le cooperative europee, la promulgazione di uno statuto per le associazioni darebbe il dovuto riconoscimento politico alla legittimità e alla rilevanza della voce collettiva delle associazioni e delle ONG nel dialogo civile e per una democrazia europea più partecipativa, così come sancito dall’articolo 11 del Trattato di Lisbona.

(articolo pubblicato su Repubblica.it)