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Banca per lo sviluppo? Sì, e intanto …

La sollecitazione proposta da Emilio Ciarlo, Consigliere politico del Viceministro Lapo Pistelli con delega alla cooperazione internazionale, merita senza dubbio una reazione articolata e qualche contributo, doverosi per chi si occupa di cooperazione e per chi, come il sottoscritto, dopo anni di “terreno” oggi insegna tale materia all’Università.

Innanzitutto, mi rallegro del fatto che, contrariamente al passato, la questione della quantità delle risorse disponibili torna ad essere un problema avvertito e un obiettivo da ricollocare tra le priorità. Soprattutto per il nostro Paese per il quale la carenza di stanziamenti per la cooperazione internazionale resta uno dei maggiori ostacoli ad una adeguata credibilità nella comunità internazionale e ad un minimo di efficacia dei nostri interventi nei Paesi dei Sud del mondo. Del resto, ce lo ricorda anche il Presidente del Comitato OCSE – DAC il quale, presentando la Peer Review 2014, loda la “volontà politica” evidenziatasi in Italia per una ripresa delle attività di cooperazione, e al tempo stesso pone tra gli obiettivi del prossimo futuro per l’Italia l’incremento del volume delle risorse “che costituisce il solo modo per ottenere un impatto più incisivo degli aiuti”.

A Ciarlo e al ministro Pistelli, voglio assolutamente confermare la mia condivisione dell’urgenza di riforme politico-istituzionali e di innovazioni che segnino una discontinuità con il passato così come comunicare loro la consapevolezza che, finalmente, nel testo di riforma proposto se ne intravvedano chiari segni incoraggianti. Da sempre ho sostenuto la dannosità di una cooperazione filantropica e molto mi sono speso per evitare attività del tipo “obolo domenicale per sentirci più buoni col mondo”, come affermato dallo stesso Pistelli alla presentazione del rapporto OCSE. Per questo penso che, insieme alle strategie proposte dalla Farnesina per il coinvolgimento di tutti gli attori sensibili, la proposta di una Banca per lo Sviluppo italiana possa essere uno strumento interessante per avviare il Paese verso un “sistema Italia” nel quale pubblico e privato interagiscano virtuosamente per il rafforzamento e il miglioramento della cooperazione internazionale. Anni fa, quando alla Farnesina sedeva Massimo Dalema, con alcuni colleghi avevo presentato al Ministro la proposta di una struttura pubblico-privata quale primo tentativo di esplorare istituzionalmente questa nuova via di maggior e miglior coinvolgimento del profit nella cooperazione italiana. 

Ciò premesso, voglio contribuire al dibattito opportunamente apertosi ponendo due questioni che ritengo al quanto opportuno considerare.

La prima attiene alla convinzione che dietro la giusta idea di un sistema Paese attivo nella cooperazione internazionale si annidi uno dei maggiori rischi nei quali, in assenza di misure adeguate, si potrebbe malauguratamente incappare. Anche Nino Sergi, nel suo post in reazione a Ciarlo su questa testata, non cela alcune preoccupazioni in merito e ritiene indispensabile che il coinvolgimento del settore privato si basi su condizioni verificabili affinché “nel Dna delle imprese che partecipano ai programmi di sviluppo deve cioè entrare la primaria e ineludibile finalità dello sviluppo sostenibile e partecipato, del rapporto di partenariato e del massimo coinvolgimento dei partner, del reciproco interesse, dell’attenzione al vantaggio collettivo, al benessere sociale, alla tutela e valorizzazione dell’ambiente, alla salvaguardia dei diritti umani, alle pari opportunità, alla dignità della persona”. Condividendo, penso che in questo non ci aiuti l’interpretazione ormai consolidata della cosiddetta “responsabilità sociale d’impresa”. Un’interpretazione che, purtroppo, trova conferma recente nella Comunicazione appena presentata dalla Commissione Europea “A Stronger Role of the Private Sector in Achieving Inclusive and Sustainable Growth in Developing Countries”. Aver limitato la valutazione della responsabilità delle imprese alle sole azioni da queste ascritte alle azioni sociali e di cooperazione internazionale, senza cioè verificarle con l’insieme delle loro strategie produttive, non esclude la possibilità di totale incoerenza, per altro in diversi casi dimostrata, e rischia di riproiettare i loro interventi sociali proprio in una dimensione filantropica che si vuole contrastare. Il fatto che ancora di pensi che la valutazione di “idoneità” prevista per legge, e non completamente rimossa con la proposta di riforma, si applichi unicamente ai soggetti senza finalità di lucro la dice lunga in proposito. Le imprese, infatti, vengono ammesse ai finanziamenti solo in virtù di una valutazione delle azioni proposte e non di una considerazione complessiva del loro operato come al contrario di prevede per le ONG. Qualche mese orsono, insieme ad alcuni colleghi docenti universitari che come me si occupano di cooperazione, abbiamo consegnato al ministro Pistelli un documento per rifondare la cooperazione sulla logica del “diritto fondamentale allo sviluppo” riconosciuto dalle Nazioni Unite che, ovviamente, deve per noi concernere anche e soprattutto le imprese che si vogliono integrare nel “sistema Paese”.

La seconda riguarda i tempi. Non sono un esperto di banche, tuttavia penso che la costituzione di una Banca per lo Sviluppo non sia cosa di poco conto, ne percorso semplice e privo di detrattori. Chi ricorda l’esperienza della creazione di Banca Etica ne sa qualcosa. Concordo ancora con Nino Sergi circa l’opportunità di una soluzione “più adeguata ed immediatamente efficace”. Nino avanza l’ipotesi della creazione “di un  dipartimento indipendente di un’istituzione finanziaria a controllo pubblico già esistente e funzionante”. Essendo anch’io preoccupato della urgenza di adottare strumenti innovativi ed efficaci, nel mentre si finalizza la proposta della Banca per lo Sviluppo vorrei riproporre la rapida adozione di alcune tasse di scopo che, vale la pena ricordarlo, hanno finalità regolative, contribuiscono efficaemente alla promozione di uno sviluppo giusto e sostenibile, mobilitano ingenti risorse che devono essere inequivocabilmente destinate alle attività di lotta alla povertà e, cosa ancor più importante, trovano già depositate in Parlamento proposte di legge articolate che potrebbero essere rapidamente finalizzate. A partire dalla Tassa sulle speculazioni finanziarie (figlia della Tobin Tax) che tanto contribuiscono agli squilibri economici e alla fragilità dei sistemi di sviluppo di molti Paesi dei Sud fino alla tassa sulle emissioni di anidride carbonica (Carbon Tax) già adottata dal nostro Parlamento nel lontano 1998 e mai resa applicativa per volontà dei Governi da allora succedutisi.

Questi sarebbero atti meno complessi, altrettanto efficaci e rassicurerebbero ulteriormente circa la rinnovata volontà politica di ricollocare i binari della nostra cooperazione nell’alveo delle priorità e delle urgenze del nostro Paese. Dal Comitato OCSE – DAC ai molti italiani che, oggi come in passato, si adoperano per proporre misure concrete per una maggior giustizia sociale che trova nella regolamentazione della finanza internazionale una delle sacche di maggior resistenza e uno dei settori meno considerati nell’esercizio di coerenza politica cui la Farnesina oggi fa volonterosamente riferimento.

(articolo pubblicato su Vita.it)

Per una cooperazione fondata sui diritti

La riforma della Legge 49/87 trova oggi un ormai insperato riforire e, forse, incontra le condizioni favorevoli per un suo tanto atteso completamento. Con l’obiettivo di portare un nostro contributo originale al dibattito in corso, con alcuni amici e colleghi docenti universitari abbiamo elaborato un documento di riflessione inviato al Vice Ministro Lapo Pistelli, delegato per la cooperazione internazionale nel Governo Letta e confermato in tale carica nella squadra di Matteo Renzi.

Di seguito il testo completo di tale documento che, ci auguriamo, possa costituire un ulteriore strumento di rflessione e, ovviamente, di eventuali commenti e contributi.


PER UNA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE FONDATA SUL DIRITTO ALLA PACE

Da vent’anni a questa parte, Governo , Parlamento e realtà di società civile si adoperano per portare a termine una riforma della Legge di cooperazione internazionale (Legge 49/87). La necessità di rinnovare lo strumento legislativo che regola le attività di cooperazione internazionale del nostro Paese è unanimemente riconosciuto. Tuttavia,   le divergenze manifestate dagli attori coinvolti, altre volte i tempi istituzionali contratti dalla instabilità politica che ha caratterizzato la vita istituzionale del Paese negli ultimi anni, hanno sin qui impedito di conseguire tale obiettivo in maniera compiuta.

Pur nella diversità delle interpretazioni evidenziatesi e nella differenziazione delle soluzioni conseguentemente proposte, il dibattito ed il confronto in materia di cooperazione internazionale è stato principalmente focalizzato su alcune questioni senza dubbio di grande rilevanza. Così, la collocazione della competenza in materia di cooperazione all’interno dell’architettura istituzionale, la strutturazione gestionale e l’istituzione di una Agenzia, il ruolo del settore privato, la relazione tra settore pubblico e società civile, la soggettività del volontariato e la sua autenticità, o ancora la centralità del “progetto di sviluppo” nelle sue accezioni evolutive e con i miglioramenti teoretici ad esso apportati con le ultime Conferenze internazionali, sono alcune delle questioni che più hanno focalizzato l’attenzione e acceso il dibattito tra posizioni divergenti.

Affermando la nostra condivisione circa la rilevanza di tali nodi, quindi sottolineando la necessità che essi vengano quanto prima risolti in vista di una rapida approvazione di un nuovo testo di legge, riteniamo tuttavia di dover contribuire al processo di rifondazione della politica di cooperazione internazionale apportando elementi altri che ci derivano dal nostro impegno quotidiano di studiosi della materia, di docenti universitari e, altrettanto, di appassionati di giustizia e del destino dei poveri della terra.

Occuparci quotidianamente di tradurre i principi e le pratiche dello sviluppo e della cooperazione internazionale dentro processi formativi, ci ha definitivamente convinto della sovrabbondanza di produzione intellettuale offerta in materia. Ciononostante, la sua applicazione in una azione coerente e la sua traduzione in pratiche e strategie consuetudinarie lascia ancora oggi molto a desiderare.

Se non si può che riconoscere le cause di questa resistenza al cambiamento nei limiti imposti dalle mediazioni che impone l’agire di ognuno nelle sue rispettive responsabilità, riteniamo tuttavia che gli obiettivi di una cooperazione internazionale incisiva ed efficace nella lotta per una maggior giustizia sociale debbano essere rivisitati alla luce delle problematiche connesse con le “variabili internazionali sistemiche” che connotano profondamente lo scenario globale contemporaneo e le relazioni che in esso si sviluppano.

A nostro avviso, l’individuazione di una nuova politica di cooperazione internazionale non può prescindere dalla considerazione dei profondi mutamenti che hanno caratterizzato lo scenario internazionale negli ultimi decenni, e dal superamento della persistente cultura prepotentemente ancorata dentro il solco del cosiddetto “basic needs approach”. Infatti, la redistribuzione dei poteri e dei pesi all’interno della comunità internazionale sia sul piano statuale sia su quello degli attori privati e civili in gioco, l’inedita compenetrazione delle aggregazioni regionali createsi nei vari continenti con l’ordinamento giuridico e istituzionale delle organizzazioni sovrannazionali, in qualche modo anticipate dal percorso intrapreso dalla Unione Europea e dagli obiettivi da essa raggiunti nei suoi 60 anni di storia, e l’adozione di un più efficace paradigma di sviluppo fondato sui diritti umani fondamentali di ogni persona e comunità, precludono alla necessità di stabilire un rinnovato ordine mondiale per il quale occorre procedere ad una profonda “recapitulazione” che origini policies e strategie concrete in grado di incidere sulle diseguaglianze in essere ponendovi rimedio con efficacia e durabilità.

Il necessario rinnovamento degli strumenti giuridici, legislativi e operativi che questo mutato contesto impone, pur nella sua innovazione deve tuttavia mantenere i lineamenta in alcuni documenti fondativi del diritto internazionale. Tra questi, la Dichiarazione sul Diritto allo Sviluppo adottata dalle Nazioni Unite nel 1986, resta a nostro avviso il punto di riferimento  dal quale originare le necessarie scelte operative che nel tempo occorre declinare.  

Oggi, in questo impegnativo esercizio di contestualizzazione ci pare assumere particolare rilevanza la recente bozza di Dichiarazione delle Nazioni Unite sul “diritto alla pace” elaborata dal Gruppo di Lavoro intergovernativo nella sua sessione del 18-21 febbraio 2013 a Ginevra e presentata alla 23° sessione del  Consiglio Diritti Umani delle Nazioni Unite lo scorso mese di giugno.

La finalità con essa perseguita di innestare un diritto collettivo come quello “alla pace” all’interno dei diritti umani individuali rappresenta l’obiettivo più avanzato e contestualmente più adeguato per orientare le politiche  e le azioni di cooperazione internazionale. Nella bozza negoziale, infatti, il divieto della minaccia o dell’uso della forza, l’obiezione di coscienza al servizio militare, il diritto a manifestare per la pace, la responsabilità nell’ambito militare, il peacekeeping, la sicurezza umana, il diritto allo sviluppo, il diritto di resistere e opporsi all’occupazione coloniale straniera e alla dominazione dittatoriale, il diritto ad un ambiente sicuro, pulito e tranquillo in cui tutte le persone possono completamente godere dei loro diritti umani e delle libertà fondamentali sono gli elementi costitutivi di un rinnovato ordine mondiale che il diritto alla pace può varare e le attività di cooperazione dovrebbero veicolare.

Porre i diritti cosiddetti di “terza generazione” nello stesso alveo normativo dei diritti umani individuali fondamentali è la chiave di volta di un uovo paradigma di sviluppo che conduce alla determinazione dei principi e delle finalità di ogni politica di cooperazione internazionale, quindi, degli strumenti legislativi e normativi che ne inquadrano l’agire a livello governativo e della società civile.

E’ da queste convinzioni che scaturisce la nostra proposta, in primis rivolta al Governo in carica, volta a mobilitare le forze attive del nostro Paese perché l’Italia assuma la leadership nella comunità internazionale per la rapida adozione definitiva della Dichiarazione delle Nazioni Unite sul diritto alla pace e ad incidere nel dibattito nazionale per una rifondazione della politica di cooperazione allo sviluppo.

A tal fine, riteniamo che tra le prime azioni da intraprendere dal Governo potrebbero figurare:

·         inserire da subito nel “dialogo politico” che si svolge a livello delle Nazioni Unite il tema dei Diritti Umani per promuovere tra gli Stati membri una predisposizione positiva per la rapida adozione della bozza di Dichiarazione sul diritto alla pace promossa dal GdL intergovernativo del Consiglio Diritti Umani di Ginevra. A tal fine, il Governo deve farsi promotore di una Risoluzione dell’Assemblea Generale Nazioni Unite per una sua adozione nella sessione plenaria del 2015 in concomitanza con la scadenza degli OSM e l’adozione del processo cosiddetto “post 2015”;

·         promuovere a livello della Unione Europea l’elaborazione di “linee guida della cooperazione internazionale” ispirate alla affermazione dei diritti umani. A tal fine, il Governo deve farsi promotore dell’istituzione di un Gruppo di Lavoro intergovernativo aperto a personalità del mondo accademico e della società civile che, recependo quanto contenuto nel Trattato di Lisbona in merito al ruolo della UE e dei suoi Stati membri in materia di diritti umani e di cooperazione internazionale, si faccia carico della stesura di una bozza di “Comunicazione” da avviare all’iter di approvazione del Consiglio europeo;

·         adottare, nelle posizioni assunte all’interno del dibattito in corso per la riforma della Legge 49/87 e negli atti il Governo promulgherà in materia di cooperazione internazionale, scelte coerenti con i principi contenuti nei documenti delle Nazioni Unite in materia di diritto allo sviluppo (in particolare la Dichiarazione sul Diritto allo Sviluppo del 1986 e il documento sullo Stato di diritto presentato alla Assemblea Generale ONU lo scorso 24 settembre 2012);

·       includere nel curriculum formativo e nell’iter di selezione dei nuovi diplomatici le competenze necessarie per una loro adeguata preparazione alla gestione delle relazioni internazionali orientate alla tutela e alla promozione dei diritti umani, e del diritto alla pace in particolare, quali presupposti fondativi di un nuovo ordine internazionale che faccia della convivenza pacifica tra i popoli l’interesse globalmente perseguito per una benessere condiviso e uno sviluppo armonico tra le persone, le comunità e l’ambiente. 

Avanziamo questa proposta certi della sensibilità a queste problematiche dell’attuale Governo, in particolare delle sue figure istituzionalmente preposte a condurre la politica di cooperazione internazionale e di relazioni estere, dell’opinione pubblica e di moltissime realtà organizzate di società civile, di tanti movimenti e aggregazioni ecclesiali. 

Abbiamo l’opportunità di agire in un contesto nazionale alquanto favorevole per intraprendere sinergie e complementarità tra i diversi attori istituzionali e civili foriere di unitarietà di intenti e di efficacia di azione. Tali potenziali convergenze  possono caratterizzare una nuova “strategia Paese” utile a riposizionare l’Italia in un ruolo di leadership nel progressivo superamento di una cultura di cooperazione fondata sulla “logica dei bisogni”  a favore di una più adeguata radicata nella “logica dei diritti”.   Nella grave congiuntura economica che ha portato alle note ristrettezze di risorse disponibili in questi ultimi anni che, come noto, hanno ridotto ai minimi storici gli stanziamenti allocati alla cooperazione allo sviluppo e agli impegni internazionali, crediamo che questo posizionamento dell’Italia possa significativamente contribuire a riguadagnare nella comunità internazionale una parte di credibilità da tempo indebolita dalle inadempienze registrate nei confronti degli impegni e delle azioni promosse a livello internazionale.  

Per la migliore riuscita di questa iniziativa, mettiamo a disposizione la nostra disponibilità a supportare tali impegni attraverso il monitoraggio della documentazione prodotta in materia e del dibattito sviluppato nelle sedi competenti,  una conseguente elaborazione continuativa di materiale utile a sostenere e sostanziare l’azione del Governo, e un’opportuna azione informativa e formativa   delle organizzazioni della società civile, del mondo accademico e delle realtà ecclesiali con le quali da tempo cooperiamo.  

Ripalvella di San Venanzo, 6 agosto 2013

p. Francesco COMPAGNONI – Direttore del Master di Mangement per il Terzo Settore della Pontificia Università S. Tommaso d’Aquino.

Stefania GANDOLFI – Docente di Educazione comparata, Sistemi educativi in America latina, sistemi educativi in Africa sub-sahariana, Pedagogia dei diritti dell’uomo e Responsabile della Cattedra UNESCO sui Diritti dell’uomo ed etica della cooperazione internazionale – Università di Bergamo.

 

Sergio MARELLI – Docente di Pedagogia della cooperazione internazionale e membro della Cattedra UNESCO sui Diritti dell’uomo e l’etica della cooperazione internazionale dell’Università di Bergamo.

Marco MASCIA – Docente di Relazioni internazionali e di Sicurezza internazionale e peacekeeping e Direttore del Centro interdipartimentale sui diritti della persona e dei popoli dell’Università di Padova.

Antonio PAPISCA – Docente di Tutela internazionale dei diritti umani e di Organizzazione internazionale dei diritti umani e della pace e Titolare della Cattedra UNESCO in Diritti umani, democrazia e pace della Università di Padova.

Felice RIZZI – Presidente del Centro di cooperazione internazionale – Università di Bergamo

 

 

Riforma della 49: in fretta, ma……

La riforma della Legge 49 sulla cooperazione internazionale sembra, finalmente, entrare nel vivo del dibattito parlamentare. Ancora una volta, dopo oltre vent’anni di tentativi andati falliti, il Parlamento è chiamato ad esprimersi in merito ad un nuovo testo di legge questa volta presentato dal Governo. Non che manchino altre proposte, compresa quella elaborata dal Movimento 5 Stelle, né che facciano difetto gli emendamenti presentati dalle varie forze politiche (alla scadenza della data d presentazione degli stessi ne sono stati registrati ben 600), tuttavia la determinazione del Vice ministro in carica Lapo Pistelli potrebbe facilitare il risultato positivo del necessario percorso.

La forca caudina alla quale penso ci si trova di fronte riguarda la difficile scelta tra la rapida approvazione di un nuovo testo che, emendandolo,  ponga rimedio alle ormai conclamate vetustà della 49 – la scelta  adottata dalla proposta governativa – o la ricerca di un impianto radicalmente innovativo che tenga conto di falle strutturali e cause sistemiche della povertà proponendo un nuovo paradigma di sviluppo.  Su tutte, ne vogliamo citare due tra quelle alla radice della maggior parte dell’impoverimento imposto ai Paesi dei Sud del mondo e alle loro rispettive popolazioni: l’indispensabile riforma del sistema monetario e della architettura finanziaria internazionali, e la disponibilità di risorse economiche messe a disposizione per l’Aiuto allo sviluppo. Lo facciamo preoccupati della totale non considerazione da esse ricevute sia a livello di comunità internazionale, sia per quanto riguarda il Governo Renzi e la proposta di riforma presentata in Parlamento.

Le speculazioni finanziarie, forti della totale deregulation di questo settore al di fuori di ogni controllo e di qualunque imposizione fiscale, restano uno tra i maggiori ostacoli per la sostenibilità dei risultati conseguiti, con esiti alterni e con velocità discutibili, dai Paesi poveri. Spesso, come dimostrato in occasione delle crisi alimentari degli ultimi anni, gli sforzi della difficile ripresa delle fasce e dei Paesi più vulnerabili vengono vanificate da operazioni finanziarie che, sebbene del tutto estranee ed esterne agli attori di settore, rifanno precipitare le economie locali nel baratro più profondo e le persone più povere nella più cieca disperazione. Ignorare i problemi di governance o volutamente lasciare lo statu quo nella finanza globale significa perpetrare una logica, più o meno consapevole, del peggior assistenzialismo o della miglior filantropia caritatevole.

In seconda battuta, gli esiti di qualunque legge di cooperazione sono strettamente vincolati alla quantità di risorse economiche stanziate e alla valutazione del loro utilizzo. Spesso presentata come visione retrograda, la questione dell’ammontare dei fondi destinati alla cooperazione resta a mio avviso fattore determinante. Lo dovrebbero ricordare i leader della comunità internazionale ripensando a come all’approvazione degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio si ritenne indispensabile aggiungere l’ottavo obiettivo – quello del partenariato globale per lo sviluppo – convintisi, ancorché in extremis, della improponibilità degli Obiettivi senza che ai Paesi poveri fossero garantiti adeguati mezzi economici “esterni” per il loro conseguimento. Lo dovrebbero altresì ricordare gli attuali esponenti del nostro Governo già testimoni, sebbene in altre vesti, del discredito e dell’impossibilità operativa derivata in passato dalla continua decurtazione dei fondi stanziati per l’Aiuto Pubblico allo Sviluppo e del sostanziale fallimento del coinvolgimento del settore privato nel finanziamento della cooperazione pubblica. Il fatto che nel programma di economia e finanza del governo Renzi si parli genericamente di aumentare gli stanziamenti per la cooperazione senza però fornire una quantificazione e una pianificazione temporale non ci pare di buon auspicio.

Sono consapevole dei rischi connaturati con la speranza della “gallina domani”. A volte però, mi permetto di ricordarlo al Vice Ministro Pistelli, “l’uovo oggi” è un appagamento altrettanto non privo di rischi. Soprattutto per chi senza radicali cambiamenti non dispone di uova e abbandona la speranza della gallina.

ONG: al MAE meno soldi e più progetti

La corsa delle ONG ai finanziamenti del MAE per progetti da esse promossi sembra in continua crescita. A chiusura del secondo “bando” del Ministero Affari Esteri risultano pervenute 251 domande di contributo delle quali 239 ritenute ammissibili al finanziamento. Un numero decisamente superiore a quello registrato nello scorso 2013, quando i progetti presentati furono 181 dei quali 133 ammissibili. 

Due le interpretazioni possibili: una rinnovata speranza e un rilancio di fiducia nelle opportunità offerte dal MAE, oppure una ormai consolidatasi tendenza a rincorrere i finanziamenti laddove disponibili al di là di strategie programmate, di policies coerenti e di veritiere relazioni di partenariato con le popolazioni dei Sud del mondo. Forse entrambe. 

Infatti, le disponibilità e le condizionalità recentemente imposte dalla Farnesina sono più costringenti se confrontate al recente passato: gli stanziamenti per questo bando ammontano a 15 milioni di Euro a fronte dei 23,5 disponibili nel 2013; la scelta di Paesi prioritari nei quali concentrare le attività della cooperazione italiana, scelta recentemente imposta anche alla progettualità delle ONG con l’evidente rischio di condizionare la loro autonomia progettuale, portano a non escludere la possibilità che la drammatica situazione delle casse di molte ONG le condizioni a orientare le proprie scelte nella scia dei finanziamenti pubblici.

La tecnica della “roulette”, ovvero tento sperando nella buona sorte, aggravata dalle nuove procedure del MAE che prevedono il finanziamento “per bandi”, con il rischio di operare a prescindere da rapporti di continuità e relazioni durature con i partner locali dato il possibile avvicendamento in tempi successivi di soggetti diversi nel medesimo contesto, potrebbero condurre ad una pericolosa strumentalizzazione delle relazioni di prossimità fondamento di ogni buona cooperazione.

Con la riconferma dell’on. Lapo Pistelli a Vice Ministro con delega alla cooperazione nel Governo Renzi, e con la conseguente maggior probabilità di prosieguo dell’iter di riforma della legge di cooperazione, sarebbe cosa buona e giusta riprendere in considerazione anche queste situazioni. Soprattutto da parte delle ONG per una buona volta mettere a punto nuove strategie che ne preservino le caratteristiche originarie e re-istaurino nel nostro Paese rapporti virtuosi tra pubblica amministrazione e società civile. Non per buonismo, ne per populismo. Convinti, al contrario, che da questo rapporto dipendono in buona parte gli esiti delle politiche e delle attività di cooperazione allo sviluppo di un Paese. Parola di Nazioni Unite.

(articolo pubblicato su Vita.it)