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Calderoli: le scuse non bastano

Tutti noi insieme alla parte sana del nostro Paese non solo siamo indignati, ma non ne possiamo più. Le parole e gli insulti pronunciati da Calderoli nei confronti della Ministro Kyenge non son una “infelice battuta”, ma l’ennesima provocazione e l’ultima manifestazione di una sottocultura legaiola e razzista che non può e non deve avere cittadinanza in Italia.

Bene ha fatto il giornale “l’Eco di Bergamo” a schiaffare ieri  in prima pagina  una vignetta humoristica, ma nemmeno troppo, con la quale si afferma che tutti i nati in Italia hanno diritto alla cittadinanza …. purtroppo anche Calderoli. Lo stesso quotidiano ha anche avviato un sondaggio circa le dimissioni del Vice presidente del Senato così come da altri media sono state lanciate petizioni e raccolta firme per porre fine a che una della più alte cariche istituzionali sia persona di cotanta bassezza.

Tra le altre, la petizione di Articolo 21 ha già raggiunto le 120 mila firme, tra le quali anche la mia convinta.

“Porcellum”: ma chi l’ha votato?

Che la legge elettorale vigente sia una “porcata”, è stato ammesso perfino dal suo principale ideatore: il Senatore leghista Roberto Calderoli. Di conseguenza, la necessità di modificarla, e di farlo prima delle prossime elezioni, trova unanimità in tutte le forze parlamentari e le formazioni politiche. Come noto, resta l’enorme problema, al contrario, di trovare un accordo su quale nuovo modello adottare dato che qui le posizioni dei partiti differiscono ancora significativamente.

Ciò detto, non si sopportano più le ridondanti dichiarazioni rilasciate continuamente in queste settimane dai molti politici che in quel lontano 21 dicembre 2005  votarono a favore dell’introduzione del cosiddetto “porcellum“. Forza Italia, Alleanza Nazionale, UDC e Lega Nord furono le forze parlamentari che consentirono l’approvazione a maggioranza della Legge 270.

Ora che leader ed esponenti di spicco di queste formazioni, gli stessi di 7 anni fa, sbraitino alla TV e sui media la loro indignazione per un sistema che ha tolto il diritto di scelta dei parlamentari ai cittadini italiani è a dir poco curioso. Forse veramente insopportabile.

Chissà se almeno questa volta gli italiani se lo ricorderanno al momento del voto.

Volontari e militari: due metri e due misure

Il successo della società civile che, all’indomani della notizia del decreto “cancella-volontari”, si è mossa all’unisono dimostrando come la sinergia possa ottenere risultati non scontati è stato una grande soddisfazione. Peccato che, poco dopo, a smorzare la gioia della vittoria è arrivata la conversione in Legge del resto del testo, in particolare per quanto riguarda i costi delle missioni e gli stanziamenti per le attività della società civile e delle ONG nei contesti dove sono presenti le missioni militari italiane.

Proviamo a vedere, ancora una volta, la questione da vicino. Con questo post, infatti, penso di concludere la “trilogia” dedicata all’iter di conversione in Legge del Decreto 107/2011. Così almeno penso, probabilmente sino al prossimo tentativo di demolizione della cooperazione allo sviluppo e del volontariato sempre possibile da parte di un Governo come quello in essere che pare provarci ad ogni occasione propizia.

La vicenda è iniziata lo scorso 12 luglio quando il Consiglio dei Ministri, approvando il rifinanziamento delle missioni militari all’estero, ha colto l’occasione per tentare di sopprimere quel poco che resta di riconoscimento dei volontari e dei cooperanti ai sensi della Legge 49 vigente in materia di cooperazione allo sviluppo. Ieri, alla Camera dei Deputati, la conclusione, con l’approvazione di un testo nel quale vengono “soppressi” gli articoli che modificavano la 49 che, convertito in Legge e una volta pubblicato in Gazzetta Ufficiale, ripristinerà i diritti acquisiti dalle ONG in materia di invio di volontari e cooperanti.

Come in diverse altre situazioni, l’attacco al volontariato è stato respinto da quanti nel volontariato ci credono con non poche risorse investite, sforzi profusi e bile ingoiata, ma fortunatamente, conseguendo un grande risultato reso possibile dalla sensibilità e vicinanza di alcuni parlamentari sensibili alle nostre istanze e consapevoli del valore e dell’importanza del lavoro delle ONG e del volontariato.

In sede di bilancio finale di questa vicenda, tuttavia, non possiamo astenerci dal tornare sul dato complessivo e scandaloso di uno stanziamento, quello riservato alle missioni militari, che torna a crescere. E questo, nel bel mezzo della tanto evocata crisi economico-finanziaria che, al contrario, ha legittimato i drastici tagli apportati alla spesa pubblica da parte del Ministro Tremonti, in particolare a quelli inerenti la “spesa sociale”.

Alla fine, a conti fatti, la spesa che in questo 2011 graverà sui contribuenti italiani per sostenere i militari in missione ammonta a ben 1.607 milioni di Euro: cento milioni in più rispetto al 2010. Infatti, per il computo totale occorre sommare gli 811 milioni di Euro già spesi nel primo semestre dell’anno, i 744 previsti con il provvedimento approvato ieri in Parlamento e i 52 milioni per reclutare il personale militare di qui a fine anno. Una cifra enorme, in controtendenza con le ridondanti affermazioni di forze politiche della stessa maggioranza, come ad esempio la Lega, che promettevano riduzione dei costi  e che stride con i miseri 16,5 milioni di Euro promessi per la cooperazione civile che, con tutta probabilità, non saranno mai disponibili.

Inevitabile ribadirlo: questo Governo continua a puntare su di una “presenza armata” nella comunità internazionale, mentre abdica ad ogni impegno, assunto o futuro, per riposizionare l’Italia tra i grandi Paesi donatori che fanno della solidarietà e dei diritti umani i pilastri su cui costruire un futuro di giustizia e di pace per tutti.

(articolo pubblicato su Repubblica.it)

Non sono le guerre che fanno grande l’Italia

Venerdì 8 luglio scorso dalle pagine de “La Stampa” il professor Vittorio Emanuele Parsi, ordinario di Relazioni Internazionali all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, è tornato a tuonare su uno dei suoi argomenti preferiti: la positività e la necessità del mantenimento dei contingenti militari italiani nelle missioni all’estero. Già in altre occasioni, ricordo in particolare un dibattito a TG7 fatto in occasione della guerra in Iraq e la condivisione di una relazione all’Assemblea del MCL dello scorso anno, ho avuto modo di apprezzare la lucidità di analisi e la competenza in materia di Parsi, quanto di misurare l’enorme distanza tra le nostre rispettive posizioni e proposte. Devo ammettere che anche in questo caso, avendo letto con attenzione il suo articolo citato, condivido ampiamente la disamina del contesto storico del posizionamento italiano nella comunità internazionale e l’indignazione espressa per il “voltafaccia” della Lega in vista dell’approvazione del decreto di finanziamento delle missioni militari all’estero. In altre occasioni, e con altre motivazioni, ho avuto modo di esprimere la mia preoccupazione, che come dice Parsi dovrebbe essere quella dell’intero Paese e del suo Governo in particolare, circa la possibilità che l’Italia continui a rimanere nei club esclusivi dei “grandi e dei potenti” della terra come G8 e G20, o in merito alle chance rimasteci per occupare posti di prestigio nelle Organizzazioni internazionali. Il disimpegno italiano in politica estera e di cooperazione internazionale, segnato dai governi di diverso colore e orientamento politico succedutisi negli ultimi 15 anni, ho più volte sostenuto che sia una delle maggiori sciagure attirate sul nostro Paese da decisori miopi e interessati al tornaconto elettorale immediato, ma senza visione sul futuro, ne tanto meno interessati al bene comune. La riduzione al lumicino degli stanziamenti per la cooperazione allo sviluppo, il non conferimento delle quote e dei contributi promessi alle istanze multilaterali, l’altalenante posizionamento nella definizione di alleanze e partenariati hanno forse definitivamente screditato l’Italia agli occhi del mondo. Se sino a questo punto si ripresenta l’assonanza con quanto affermato da Parsi, ecco nuovamente che passando alle “proposte”, la divergenza si ripresenta in tutta la sua enormità: reputo infatti che ricercare un rilancio della credibilità italiana puntando sulla presenza nelle missioni militari all’estero, sia irresponsabile, guerrafondaio e foriero di non ulteriori problemi piuttosto che di soluzioni durature e incruente. Ho già avuto modo di scrivere di ciò lo scorso 22 giugno sul mio blog personale. Lo ribadisco ora: la comunità internazionale, e quindi l’Italia con il suo ruolo che ancora può giocare al suo interno, deve puntare su soluzioni politiche, diplomatiche, pacifiche se davvero vuole mettere fine alle violenze, ai fondamentalismi, al terrorismo e prevenire le ritorsioni inevitabili che l’uso delle armi intrinsecamente comporta. Oggi, alla luce dell’ennesima vittima italiana sul fronte afgano, lo ribadisco con maggiore convinzione e con ancora più dolore per l’ennesima vittima di un inutile conflitto.

(pubblicato su Repubblica.it)