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Il Paese delle scommesse

L’Italia sembra proprio essere diventata il Paese delle scommesse, come se per poter garantirsi un futuro non ci resta che la possibilità di “giocare d’azzardo”.

Il Governo ha pensato bene, tra gli ultimi atti della legislatura, di emanare un Decreto con il quale si legalizzano le slot machine via internet, si da l’autorizzazione a nuovi giochi “mangiasoldi” così che un numero crescente di italiani possa andare a incrementare quell’esercito di disperati che mediamente ogni anno 1.500 Euro per tentare la fortuna. Gratta e vinci, lotterie, slot machine, casinò via internet e quant’altro garantiscono entrate all’Erario per circa 8 miliardi di Euro all’anno: una vera mini finanziaria. Atteggiamenti sostenuti anche da uno dei più popolari giochi televisivi che ogni sera, in fascia protetta, portano milioni di italiani a partecipare a distanza alle sorti di scommettitori sulla fortuna di una sera che può far portare a casa mezzo milione di Euro, ma che nella maggioranza dei casi fa rifiutare cifre che per la maggior parte di comuni cittadini corrispondono ai risparmi accumulabili in anni e anni di lavoro.

Così, i soldi giocati da nostri concittadini nel giro delle scommesse legali, ovvero quelle ancora tollerate o favorite da provvedimenti legislativi, sono stai nel 2011 ben 79,8 miliardi di Euro contro i 15,4 miliardi del 2003 ! Un dato tra le motivazioni di una campagna nazionale con la quale 17 associazioni hanno dato vita ad una mobilitazione per fermare questa bisca legalizzata oggetto di appetiti anche dalle organizazioni criminali e mafiose.

Del resto, in un contesto dove per 11 posti di lavoro il numero di chi tenta il concorso pubblico vede più di 3 mila iscritti, forse non resta che tentare la fortuna. Tanto, anche per godere del sacrosanto diritto al lavoro in Italia pare bisogni giocare d’azzardo e tentare la fortuna.

 

Il Presidente Napolitano e il diritto al lavoro

L’intervento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alla Conferenza internazionale dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, costituisce un precedente di altissima rilevanza. Soprattutto in considerazione dell’attenzione dimostrata ad una delle piaghe più drammatiche del nostro tempo: la situazione dei lavoratori nel mondo.

Basta citare alcuni dati per rendersi subito conto delle proporzioni drammatiche che ancora vigono nel mercato del lavoro globale: 150 milioni di minori sono attualmente inseriti in attività lavorative; solamente 1 persona su 5 nel mondo gode di una qualche forma di protezione sociale (assicurazione, pensione, assegni familiari, ecc.); la stima dei posti di lavoro necessari a ridurre la disoccupazione a livello mondiale si aggirano sui 600 milioni di posti di lavoro; e nella sola Italia sono 500 mila i lavoratori che lavorano sotto i cosiddetti “caporalati” gestiti dalle mafie e dalle organizzazioni criminali. Un crimine, questo, finalmente perseguito con la reclusione da 3 a 4 anni di carcere dopo che dal suo nascere i gestori di questo racket se la sono cavata con una ammenda pecuniaria spesso ammontante a soli 50 Euro!

Al quanto condivisibile, quindi, la richiesta avanzata dalle confederazioni sindacali italiane e delle loro reti internazionali in occasione del G20 del lavoro con la quale si richiede che entro il 2015 tutti gli Stati membri ONU definiscano ed adottino un piano di protezione sociale per i loro rispettivi lavoratori. Piani che dovranno tenere in debito conto l’Agenda per il lavoro decente, norma internazionale ancora oggi disattesa in moltissime situazioni e da moltissimi legislazioni nazionali.

Fuga di cervelli: per uscire dai luoghi comuni

Un libro di recente pubblicazione è l’occasione al quanto interessante per mettere alla prova luoghi comuni e certezze consolidate in materia di “fuga di cervelli”. Con questa espressione si suole definire il fenomeno per il quale le eccellenze uscite dalle scuole di un Paese, trovano impiego o per lo meno tentano di farlo all’estero. La consuetudine vuole che questo fenomeno venga dai più considerato un danno ingente per i Paesi di origine data la sottrazione di risorse umane qualificate allo sviluppo nazionale.

Con il suo libro, scritto insieme a Geoffrey Cameron & Meera Balarajan, “Exceptional people – how migration shake our world and will define our future” il dr. Ian Goldin, direttore della Oxford martin School, avanza una nuova interessante interpretazione e per di più avanza una proposta concreta e accattivante tesa a compensare gli effetti negativi che comunque la fuga di cervelli comporta. I tre motivi per i quali Goldin ritiene non solo negativa la possibilità che le migliori risorse umane possano migrare in cerca di lavoro spaziano dal campo economico a quello culturale. Da unpnto di vista economico, infatti, Goldin ritiene utile non sottovalutare l’incremento delle rimesse che queste persone invieranno nel Paese di origine. Un dato ad esempio significativo per un Paese come la Guiana che vede oltre il 70% dei suoi laureati recarsi all’estero in cerca di occupazione. I 500 miliardi di dollari ai quali assommano le rimesse verso i Paesi in Via di Sviluppo potrebbero così ricevere un forte incremento che in Paesi come quelli latino americani e caraibici consentono la sopravvivenza di oltre 50 milioni di persone.

In seconda battuta, un effetto positivo è costituito, sempre secondo l’autore, dall’emulazione indotta dai migranti eccellenti sulle fasce giovanili delle popolazioni dei paesi di origine. Vedere la realizzazione socio economica di propri connazionali è stimolo per conseguire un titolo di studio per i giovani. Esempio eloquente è quanto accade ad esempio nelle Filippine dove l’85% delle infermiere lavora all’estero, ma al contempo il Paese ha un numero di infermiere in patria superiore a quello della Gran Bretagna.

Infine, per terzo, molto spesso la migrazione ha carattere temporaneo. Il rientro in patria di questi migranti comporta anche un incremento del livello tecnologico e culturale in genere del Paese di provenienza.

Certo che, come concorda anche Goldin, restano comunque nel breve periodo alcune distorsioni negative in termini di benefici goduti dalle patrie nazioni. Privarsi delle eccellenze, di fatto significa rinunciare nell’immediato a disporre delle migliori risorse intellettuali e produttive. Ecco dunque la proposta di Goldin: istituire un meccanismo di risarcimento per compensare queste perdite di breve termine: imporre una sorta di tassazione con la quale i lavoratori qualificati impiegati all’estero rimborsino il Paese di origine dei costi da esso sostenuti per garantire l’istruzione pubblica di queste persone.

Interessante e soprattutto innovativa e motivo ulteriore di non assestarsi su tesi scontate e lughi comuni non rivisitati. Anche se, secondo il sottoscritto, occorre prevedere una condizione irrinunciabile di fondo: che nessuno per nessun motivo e nessuna situazione sia costretto ad operare scelte contro la propria libertà di scelta e che tutti possano godere del diritto inalienabile di decidere dove e come vivere e della possibilità di optare per chi mettere a disposizione le competenze acquisite.

Marchionne: ma allora è ricatto !

In occasione del referendum sui nuovi termini del contratto FIAT tenutosi a gennaio, sono stato tra coloro i quali ritenevano il male minore accettare le condizioni imposte dall’Amministratore delegato Sergio Marchionne. Ritenevo, seppur non senza dubbi, le deroghe al contratto nazionale con i conseguenti indebolimenti oggettivi dei diritti dei lavoratori un’amara medicina da ingoiare alla luce della situazione produttiva dell’azienda automobilistica di Torino e date le condizioni unilateralmente definite dall’A.D., prime fra tutte la minaccia di spostare gli stabilimenti fuori dall’Italia causando ulteriori aggravamenti della già tragica situazione della disoccupazione del nostro Paese. Mi preme però precisare che, al contempo, ritenevo importante la campagna condotta da FIOM e CGIL la quale, ancor più alla luce del margine risicato con cui ha prevalso il fronte del “SI”, è stata una contromossa indispensabile a salvaguardare una tensione, nel senso positivo del termine, utile in casi come questi ad evitare pericolose derive unilaterali. Le democrazie impongono una considerazione particolare delle minoranze, tanto più quando si tratta di individuare il difficile equilibrio tra interessi e diritti e allorché le minoranze sono, come nel caso FIAT, numericamente alquanto significative.

Devo dire che in queste ore, dopo le ultime dichiarazioni di Marchionne con le quali torna a minacciare lo spostamento degli stabilimenti della FIAT negli USA, questa volta con la motivazione della possibile fusione nei prossimi due o tre anni con Chrysler, mi viene forte la tentazione di ricredermi e riconoscere l’illusione di aver creduto le parole di Marchionne quelle di un galantuomo. Osannato come il salvatore della patria, preso ad esempio come il profeta dei nuovi modelli produttivi, citato come il vate dei nuovi criteri relazionali tra datori di lavoro e dipendenti Marchionne si deve essere montato la testa, o più semplicemente deve aver rimosso ogni pudore nel manifestare la sua presunzione di onnipotenza. Che fosse su questa strada, lo avevo già dubitato scrivendo su questo mio sito qualche mese orsono. Ma che potesse così in fretta e così a ridosso del referendum che tanto ha diviso gli italiani e messo alla prova le singole coscienze mi pare sinceramente fuori da ogni giustificazione. Il solo mettere in questione le rassicurazioni date alla vigilia della consultazione per convincere dell’ineluttabilità delle scelte operate “per il bene degli stessi operai” a distanza di 15 giorni di un referendum che, vale la pena ribadirlo, si è concluso con uno scarto di soli 4 punti percentuali è sfottente, strafottente e ricattatorio. Simili atteggiamenti rischiano di allontanare ogni possibilità di quella tanto invocata corresponsabilità a tutti richiesta per superare questo grave momento di crisi che non può ancora una volta gravare prevalentemente su chi è debole e vulnerabile.