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L’agricoltura che affama il mondo

Il circolo vizioso da tempo instauratosi tra numero di persone che nel mondo soffrono di malnutrizione cronica e quantità di sostanze inquinanti emesse nell’atmosfera principalmente ad opera di attività umane sta registrando nuovi dati alquanto preoccupanti.

A denunciarlo nel corso di un importante appuntamento internazionale è la FAO. L’Agenzia delle Nazioni Unite, infatti, ha recentemente presentato l’aggiornamento annuale del suo Rapporto SOFI (State of food security and nutrition) sulla base del quale il Direttore Generale graziano da Silva ha lanciato l’ennesimo allarme durante la Conferenza tenutasi a Bonn sui cambiamenti climatici. Secondo i dati SOFI dopo 10 anni di timidi successi nella lotta contro la fame nel mondo, ha spiegato il DG brasiliano, il numero delle persone che vivono in situazione di malnutrizione cronica è tornato ad aumentare a causa dei conflitti in corso in numerosi Paesi e dell’aumento della CO2 emessa nell’atmosfera.

Oltre al notorio impatto delle guerre sullo stato della fame delle popolazioni coinvolte, ciò che più sembra paradossale è il fatto che tra i settori produttivi maggiormente responsabili dell’inquinamento atmosferico spicca quello agricolo con la sua percentuale stimata attorno al 20 % della CO2 prodotta a livello globale. In altre parole, l’attività principe per l’approvvigionamento di derrate alimentari è a sua volta una delle maggiori cause dell’incremento dei fattori che provocano fame e malnutrizione.

Sotto accusa, innanzitutto, è l’eccessiva produzione di metano enterico particolarmente elevata negli allevamenti intensivi e l difficoltoso, oltre che costoso, smaltimento delle deiezioni animali per i sempre più numerosi allevamenti “senza terra”. Le moderne conoscenze zootecniche una rapida dimostrano come pratiche ecologiche nella conduzione degli allevamenti porterebbero ad una significativa riduzione fino al 30% degli attuali livelli di sostanze inquinanti prodotte pur mantenendo le medesime rese produttive.

La continua spinta a maggiori produzioni alimentari facendo ricorso a pratiche intensive, all’utilizzo scriteriato di concimi chimici e di antiparassitari, all’allevamento svincolato dalle coltivazioni agronomiche, al non rispetto delle basilari normative in tema di smaltimento dei liquami e dei reflui, che hanno caratterizzato l’agricoltura soprattutto dei Paesi industrializzati sta raggiungendo un punto di non ritorno. Il peggioramento delle condizioni sanitarie nella parte del mondo “sviluppato” e di quelle alimentari nelle regioni impoverite causato da modelli di agricoltura insostenibile sono gli effetti di un circolo vizioso che occorre urgentemente interrompere.

Le pratiche di agro ecologia né sono una velleità snobistica di qualche hipster, né una utopica alternativa che penalizza i produttori. Piuttosto sono la via da immediatamente intraprendere su vasta scala per salvare quel che ancora resta di un territorio devastato e delle risorse naturali  da troppo tempo saccheggiate dall’avidità del profitto a tutti i costi.

Allarme FAO: torna a crescere il numero degli affamati

La fame è spesso dovuta alla povertà e alle ineguaglianze. E’ il risultato dell’esclusione dei produttori di piccola scala dai sistemi alimentari di grande scala”. Non si tratta della dichiarazione di qualche “facinoroso” sostenitore dell’agricoltura contadina, ne’ di qualche militante di movimenti popolari del Sud del mondo; bensì del Presidente dell’IFAD (International Fund for Agricultural Development), ovvero una delle tre Agenzie delle Nazioni Unite con sede a Roma incaricate dalla comunità internazionale di lottare contro la fame nel mondo.

Dopo anni di progressi, seppur limitati, verso la diminuzione del numero delle persone che nel mondo soffrono la fame, gli ultimi dati registrati nel 2016-17 dalla FAO hanno denotato una preoccupante inversione di rotta. Sono tornati a superare gli 800 milioni gli affamati e “il loro numero è tornato nuovamente a crescere per il 60%, “nei Paesi colpiti da conflitti armati e dagli effetti del cambiamento climatico”. Sono le cifre drammatiche e scandalose snocciolate dal Direttore Generale della FAO José Graziano da Silva nel corso della Conferenza biennale della Organizzazione onusiana tenutasi a Roma a giugno.

A rincarare la dose delle denuncie dei due dirigenti internazionali, se possibile con ancora maggiore chiarezza, ci ha pensato Papa Francesco che nel suo intervento indirizzato alla stessa assemblea ha dichiarato come “ la fame e la malnutrizione non sono soltanto fenomeni naturali o strutturali di determinate aree geografiche, ma sono piuttosto la risultante di una più complessa condizione di sottosviluppo causata dall’inerzia di molti e dall’egoismo di pochi”. Posizioni inequivocabili che ascrivono alle scelte politiche e ai costumi sociali consolidatisi nelle società benestanti le maggiori responsabilità di uno scandalo che permane invariato da decenni nonostante le innumerevoli dichiarazioni di impegno per la sua definitiva rimozione.

In questo contesto suonano ancor più laconiche le dichiarazioni del Presidente del Consiglio Gentiloni che, nella medesima sede, è intervenuto per affermare come “non esiste un numero accettabile di persone che soffrono la fame. Ognuno deve poter raggiungere quella libertà dal bisogno del cibo, e l’Italia non solo è in prima linea per promuovere il dibattito, ma anche per il perseguimento dell’obiettivo”. Come se i tagli alla cooperazione internazionale, le distorsioni dei fondi dell’8xmille dello Stato, l’incremento della spesa militare e l’inadempienza in diversi impegni internazionalmente assunti fossero fatti da scrivere a responsabilità altre rispetto ai Governi italiani degli ultimi 30 anni.

Le risorse sono indispensabili, l’assunzione di responsabilità ancor più. Una fattiva riflessione sull’efficacia di un riorientamento delle politiche economiche e sull’urgenza di un cambio di rotta nelle strategie di sviluppo globali è la precondizione irrinunciabile all’ottenimento del cosiddetto obiettivo Fame Zero. Iniziando, come saggiamente suggerito dal capo dell’IFAD, con la promozione di politiche agricole che favoriscano e riscattino i piccoli produttori a discapito delle enormi facilitazioni concesse alle grandi multinazionali dell’agro-industria. Ne beneficeremmo tutti: chi innanzitutto in dignità di vita, chi, forse più fortunato, in salute.

(articolo pubblicato su Repubblica.it)

Settore privato e società civile: rilfettiamoci ancora

Lo scorso 23 e 24 settembre a Ginevra, le Organizzazioni di Società Civile internazionale hanno adottato una dichiarazione presentata al Open-Ended Working Group  organizzato da FAO e OMS avente per obiettivo l’accordo sulla Dichiarazione Politica per la seconda Conferenza Internazionale sulla Nutrizione (ICN2) che si terrà a Roma dal 19 al 21 Novembre. Il messaggio principale contenuto nel Consensus Statement delle OSC è l’invito pressante ai Governi per assumere una forte  leadership per identificare  come affrontare alla radice le cause dei vari  aspetti della malnutrizione e della fame nel mondo nonché ad adottare un approccio basato sui diritti umani per il cibo e la nutrizione  in modo da garantire i diritti delle popolazioni e delle comunità più colpite dalle diverse forme di malnutrizione e per essere al centro delle politiche relative all’attuazione dei risultati del ICN2, nel rispetto dei diritti umani internazionalmente riconosciuti. Richieste queste, che sottolineano ancora una volta come la tendenza maggioritaria di affrontare il problema della fame nel mondo con strategie filantropiche ed assistenzialistiche, cioè senza aggredire le radici dei problemi e le politiche ingiuste che ne sono la fonte perpetua, debba essere sostituita da coraggiose e urgenti misure strutturali trasversali ai diversi settori delle politiche estere degli Stati.

Purtroppo, tra i più acerrimi oppositori a questa prospettiva si deve annoverare la Unione Europea che con l’intervento al tavolo negoziale del suo rappresentante ha richiesto la rimozione dal testo di ogni riferimento in merito agli impatti del commercio e delle sue politiche sulle condizioni di malnutrizione delle centinaia di milioni di persone che ancora soffrono la fame. Una posizione che sa di asservimento alle grandi multinazionali dell’agro business sebbene confutata da evidenti dati che da tempo dimostrano chiaramente come le cause della fame nel mondo derivino per l’appunto da politiche commerciali orientate al profitto non curanti dei diritti delle persone.

Ma ciò che potrebbe passare in secondo piano è un ulteriore richiesta inserita nella Consensus Statement con la quale le OSC presenti hanno fortemente richiesto di essere riconosciute come gruppo a sé stante, distinto dal settore privato i cui interessi  tendono ad essere orientati a rafforzare i valori di mercato all’interno della sfera dell’alimentazione e nutrizione  e a massimizzare i profitti. Una posizione chiara e netta che sembra però andare controcorrente, almeno stando a quanto registrato con insistenza nei recenti dibattiti tra società civile italiana e governo in occasione della riforma della legge di cooperazione. L’insistenza con la quale la nuova legge, e i nuovi trend della politica estera italiana, tendono ad associare il settore privato e le OSC nazionali, il tutto in vista di una maggior efficacia di intervento e di un omnicomprensivo “sistema Paese”, potrebbe trovare un buon punto di approdo e un nuovo slancio ideale proprio partendo da questa distinta presa di posizione delle consorelle impegnate sul fronte agricolo-alimentare.

Rifuggendo preclusioni e pregiudizi nei confronti del settore privato, che non mi sono mai appartenuti, ritengo tuttavia che una più chiara e praticata distinzione tra soggetti con obiettivi e principi così diversi non possa che giovare all’individuazione delle migliori sinergie a vantaggio di una più incisiva azione di cooperazione allo sviluppo. Sapendo che, se si vuole agire per il meglio, il “camaleontismo” di chi tenta di mimetizzarsi in abiti e compiti altrui ha già ampiamente dimostrato tutta la sua problematicità.

Negoziato SDGs: priorità di impegno per le ONG

Con l’avvicinarsi della scadenza degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDGs) prevista per il 2015, le Nazioni Unite lo scorso 2 giugno hanno presentato la Bozza negoziale per la definizione degli impegni da assumere per il cosiddetto post-2015. Sono 17 i nuovi Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals – SDGs) proposti con la “Zero Draft” resa pubblica a Palazzo di vetro dal “Gruppo di Lavoro Aperto” che nei mesi scorsi ha elaborato la bozza di testo che ora passa alla discussione degli Stati membri ONU e ai commenti, alle integrazioni e suggerimenti delle tante Organizzazioni di Società Civile che seguono questo percorso. Decisiva sarà l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che si terrà in autunno a New York, ma, come noto, a tal fine conterà molto l’impegno e il lavoro che si svolgerà in questi prossimi mesi soprattutto nelle varie sessioni negoziali nelle quali la società civile sarà consultata.

Alla presentazione della Zero Draft si sono registrati alcuni primi commenti decisamente più positivi rispetto a quelli che 14 anni fa caratterizzarono la presentazione della Bozza relativa agli Obiettivi per il 2015. Allora, infatti, la modesta ambizione degli impegni e, soprattutto, l’assenza di ogni riferimento alle cause profonde della fame e della povertà avevano immediatamente suscitato le reazioni di una buona parte della società civile e dello stesso Special Rapporteur per il diritto al cibo Olivier de Schutter. Fortunatamente la Bozza proposta per i nuovi SDGs , sembrerebbe aver recepito quelle critiche. Così, ad esempio, la lotta alla fame viene finalmente orientata alla totale eradicazione di questo persistente scandalo non accontentandosi più del suo solo dimezzamento considerando a tal fine decisivo sostenere i piccoli produttori agricoli di tutto il pianeta, incrementare gli aiuti internazionali e gli investimenti in agricoltura drammaticamente calati negli ultimi anni. Ancora nel 2012, la tendenza decrescente delle risorse destinate al comparto agricolo è ulteriormente calata, in termini reali, del 4%.

A questo primo positivo passo in avanti, però, occorre rapidamente aggiungere ciò che uno dei Direttori Aggiunti della FAO, Jomo Sundaram, ha riconosciuto come la sfida più importante: l’introduzione di indicatori facilmente misurabili nel tempo per evitare che, come per gli MDGs, l’efficacia delle azioni per il raggiungimento dei nuovi Obiettivi sia interpretabile soggettivamente e lasci di nuovo il passo alla retorica positivista del disimpegno degli Stati.

Il coinvolgimento della società civile nelle prossime tappe del percorso sarà decisivo. La Zero draft lo fortunatamente lo prevede. Da oggi in poi, cogliere questa opportunità uscendo dal ripiegamento nell’affannosa ricerca di risorse deve essere tra le priorità di lavoro di tutte le ONG.

(articolo pubblicato su Vita.it)