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Un altro leader indigeno assassinato per le sue attività ambientaliste

Isidro Baldenegro López 1966 – 2017

Si apre oggi a Roma il Forum Globale delle Popolazioni Indigene che vedrà i leader delle principali comunità indigene riuniti per tre giorni presso la sede dell’IFAD. Questi popoli rappresentano il 5% della popolazione mondiale, ma ben il 15% di quella che vive in estrema povertà. Un dato, questo pubblicato da IFAD, che lascia ben intuire come le discriminazioni, le violazioni dei loro diritti sanciti, peraltro da una Convenzione delle Nazioni Unite adottata dalla loro Assemblea Generale il 13 settembre 2007, i soprusi nei loro confronti siano all’ordine del giorno.

Molto spesso ignorati o dimenticati dai più, i diritti dei popoli indigeni hanno ovviamente un’importanza fondamentale per la loro tutela, ma altresì costituiscono un bene globale a vantaggio di tutti. Il ruolo giocato dalle comunità indigene nella difesa dei territori marginali, degli ecosistemi, e dell’ambiente in generale è un fattore determinante per la sopravvivenza dell’intero pianeta. Basti pensare che, stando ai dati di IFAD, più dell’80% della diversità biologica del pianeta, la cosiddetta biodiversità, è presente nei territori ancestrali di 70 Paesi nel mondo occupati e gestiti dalle 370 milioni  di persone che si riconoscono come “indigeni”.

Ma è di questi giorni la notizia, ancora una volta passata nella disattenzione generale, che un leader di comunità indigene messicane è stato brutalmente assassinato per la sua costante attività di difesa del patrimonio forestale e delle terre coltivate per la produzione di cibo dall’accaparramento di sfruttatori e di narcotrafficanti. Isidro Lopez Baldenegro, questo il suo nome, di 51 anni nonostante la protezione offertagli da organismi umanitari ed internazionali a seguito delle ripetute minacce ricevute, domenica 22 gennaio non è sfuggito alla mano assassina di chi calpesta la vita umana pur di incrementare i propri profitti. Isidro è il 33° leader ucciso in Messico negli ultimi 5 anni e il secondo vincitore del Goldman Environmental Prize ad aver trovate morte cruenta per le proprie attività. Prima di lui, nel marzo dello scorso anno, Berta Caceres ha incontrato la mano dei suoi carnefici in Honduras.

Due grandi personalità poco conosciute che allungano la lista dei morti ammazzati su commissione delle multinazionali, dei latifondisti, dei narcotrafficanti interessati a sfruttare le risorse naturali dei territori indigeni che stando all’ultimo rapporto di Global Witness, organizzazione che documenta le violazioni contro le popolazioni indigene, solo nel 2015 le vittime sono aumentate del 59%: da 116 nel 2014 a 185 nel 2015. 

IFAD insieme alle altre Agenzie specializzate delle Nazioni Unite soprattutto negli ultimi anni sta lavorando molto per l’inclusione del cosiddetto settore privato nella cooperazione internazionale.  Pur riconoscendo l’importanza di una tale strategia, il Forum di questi giorni dovrebbe porre condizioni perché l’inviolabilità dei diritti umani e di quelli della Madre Terra siano vincolanti per tutti e porre finalmente le basi per l’applicazione di norme sanzionatorie a fronte di palesi violazioni di Convenzioni e Accordi ritenuti in sede di istituzioni internazionali.

(articolo pubblicato su Repubblica.it)

Estate amara per Monsanto

La notizia sembra ormai confermata: la Monsanto ha smantellato il cantiere di costruzione di una nuova fabbrica per la produzione di sementi OGM in Argentina. Il progetto di questa nuova unità di produzione, avviato nel 2012 a Malvinas nella provincia di Cordoba, Argentina, con un investimento di 1.500 milioni di dollari, è stato formalmente interrotto dalla multinazionale con la motivazione del calo produttivo di mais nella regione sudamericana che renderebbe non redditizio il raddoppio delle fabbriche e sufficiente la tutt’ora operante unità a Rojas, provincia di Buenos Aires.

Alquanto diverso il parere delle comunità locali e dei movimenti che sin dal 2013 si sono mobilitati riuscendo a bloccare il nuovo progetto. Secondo i loro portavoce, come da loro dichiarato a seguito dell’ultima imponente manifestazione tenutasi il 1 di questo  mese di agosto, ad interrompere l’investimento sono stati la resistenza e il boicottaggio della comunità locale di questo paese di circa 12.00 abitanti contrari ad un ulteriore incremento della diffusione delle sementi Monsanto e preoccupati delle conseguenze dei prodotti tossici necessari alla loro coltivazione.

Il boicottaggio operato dalle comunità di Malvinas non è l’unico cruccio per i dirigenti della multinazionale sementiera. Al Congresso argentino giace dal 2012 (strana coincidenza!) la cosiddetta “Ley Monsanto”, legge che vorrebbe impedire la conservazione e l’utilizzo di sementi accantonate al momento del raccolto dai piccoli agricoltori, e che l’altro colosso sementiero Syngenta vorrebbe emendata con l’introduzione di una tassa da applicarsi a tale pratica “oscurantista”; sempre Monsanto si trova confrontata ad un ricorso giunto alla “Suprema Corte de la Nacion Argentina” che mette in discussione la possibilità di brevettare le sementi OGM considerando le specie vegetali un bene naturale non privatizzabile; e in Messico una richiesta popolare per bloccare la semina di sementi OGM rallenta e intralcia significativamente i piani di sviluppo del colosso statunitense.

Comitati di quartiere, madri, giovani agricoltori e piccoli produttori stanno dando una nuova lezione al mondo intero: la vicenda di Davide e Golia può ancora ripetersi. La morale dell’inevitabile e l’arrendevolezza dell’ineluttabilità del “così sono sempre andate le cose al mondo” può essere scheggiata dalla disperata resilienza di chi più paga i costi della scelleratezza del nostro sviluppo

Una firma per i diritti umani

La diffusione esponenziale delle cosiddette tecnologie informatiche fa si che ognuno di noi sia ormai uso al gesto abitudinario di utilizzare per molteplici scopi il proprio telefonino e di navigare nel ciberspazio con il proprio personal computer. Al contrario, molte meno persone sono a conoscenza del prezzo pagato da alcune popolazioni per l’estrazione dei minerali e delle materie prime necessarie alla fabbricazione di questi strumenti di comunicazione. In Paesi come Repubblica Democratica del Congo, Myanmar, Colombia, Afganistan le industrie multinazionali estrattive  da anni attingono alle ricche miniere di stagno, tantalio e tungsteno approvvigionandosi delle materie prime indispensabili, spesso a costo di ignobili sfruttamenti e di brutali violazioni dei più fondamentali diritti delle popolazioni locali e, come se non bastasse, i milioni di Euro sborsati per ottenere il benestare di poteri ed elite corrotti di questi Paesi serve in molti casi a finanziare gruppi armati e alimentare conflitti.

Con il 16% del totale globale delle importazioni di queste materie prime  l’Unione Europea si colloca tra i maggiori beneficiari mondiali insieme a USA, Cina, Giappone e Corea. Per questo lo scorso maggio 2015 la UE ha responsabilmente assunto una risoluzione con la quale si intendeva imporre un codice di comportamento obbligatorio alle industrie estrattive per il rispetto dei diritti umani, la trasparenza delle operazioni di estrazione e commercializzazione dei minerali e così ottemperare alle direttive e agli standard fissati dall’OCSE in materia di gestione responsabile. Purtroppo, questa buona prassi si è infranta contro il volere di alcuni Stati  membri che lo scorso 17 dicembre hanno ottenuto una posizione del Consiglio Europeo che riduce a semplice codice volontario le misure previste dal Parlamento comunitario e per di più riduce il numero di prodotti, tra materie prime e semi lavorati, sottoposti a controllo.

Questa contraddizione tra gli Organi istituzionali della UE ha fatto si che si aprisse un confronto a tre – Parlamento, Commissione e Consiglio con i suoi 28 Stati membri – al fine di definire una posizione congiunta e coerente. In queste settimane il dialogo tripartito ha preso il via e numerose organizzazioni della società civile europea hanno ritenuto di avviare una campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e lanciare una petizione per far prevalere la posizione del Parlamento inibendo il tentativo di ancora scontare il nostro benessere a migliaia di persone che hanno la sfortuna di vivere nei territori interessati dalle estrazioni. Violenze, soprusi, stupri, esodi forzati, sfruttamento minorile e quant’altro si possa immaginare sono le conseguenze, in molti casi, della spregiudicatezza di chi si arricchisce sulla pelle degli altri.

Firmiamo tutti così che le nostre abitudini non diventino collusioni con crimini contro altre persone.

(articolo pubblicato su Repubblica.it)

Islam e libertà religiosa

La fede religiosa è una libera scelta e un libero impegno. È un diritto di ogni persona ….. Non c’è costrizione nella religione. L’orientamento giusto è stato distinto dall’errore”. Sono alcune delle affermazioni contenute nella Dichiarazione di Beirut sulla libertà religiosa, pubblicata qualche giorno fa, con la quale la rilevante associazione libanese “Mokassed” ha voluto ribadire i principi profondamente radicati nel Corano e in evidente contrasto con quella interpretazione criminale sposata dalle organizzazioni fondamentaliste islamiche così tragicamente note ai giorni nostri.

In un’epoca dove le cronache quotidiane sono insanguinate dagli atti terroristici e dalle drammatiche violazione dei più fondamentali diritti umani perpetrati nel mondo, i mussulmani liberali prendono le distanze da quella che considerano una deviazione strumentale della legge coranica. E questo non può che essere un motivo di speranza derivante dall’emergenza interna al mondo islamico di una indignazione verso coloro che piegano la loro fede ad una religione infarcita di potere, politica e interessi. Indignazione e ribellione stigmatizzata ancora nella Dichiarazione laddove afferma come “La religione è sfruttata per motivi politici, sacrificando invano persone, Paesi e civiltà. Questo sta provocando il sorgere dell’islamofobia in varie parti del mondo. La convivenza e i valori ereditati dalla nostra civiltà, come pure il futuro dei nostri giovani, sono seriamente minacciate”.

Gli sforzi e l’impegno della comunità internazionale così come gli atteggiamenti individuali devono con urgenza porgere una mano a queste realtà quali chiavi per sconfiggere i fondamentalismi dilaganti e sostenere concretamente chi afferma “Non siamo spaventati dal resto del mondo e non vogliamo essere una fonte di paura per gli altri. Non vogliamo isolarci dal resto del mondo e non vogliamo  che il mondo si isoli da noi”. Un quinto dell’umanità ha sposato la fede musulmana. La via per la costruzione di una coabitazione pacifica e possibile per tutti passa inesorabilmente dalla difesa e dall’appoggio a queste voci dialoganti e dalla affermazione del diritto fondamentale della libertà religiosa di ogni individuo. L’alternativa di uno scontro violento ha già mostrato i suoi limiti e le sue drammatiche conseguenze.

(articolo pubblicato su Repubblica.it)