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Chi paga il calo della benzina?

La felicità di tornare a fare il pieno di benzina spendendo quanto dieci anni fa, si smorza contro lo scoglio del reperimento delle risorse per il finanziamento degli interventi umanitari e di soluzione dei conflitti, sempre più numerosi nel mondo, nonché per fronteggiare l’emergenza migrazioni.

A confermare questo scenario è lo stesso Segretario Generale ONU Ban Ki Moon che ha ricordato agli Stati membri come siano ben 40 su 193 i Paesi che stanno attraversando una crisi umanitaria. Una situazione che ha portato la quantità di fondi richiesta dalle Nazioni Unite  per fronteggiare queste emergenze a 20 Miliardi di dollari, cinque volte di più di quanto stimato necessario all’inizio del 2007.

Se il reperimento di denaro tra gli stati donatori per gli interventi umanitari è stato da sempre uno dei punti più critici, in questi ultimi mesi le difficoltà sono oltremodo incrementate. Questa volta non solo e non tanto per la proverbiale inadempienza di alcuni Governi, tra i quali, purtroppo, da vent’anni a questa parte anche quello italiano, in questi ultimi mesi a complicare la vicenda ci si è messo il drastico calo del prezzo del greggio. Con il costo al barile oscillante attorno ai 30 dollari, il più basso degli ultimi 13 anni, il Gruppo di Alto Livello sul finanziamento umanitario delle Nazioni Unite stima in un recente rapporto che nel 2016 ci sarà un deficit di 15 milioni di dollari per gli interventi di emergenza. Facile ipotizzare una flessione probabilmente più significativa anche per quanto riguarda gli stanziamenti per lo sviluppo e la cooperazione internazionale “ordinaria”.

A fronte di queste previsioni, il Gruppo ha avanzato alcune proposte volte a sovvertire questo probabile andamento tra le quali un monitoraggio più serrato sui fondi della Banca Mondiale affinché raggiungano effettivamente le persone indigenti, l’incremento delle percentuali di APS destinato ad emergenze e crisi umanitarie, la destinazione dei finanziamenti sociali dei Paesi islamici a cause umanitari e l’attivazione di un meccanismo di “tassazione di solidarietà” al quale i governi dovrebbero aderire su base volontaria.

Già sappiamo che chiedere al nostro Governo  di aderire a quest’ultima proposta dovrà fare i conti con il solito ritornello delle mille difficoltà nazionali che l’Italia deve affrontare in questi tempi di crisi. Altrettanto ci aspettiamo che chiedere generosità e in tempi grigi attirerà critiche o sbeffeggiamenti a seconda degli interlocutori. Tuttavia, qualcuno potrebbe ricordare a Renzi, Gentiloni e compagni l’enorme sproporzione ancora oggi registrabile tra il calo del prezzo del greggio sui mercati mondiali e quello dei carburanti alle pompe di benzina. Come noto, ciò è unicamente dovuto alla invariata quota delle accise che il Governo si intasca a prescindere dall’andamento del mercato che stanno procurando in queste settimane ingenti entrate inaspettate dalle quali si potrebbe attingere per essere una volta tanto tra i primi a dare un segnale di apertura e attenzione a ciò che accade fuori dal salotto buono nel quale, nonostante tutto, continuiamo a vivere.

Italiani e Europei a favore di più cooperazione

Nonostante la gravità e il perdurare della crisi economica, la grande maggioranza degli europei restano convinti della necessità di aiutare i Paesi poveri. A rivelarlo sono i dati dell’ultimo Eurobarometro recentemente pubblicato in occasione dell’apertura dell’Anno Europeo per lo Sviluppo che confermano come ben l’85% degli europei condivide questa opinione. Anche le motivazioni addotte per una cos’ rilevante e, forse, inattesa affermazione sono alquanto interessanti: aiutare i paesi poveri è nell’interesse dell’Europa, contribuisce a costruire un mondo pacifico ed equo, ha influenza positiva sui cittadini del vecchio continente sono i convincimenti rispettivamente del 78, del 74 e del 69% dei cittadini comunitari. Per la maggioranza di essi, gli aiuti forniti dovrebbero essere incrementati sino ai livelli degli impegni internazionali sottoscritti (52%), impegni che per il 15% dovrebbero essere addirittura oltrepassati facendo registrare un incremento di 6 punti percentuali rispetto allo scorso anno tornando ai livelli registrati nel 2010.

Nonostante solo il 12% degli europei sia a conoscenza della decisione di dedicare il 2015 alle tematiche dello sviluppo, quindi, anche in questa fase di crisi economica resta indiscutibile l’indicazione offerta alla politica europea e degli Stati membri della UE in merito alla destinazione delle risorse pubbliche dei rispettivi bilanci. E sebbene il 55% dichiari di non conoscere l’esatta destinazione delle risorse attualmente devolute alla cooperazione allo sviluppo dalla UE e il 46% di avere uguale disinformazione rispetto a quelle nazionali, la fiducia nell’efficacia degli aiuti resta altissima. A partire da quella riposta nel volontariato (75%) quale strumento per la lotta alla povertà nel mondo, ma anche nei governi (66%) e nelle organizzazioni che trasferiscono risorse economiche nei Paesi poveri (63%).

Questi dati confortanti che relegano particolarismi e miopie ancora oggi evocati da alcune forze politiche e da una minoranza di cittadini, non possono altresì essere valutati senza considerare anche alcune ombre rilevate dallo stesso sondaggio, in particolare per quanto riguarda il nostro Paese. Pur nel generale allineamento ai dati europei per ciò che riguarda la priorità che il nostro Governo dovrebbe assegnare ad adeguati stanziamenti per la cooperazione allo sviluppo, come ad esempio risulta dalla percentuale di italiani che vorrebbero più fondi stanziati (55%) a fronte di una minoranza che li vorrebbe ridotti (21%), quasi un italiano su due (43%) pensa di poter fare qualcosa a livello individuale, e solo un bassissimo 5% dei nostri concittadini si dice personalmente impegnato in attività in favore dei Sud del mondo, il 17% dichiara di aver fatto una o più donazioni per attività di solidarietà internazionale, mentre ben il 75% dichiara di essere del tutto estraneo a qualsiasi tipo di coinvolgimento. Insomma, visto che il 73% degli italiani ritiene il volontariato come uno strumento alquanto efficace per sconfiggere la povertà nel mondo, sembra che questa convinzione risieda in un atteggiamento di delega verso “altri” nella sua concretizzazione.

C’è di che lavorarci sopra per le ONG, per le centinaia di associazioni impegnate nella solidarietà internazionale, ma soprattutto ci dovrebbe essere una seria riflessione nelle stanze del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione alla luce degli ultimi provvedimenti inclusi nella nuova Legge sulla cooperazione allo sviluppo, ad esempio per quanto riguarda il sostegno offerto al volontariato, e dello stallo a livelli infimi degli stanziamenti previsti con la legge di stabilità 2015 in materia di cooperazione internazionale e di finanziamento alle ONG.

Lo 0,7% resta l’obiettivo.

Da qualche tempo in qua, anche  tra gli operatori della cooperazione internazionale l‘obiettivo dello stanziamento dello 0,7% del PIL per la cooperazione allo sviluppo incontra lo scetticismo dettato dalla carenza generale di risorse e dalla cultura della spending review indotte dalla crisi economica corrente. Eppure, altri Governi hanno dimostrato che ancora oggi, nonostante tutto, questo traguardo è assolutamente raggiungibile meritando così di essere riconfermato.

Vale la pena qui ricordare che la percentuale dello 0,7 è stata ancora recentemente confermata come la quantità di risorse necessaria per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio da autorevolissime istituzioni internazionali come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. La stima, è risaputo, si basa sul calcolo delle ricchezze prodotte dai Paesi industrializzati alle quali oggi si vanno ad aggiungere quelle stanziate dalle economie emergenti di Paesi che sono passati da “beneficiari” a donatori. Un ammontare complessivo che nel 2013 ha portato la comunità internazionale nel suo insieme a rendere disponibili sotto forma di Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS) 134,5 miliardi di dollari.

E’ anche noto come l’Italia, da vent’anni in qua, sia tra i Paesi con le peggiori performance e con tendenze decrescenti.  Dal ’92, infatti, gli stanziamenti definite con le annuali “finanziarie” hanno manifestato tagli poderosi a fronte di qualche timido segnale di inversione di tendenza finito poi in bolla di sapone. Anche in questi ultimi anni, le cose non sono cambiate: dal 2008 al 2012 gli Aiuti italiani sono scesi da 4,86 a 2,87 miliardi di dollari che tradotto in termini percentuali corrispondono rispettivamente allo 0,22 e allo 0,14%.

Tutti i Governi sin qui incontrati sul tema, hanno immancabilmente riproposto la stessa posizione: vorremmo fare di più, ma con la crisi in corso non ci è  possibile. Spesso, poi, non tralasciando di evocare ricatti moralistici e presunte guerre tra poveri che ipotizzavano soluzioni diverse solo a condizione di tagliare qualche altra spesa sociale riservata alle fasce deboli del nostro Paese.

Eppure, altri Paesi della Unione Europea hanno recentemente dimostrato come la crisi non sia elemento determinante per una intensa attività di cooperazione . Oltre ai virtuosi Paesi del Nord Europa, ormai noti per aver da tempo raggiunto e superato la soglia dello 0,7%, la Gran Bretagna, ad esempio, lo scorso anno ha incrementato l’APS sino a raggiungere la percentuale dello 0,72% del suo PIL; la Francia, ancora, ha fatto registrare il record di allocazioni portando la cifra complessiva dell’APS a 7,8 miliardi di dollari – tre volte più dell’Italia; e addirittura, Paesi non certo più floridi del nostro, come ad esempio la Turchia, ci hanno surclassato mettendo a disposizione budget superiori a quelli decisi a Roma. 

Sono dati che vogliamo riportare all’attenzione del Governo Renzi mentre sta declinando il suo programma economico; al Viceministro Pistelli, riconfermato nella sua carica e nel pieno del suo impegno per la riforma e il rilancio della cooperazione italiana. Ma soprattutto, li vogliamo ricordare anche alle ONG e agli altri attori della cooperazione nazionale: forse un po’ più di grinta e un po’ meno di accondiscendenza gioverebbero a ridare fiato ad una cooperazione allo sviluppo che da troppo tempo fa i conti con una scandalosa ristrettezza di risorse economiche stanziate.

Riforma della 49: in fretta, ma……

La riforma della Legge 49 sulla cooperazione internazionale sembra, finalmente, entrare nel vivo del dibattito parlamentare. Ancora una volta, dopo oltre vent’anni di tentativi andati falliti, il Parlamento è chiamato ad esprimersi in merito ad un nuovo testo di legge questa volta presentato dal Governo. Non che manchino altre proposte, compresa quella elaborata dal Movimento 5 Stelle, né che facciano difetto gli emendamenti presentati dalle varie forze politiche (alla scadenza della data d presentazione degli stessi ne sono stati registrati ben 600), tuttavia la determinazione del Vice ministro in carica Lapo Pistelli potrebbe facilitare il risultato positivo del necessario percorso.

La forca caudina alla quale penso ci si trova di fronte riguarda la difficile scelta tra la rapida approvazione di un nuovo testo che, emendandolo,  ponga rimedio alle ormai conclamate vetustà della 49 – la scelta  adottata dalla proposta governativa – o la ricerca di un impianto radicalmente innovativo che tenga conto di falle strutturali e cause sistemiche della povertà proponendo un nuovo paradigma di sviluppo.  Su tutte, ne vogliamo citare due tra quelle alla radice della maggior parte dell’impoverimento imposto ai Paesi dei Sud del mondo e alle loro rispettive popolazioni: l’indispensabile riforma del sistema monetario e della architettura finanziaria internazionali, e la disponibilità di risorse economiche messe a disposizione per l’Aiuto allo sviluppo. Lo facciamo preoccupati della totale non considerazione da esse ricevute sia a livello di comunità internazionale, sia per quanto riguarda il Governo Renzi e la proposta di riforma presentata in Parlamento.

Le speculazioni finanziarie, forti della totale deregulation di questo settore al di fuori di ogni controllo e di qualunque imposizione fiscale, restano uno tra i maggiori ostacoli per la sostenibilità dei risultati conseguiti, con esiti alterni e con velocità discutibili, dai Paesi poveri. Spesso, come dimostrato in occasione delle crisi alimentari degli ultimi anni, gli sforzi della difficile ripresa delle fasce e dei Paesi più vulnerabili vengono vanificate da operazioni finanziarie che, sebbene del tutto estranee ed esterne agli attori di settore, rifanno precipitare le economie locali nel baratro più profondo e le persone più povere nella più cieca disperazione. Ignorare i problemi di governance o volutamente lasciare lo statu quo nella finanza globale significa perpetrare una logica, più o meno consapevole, del peggior assistenzialismo o della miglior filantropia caritatevole.

In seconda battuta, gli esiti di qualunque legge di cooperazione sono strettamente vincolati alla quantità di risorse economiche stanziate e alla valutazione del loro utilizzo. Spesso presentata come visione retrograda, la questione dell’ammontare dei fondi destinati alla cooperazione resta a mio avviso fattore determinante. Lo dovrebbero ricordare i leader della comunità internazionale ripensando a come all’approvazione degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio si ritenne indispensabile aggiungere l’ottavo obiettivo – quello del partenariato globale per lo sviluppo – convintisi, ancorché in extremis, della improponibilità degli Obiettivi senza che ai Paesi poveri fossero garantiti adeguati mezzi economici “esterni” per il loro conseguimento. Lo dovrebbero altresì ricordare gli attuali esponenti del nostro Governo già testimoni, sebbene in altre vesti, del discredito e dell’impossibilità operativa derivata in passato dalla continua decurtazione dei fondi stanziati per l’Aiuto Pubblico allo Sviluppo e del sostanziale fallimento del coinvolgimento del settore privato nel finanziamento della cooperazione pubblica. Il fatto che nel programma di economia e finanza del governo Renzi si parli genericamente di aumentare gli stanziamenti per la cooperazione senza però fornire una quantificazione e una pianificazione temporale non ci pare di buon auspicio.

Sono consapevole dei rischi connaturati con la speranza della “gallina domani”. A volte però, mi permetto di ricordarlo al Vice Ministro Pistelli, “l’uovo oggi” è un appagamento altrettanto non privo di rischi. Soprattutto per chi senza radicali cambiamenti non dispone di uova e abbandona la speranza della gallina.