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Allarme FAO: torna a crescere il numero degli affamati

La fame è spesso dovuta alla povertà e alle ineguaglianze. E’ il risultato dell’esclusione dei produttori di piccola scala dai sistemi alimentari di grande scala”. Non si tratta della dichiarazione di qualche “facinoroso” sostenitore dell’agricoltura contadina, ne’ di qualche militante di movimenti popolari del Sud del mondo; bensì del Presidente dell’IFAD (International Fund for Agricultural Development), ovvero una delle tre Agenzie delle Nazioni Unite con sede a Roma incaricate dalla comunità internazionale di lottare contro la fame nel mondo.

Dopo anni di progressi, seppur limitati, verso la diminuzione del numero delle persone che nel mondo soffrono la fame, gli ultimi dati registrati nel 2016-17 dalla FAO hanno denotato una preoccupante inversione di rotta. Sono tornati a superare gli 800 milioni gli affamati e “il loro numero è tornato nuovamente a crescere per il 60%, “nei Paesi colpiti da conflitti armati e dagli effetti del cambiamento climatico”. Sono le cifre drammatiche e scandalose snocciolate dal Direttore Generale della FAO José Graziano da Silva nel corso della Conferenza biennale della Organizzazione onusiana tenutasi a Roma a giugno.

A rincarare la dose delle denuncie dei due dirigenti internazionali, se possibile con ancora maggiore chiarezza, ci ha pensato Papa Francesco che nel suo intervento indirizzato alla stessa assemblea ha dichiarato come “ la fame e la malnutrizione non sono soltanto fenomeni naturali o strutturali di determinate aree geografiche, ma sono piuttosto la risultante di una più complessa condizione di sottosviluppo causata dall’inerzia di molti e dall’egoismo di pochi”. Posizioni inequivocabili che ascrivono alle scelte politiche e ai costumi sociali consolidatisi nelle società benestanti le maggiori responsabilità di uno scandalo che permane invariato da decenni nonostante le innumerevoli dichiarazioni di impegno per la sua definitiva rimozione.

In questo contesto suonano ancor più laconiche le dichiarazioni del Presidente del Consiglio Gentiloni che, nella medesima sede, è intervenuto per affermare come “non esiste un numero accettabile di persone che soffrono la fame. Ognuno deve poter raggiungere quella libertà dal bisogno del cibo, e l’Italia non solo è in prima linea per promuovere il dibattito, ma anche per il perseguimento dell’obiettivo”. Come se i tagli alla cooperazione internazionale, le distorsioni dei fondi dell’8xmille dello Stato, l’incremento della spesa militare e l’inadempienza in diversi impegni internazionalmente assunti fossero fatti da scrivere a responsabilità altre rispetto ai Governi italiani degli ultimi 30 anni.

Le risorse sono indispensabili, l’assunzione di responsabilità ancor più. Una fattiva riflessione sull’efficacia di un riorientamento delle politiche economiche e sull’urgenza di un cambio di rotta nelle strategie di sviluppo globali è la precondizione irrinunciabile all’ottenimento del cosiddetto obiettivo Fame Zero. Iniziando, come saggiamente suggerito dal capo dell’IFAD, con la promozione di politiche agricole che favoriscano e riscattino i piccoli produttori a discapito delle enormi facilitazioni concesse alle grandi multinazionali dell’agro-industria. Ne beneficeremmo tutti: chi innanzitutto in dignità di vita, chi, forse più fortunato, in salute.

(articolo pubblicato su Repubblica.it)

Davide può ancora abbattere Golia

La domanda più frequente nel corso degli incontri pubblici che mi capita di tenere su argomenti di politiche e cooperazione internazionale è quasi sempre la stessa: “cosa possiamo fare di fronte a problem così enormi? Come possiamo contrastare l’enorme potere delle multinazionali e dei profittatori?”.

Agli esempi che cito per allontanare quel senso di impotenza che pervade molti anche tra i più motivati, oggi se ne aggiunge un’altro alquanto interessante fornitoci da un intraprendente e tenace imprenditore del Camerun. La notizia è stata pubblicata dalla rivista Africa e, come spesso accade, ignorata dai media di massa  e di conseguenza poco risaputa.

Il suo nome è Pio Bissek, 72 anni di professione Amministratore delegato di Codilait, azienda camerunense produttrice di latte condensato. Il suo chiodo fisso negli ultimi 15 anni? Incastrare la potentissima Nestlé per concorrenza sleale e truffa commerciale. Il tutto inizia quando BIssek si trova in difficoltà nel piazzare il  suo latte condensato interamente prodotto con latte camerunese al prezzo di 2,13 Euro la confezione visto che la multinazionale svizzera esporta in loco latte condensato che a pari quantità di prodotto si acquista nei negozi locali a soli 2 Euro. Il tenace imprenditore decide di far analizzare il latte Nestlé scoprendo che, dati di laboratorio alla mano, gli ingredienti non corrispondono a quanto dichiarato in etichetta e contengono tra l’altro olio di palma, di cocco e di soia a parziale sostituzione dei grassi animali che dovrebbero contenere i prodotti a base di latte.

Scatta la denuncia alle autorità camerunesi competenti che condannano in prima istanza la Nestlé ad un risarcimento di 30 milioni di Euro per frodi doganali ai danni dello Stato. Questo primo traguardo, poi vanificato  in secondo grado di giudizio a quanto pare per “negoziazioni” tra governo locale e sede di Ginevra che hanno portato Yaounde a ritirare i capi di accusa, altro non è che un calvario di 15 anni al termine dei quali, tuttavia, Pio Bissek riesce ad ottenere una simbolica vittoria. Il colosso svizzero viene definitivamente condannato a versare un’ammenda risarcitoria alla Codilait di 150 milioni di Franchi CFA. Pochi se paragonati ai 740 milioni inizialmente stabiliti in corte di appello, moltissimi se considerate da

La metafora del granello di sabbia che può inceppare il grande meccanismo trova conferma. Ciò che servel punto di vista di una battaglia che pochi avrebbero intrapreso e ancor meno avrebbero creduto vittoriosa. altro non è che determinazione, tenacia e soprattutto la fede di Davide di fronte al gigante Golia.

(articolo pubblicato su Repubblica.it)

Un altro leader indigeno assassinato per le sue attività ambientaliste

Isidro Baldenegro López 1966 – 2017

Si apre oggi a Roma il Forum Globale delle Popolazioni Indigene che vedrà i leader delle principali comunità indigene riuniti per tre giorni presso la sede dell’IFAD. Questi popoli rappresentano il 5% della popolazione mondiale, ma ben il 15% di quella che vive in estrema povertà. Un dato, questo pubblicato da IFAD, che lascia ben intuire come le discriminazioni, le violazioni dei loro diritti sanciti, peraltro da una Convenzione delle Nazioni Unite adottata dalla loro Assemblea Generale il 13 settembre 2007, i soprusi nei loro confronti siano all’ordine del giorno.

Molto spesso ignorati o dimenticati dai più, i diritti dei popoli indigeni hanno ovviamente un’importanza fondamentale per la loro tutela, ma altresì costituiscono un bene globale a vantaggio di tutti. Il ruolo giocato dalle comunità indigene nella difesa dei territori marginali, degli ecosistemi, e dell’ambiente in generale è un fattore determinante per la sopravvivenza dell’intero pianeta. Basti pensare che, stando ai dati di IFAD, più dell’80% della diversità biologica del pianeta, la cosiddetta biodiversità, è presente nei territori ancestrali di 70 Paesi nel mondo occupati e gestiti dalle 370 milioni  di persone che si riconoscono come “indigeni”.

Ma è di questi giorni la notizia, ancora una volta passata nella disattenzione generale, che un leader di comunità indigene messicane è stato brutalmente assassinato per la sua costante attività di difesa del patrimonio forestale e delle terre coltivate per la produzione di cibo dall’accaparramento di sfruttatori e di narcotrafficanti. Isidro Lopez Baldenegro, questo il suo nome, di 51 anni nonostante la protezione offertagli da organismi umanitari ed internazionali a seguito delle ripetute minacce ricevute, domenica 22 gennaio non è sfuggito alla mano assassina di chi calpesta la vita umana pur di incrementare i propri profitti. Isidro è il 33° leader ucciso in Messico negli ultimi 5 anni e il secondo vincitore del Goldman Environmental Prize ad aver trovate morte cruenta per le proprie attività. Prima di lui, nel marzo dello scorso anno, Berta Caceres ha incontrato la mano dei suoi carnefici in Honduras.

Due grandi personalità poco conosciute che allungano la lista dei morti ammazzati su commissione delle multinazionali, dei latifondisti, dei narcotrafficanti interessati a sfruttare le risorse naturali dei territori indigeni che stando all’ultimo rapporto di Global Witness, organizzazione che documenta le violazioni contro le popolazioni indigene, solo nel 2015 le vittime sono aumentate del 59%: da 116 nel 2014 a 185 nel 2015. 

IFAD insieme alle altre Agenzie specializzate delle Nazioni Unite soprattutto negli ultimi anni sta lavorando molto per l’inclusione del cosiddetto settore privato nella cooperazione internazionale.  Pur riconoscendo l’importanza di una tale strategia, il Forum di questi giorni dovrebbe porre condizioni perché l’inviolabilità dei diritti umani e di quelli della Madre Terra siano vincolanti per tutti e porre finalmente le basi per l’applicazione di norme sanzionatorie a fronte di palesi violazioni di Convenzioni e Accordi ritenuti in sede di istituzioni internazionali.

(articolo pubblicato su Repubblica.it)

Clima: l’Italia deve fare la sua parte

Il prossimo 4 novembre l’Accordo di Parigi, ovvero il protocollo adottato il 12 dicembre 2015 nel corso dell’ultima Conferenza ONU sui cambiamenti climatici, entrerà in vigore. Un passo determinante per affrontare una delle maggiori emergenze dell’umanità compiuto con rimarchevole celerità dalla comunità internazionale che, a differenza dei tempi resisi necessari per l’entrata in vigore del precedente Accordo, il Protocollo di Kyoto adottato dopo 8 anni dalla sua firma, questa volta ha impiegato solo 10 mesi.

Gli ambiziosi quanto necessari obiettivi fissati a Parigi prevedono il contenimento dell’innalzamento della temperatura al di sotto dei 1,5 gradi centigradi e di stanziare 100 miliardi di dollari, ai sensi del Green Climate Fund,  per consentire ai Paesi poveri di adattare adeguatamente le proprie condizioni produttive e consumeristiche. Ad oggi sono 72 i Governi che hanno ratificato l’Accordo di Parigi, ben oltre i 55 ritenuti necessari dalle normative ONU, che nel loro insieme sono responsabili del 58% delle emissioni inquinanti globali, il 3% in più della soglia minima richiesta.

Tuttavia, alla bella notizia si associano alcune preoccupazioni. In primis il fatto che la quasi totalità dei governi aderenti dovranno andare ben al di la degli obiettivi sin qui fissati a livello nazionale per realizzare le trasformazioni necessarie. Poi, rimane la sfida del convincimento e del coinvolgimento dei Paesi ancora assenti all’appello. Infatti,  il grande risultato di poter contare sulla ratifica da parte di “grandi inquinatori” come Cina, India e USA, l’impegno colossale che attende il mondo intero deve essere condiviso, con responsabilità diversificate, da parte di tutti i governi. Infine, per quanto ci riguarda da vicino, l’Italia anche in questo caso non ha brillato per sollecitudine.

Solamente lo scorso 4 ottobre il Consiglio dei Ministri ha approvato un disegno di legge con il quale si promuove la ratifica del nostro Paese e contemporaneamente lo stanziamento di 150 milioni di Euro quale contributo alla prima capitalizzazione del Green Climate Fund: 50 all’anno per il 2016, ’17, e ‘18 che vanno ad aggiungersi ai 50 già versati. Finalmente un passo alquanto atteso da parte del Governo Renzi, tuttavia non sufficiente. Come noto, infatti, ai sensi dei regolamenti UE questo tipo di accordi internazionali richiedono l’approvazione da parte di ogni singolo Parlamento nazionale: di conseguenza, per la definitiva adesione italiana la palla passa ora alle aule parlamentari. Sebbene i nostri parlamentari europei della Lega abbiano votato contro la ratifica dell’Accordo di Parigi in sede comunitaria, e nonostante l’avvallo parlamentare non dovrebbe riservare sorprese, qualche problema potrebbe porlo la prossima scadenza referendaria del 4 dicembre. Per questo le organizzazioni ambientaliste attive nel nostro paese, stanno facendo pressione affinché l’Italia, che già si presenterà “inadempiente” alla prossima Conferenza sul Clima che si svolgerà a Marrakech i prossimi 7 – 18 novembre, recuperi rapidamente il terreno perso e sia così in grado di presentare un adeguato “piano di de carbonizzazione” entro i termini stabiliti per i l 2018.

E nel 2018, meglio ricordarlo già da oggi, salvo imprevisti nel nostro Paese vi saranno le elezioni politiche per le quali auspicabilmente, i programmi di lotta ai cambiamenti climatici saranno annoverate tra le dirimenti per le scelte degli italiani.

(articolo pubblicato su Repubblica.it)