Una firma per i diritti umani

La diffusione esponenziale delle cosiddette tecnologie informatiche fa si che ognuno di noi sia ormai uso al gesto abitudinario di utilizzare per molteplici scopi il proprio telefonino e di navigare nel ciberspazio con il proprio personal computer. Al contrario, molte meno persone sono a conoscenza del prezzo pagato da alcune popolazioni per l’estrazione dei minerali e delle materie prime necessarie alla fabbricazione di questi strumenti di comunicazione. In Paesi come Repubblica Democratica del Congo, Myanmar, Colombia, Afganistan le industrie multinazionali estrattive  da anni attingono alle ricche miniere di stagno, tantalio e tungsteno approvvigionandosi delle materie prime indispensabili, spesso a costo di ignobili sfruttamenti e di brutali violazioni dei più fondamentali diritti delle popolazioni locali e, come se non bastasse, i milioni di Euro sborsati per ottenere il benestare di poteri ed elite corrotti di questi Paesi serve in molti casi a finanziare gruppi armati e alimentare conflitti.

Con il 16% del totale globale delle importazioni di queste materie prime  l’Unione Europea si colloca tra i maggiori beneficiari mondiali insieme a USA, Cina, Giappone e Corea. Per questo lo scorso maggio 2015 la UE ha responsabilmente assunto una risoluzione con la quale si intendeva imporre un codice di comportamento obbligatorio alle industrie estrattive per il rispetto dei diritti umani, la trasparenza delle operazioni di estrazione e commercializzazione dei minerali e così ottemperare alle direttive e agli standard fissati dall’OCSE in materia di gestione responsabile. Purtroppo, questa buona prassi si è infranta contro il volere di alcuni Stati  membri che lo scorso 17 dicembre hanno ottenuto una posizione del Consiglio Europeo che riduce a semplice codice volontario le misure previste dal Parlamento comunitario e per di più riduce il numero di prodotti, tra materie prime e semi lavorati, sottoposti a controllo.

Questa contraddizione tra gli Organi istituzionali della UE ha fatto si che si aprisse un confronto a tre – Parlamento, Commissione e Consiglio con i suoi 28 Stati membri – al fine di definire una posizione congiunta e coerente. In queste settimane il dialogo tripartito ha preso il via e numerose organizzazioni della società civile europea hanno ritenuto di avviare una campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e lanciare una petizione per far prevalere la posizione del Parlamento inibendo il tentativo di ancora scontare il nostro benessere a migliaia di persone che hanno la sfortuna di vivere nei territori interessati dalle estrazioni. Violenze, soprusi, stupri, esodi forzati, sfruttamento minorile e quant’altro si possa immaginare sono le conseguenze, in molti casi, della spregiudicatezza di chi si arricchisce sulla pelle degli altri.

Firmiamo tutti così che le nostre abitudini non diventino collusioni con crimini contro altre persone.

(articolo pubblicato su Repubblica.it)