Lula, il potere e la corruzione

In queste ore scrivere di qualcosa che non attiene ai criminali attentati dei terroristi islamici in Europa sembra inopportuno. Lo faccio condividendo il dolore, l’orrore e la rabbia di tutte delle vittime degli attentati e di tutti i cittadini europei, ma tenendo fede all’impegno assunto di parlare di questioni che riguardano  i Paesi e le popolazioni povere del Sud del mondo.

Da questo punto di vista, quindi, l’attenzione non può che essere anche attirata dalle vicissitudini che stanno attraversando il Brasile e il suo ex Presidente Ignazio Lula da Silva. Un’attenzione che per noi italiani, soprattutto per quelli impegnati nella cooperazione internazionale, deriva dal confrontarsi con avvenimenti abbattutisi su di un personaggio che molti e per molto tempo è stato quasi un mito da difendere, sicuramente un attore da supportare, finanziare, e  accompagnare prima nella conquista della presidenza, poi nel suo operato di governo. Infatti, l’impegno di un buon numero di Organizzazioni di Società Civile italiane, non solo ONG ma anche sindacati, formazioni e movimenti politici, sin dagli anni ’80 si è prodigato insieme a realtà simili di altri Paesi donatori a sostenere i ripetuti tentativi elettorali di Lula andati a buon fine solo nel 2002 con la sua elezione a Presidente della Repubblica. La sua provenienza dal mondo operaio e sindacale, le sue scelte a favore dei più poveri e le sue posizioni nette in loro favore e contro i grandi poteri fondiari locali, le lobbying delle numerose multinazionali attive nel Paese nonché della vecchia oligarchia filo americana e conservatrice hanno per anni calamitato le speranze e gli impegni dei difensori dei diritti di tutto il mondo, delle classi povere brasiliane e delle organizzazioni di base locali.

Al punto che, chi come il sottoscritto ha provato a suo tempo ad evidenziare gli inevitabili compromessi e le necessarie mediazioni imposte dal passaggio da leader di forze di movimenti di opposizione a gestore di uno Stato si è attirato non poche critiche e qualche improperio di idealisti incalliti ancorati alle illusorie visioni di utopiche teorie. La firma degli accordi per la produzioni di aerei da combattimento Aermacchi, le contraddizioni tra la promozione del programma “fame zero” e alcune scelte non condivise dai Sem Terra, le concessioni firmate per le estrazioni petrolifere, le scelte di politica estera nei riguardi dei Paesi amici latinoamericani sono alcune delle questioni cui mi riferisco che hanno suscitato ferme opposizioni  e diverse manifestazioni di dissenso di parte dei movimenti brasiliani prima grandi elettori del Presidente sindacalista. La non distinzione tra gioco delle parti necessario a qualunque democrazia e il progressivo ridimensionamento del “mito” Lula sfruttato dalle forze conservatrici nazionali e dai potentati internazionali ha amplificato quella perdita di credibilità, quindi di  potere, ereditato da Dilma Rousseff alla sua affermazione elettorale del 2010.

Questi sei anni di gestione dell’erede di Lula hanno largamente confermato come la funzione di governo imponga scelte non sempre conciliabili con semplicistici populismi o, al contrario, provochi gravi problemi di sostenibilità economica quando queste seguano troppo la riconquista di un consenso popolare indebolito dalle necessità indotte dalla gestione di un Paese. L’innalzamento del debito pubblico, l’inflazione galoppante, l’innalzamento del tasso di disoccupazione sono alcune delle conseguenze pagate dai brasiliani delle classi meno abbienti nonostante il maggior perseguimento di obiettivi economicamente redditizi, l’aumento della fiscalizzazione dei ceti medi e le concessioni agli investitori stranieri sono il prezzo pagato dal governo Lula-Rousseff nel tentativo di compensare i costi pagati alla coerenza con le promesse elettorali. Purtroppo, a parere della magistratura brasiliana, oltrepassando i limiti imposti dall’etica e dalla legalità non scontabili neppure per i mostri sacri di alcuni o per le ancore di speranza di altri.

Penso che il vero problema cui siamo confrontati con la vicenda Lula non stia tanto nel sapere se e quanto il super attico di Lula sia stato finanziato dai faccendieri di turno, e nemmeno nel conoscere la vera entità delle presunte  mazzette da lui sborsate o intascate a titolo personale; il vero nodo è la conciliabilità tra la conquista e poi la gestione del potere con la fattibilità di agire al di fuori e contro gli interessi di quella lobby spregiudicata degli attori economico-finanziari che, ben al di sopra di scelte e appartenenze politiche, sembra non concedere possibilità alcuna a strategie separate ne tanto meno distonanti con i suoi obiettivi di massimizzazione del profitto, ovviamente di pochi eletti. Come fosse un coccodrillo capace di attendere con ore di apparente immobilità le prede sfuggite certo che prima o poi, inevitabilmente, passeranno dentro le sue voraci fauci.

(articolo pubblicato su Repubblica.it)