Imprese, diritti umani e SDGs

Nei prossimi giorni a Palazzo di Vetro di New York, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite concentrerà i propri lavori sulle questioni legate al rinnovo degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDGs) che saranno sostituiti il prossimo anno dai cosiddetti Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs). Con la scadenza prevista per il mese di settembre del 2015, infatti, gli MDGs tutt’altro che raggiunti in questi primi 15 anni del nuovo millennio, lasceranno il passo ad un nuovo accordo globale che la comunità internazionale dovrà siglare per conseguire risultati che consentano la sostenibilità e la vivibilità del futuro dell’umanità e del nostro pianeta.

Di conseguenza, questa prossima sessione della Assemblea ONU assumerà un ruolo decisivo per orientare l’ultima tappa negoziale che condurrà alla definitiva adozione dei nuovi Obiettivi. Non a caso, in questi mesi i Governi e le istituzioni internazionali stanno perfezionando le rispettive posizioni negoziali e i diversi attori di società civile intensificano le loro azioni di pressione e di sensibilizzazione per influire sugli ultimi posizionamenti e conclusioni. Tra questi, ovviamente, i soggetti istituzionali e privati della Unione Europea. E’ di poche settimane fa la Comunicazione UE con la quale questa realtà sovrannazionale, collocata ai primissimi posti in quanto a incisività sulle relazioni e le dinamiche globali, ha reso nota la posizione mediata tra i suoi 27 Stati membri che porterà ai tavoli negoziali onusiani. Posizione che vedrà il Governo italiano in prima linea per la sua difesa, visto l’attuale ruolo di Presidente di turno della UE e data la recentissima nomina della Ministro Mogherini alla carica di Alto Rappresentante per la Politica Estera di Bruxelles.

La richiesta a più riprese reiterata dalle organizzazioni di società civile europee per avanzare una posizione UE più coraggiosa rispetto alla poca ambizione del documento negoziale approvato dal Gruppo di lavoro organizzato in sede ONU sul quale oggi stanno reagendo i diversi protagonisti sembra essere delusa da un testo con altrettanta scarso coraggio, intessuto di frasi generiche e vaghi principi, che rimanda ad altre sedi i tempi e le proposte per la fissazione di obiettivi chiari, misurabili e vincolanti per tutti. Pur riconoscendo l’inserimento della volontà di definitivamente abbandonare la logica assistenzialista per un più consono approccio basato sul rispetto e la promozione dei diritti umani fondamentali di tutti, infatti, le perplessità circa alcuni nodi sostanziali permangono radicate. In particolare, non voler riconoscere chiaramente come cause delle povertà e della negazione del diritto al cibo le diseguaglianze economiche, sociali e politiche e le discriminazioni e violazioni dei diritti umani come il principale ostacolo ad uno sviluppo sostenibile globale, resta una grande debolezza foriera ancora una volta di incoerenza e libertà di interpretazione su quanto richiesto o inopportuno nella definizione di una agenda di sviluppo improntata a maggior giustizia sociale. Ne è prova il fatto che ancora ci si oppone circa la necessità dell’istituzione di un quadro di riferimento vincolante per l’azione delle imprese, in particolare delle grandi multinazionali, nel loro agire in particolare nelle regioni più povere del mondo. E su questo, purtroppo, il Governo italiano continua a giocare un ruolo di ostruzione opponendosi, ancora recentemente con voto negativo in sede comunitaria, a tale progetto. Nemmeno le recenti indagini avviate dalla magistratura del nostro Paese circa le enormi corruzioni perpetrate dai massimi dirigenti di una delle maggiori imprese nazionali come ENI per ottenere le concessioni per lo sfruttamento di giacimenti petroliferi in Africa, sembrano incrinare questa inaccettabile posizione. Chissà se tra le pieghe della volontà riformatrice del Governo Renzi e nell’agenda della nuova Vice presidente UE Mogherini troveranno spazio anche queste questioni che impattano i destini di milioni di poveri e costituiscono una delle più evidenti prove della veridicità della volontà di cambiamento contenuta a parole nella citata Comunicazione della Unione Europea. 

(articolo pubblicato su Repubblica.it)