Per una cooperazione fondata sui diritti

La riforma della Legge 49/87 trova oggi un ormai insperato riforire e, forse, incontra le condizioni favorevoli per un suo tanto atteso completamento. Con l’obiettivo di portare un nostro contributo originale al dibattito in corso, con alcuni amici e colleghi docenti universitari abbiamo elaborato un documento di riflessione inviato al Vice Ministro Lapo Pistelli, delegato per la cooperazione internazionale nel Governo Letta e confermato in tale carica nella squadra di Matteo Renzi.

Di seguito il testo completo di tale documento che, ci auguriamo, possa costituire un ulteriore strumento di rflessione e, ovviamente, di eventuali commenti e contributi.


PER UNA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE FONDATA SUL DIRITTO ALLA PACE

Da vent’anni a questa parte, Governo , Parlamento e realtà di società civile si adoperano per portare a termine una riforma della Legge di cooperazione internazionale (Legge 49/87). La necessità di rinnovare lo strumento legislativo che regola le attività di cooperazione internazionale del nostro Paese è unanimemente riconosciuto. Tuttavia,   le divergenze manifestate dagli attori coinvolti, altre volte i tempi istituzionali contratti dalla instabilità politica che ha caratterizzato la vita istituzionale del Paese negli ultimi anni, hanno sin qui impedito di conseguire tale obiettivo in maniera compiuta.

Pur nella diversità delle interpretazioni evidenziatesi e nella differenziazione delle soluzioni conseguentemente proposte, il dibattito ed il confronto in materia di cooperazione internazionale è stato principalmente focalizzato su alcune questioni senza dubbio di grande rilevanza. Così, la collocazione della competenza in materia di cooperazione all’interno dell’architettura istituzionale, la strutturazione gestionale e l’istituzione di una Agenzia, il ruolo del settore privato, la relazione tra settore pubblico e società civile, la soggettività del volontariato e la sua autenticità, o ancora la centralità del “progetto di sviluppo” nelle sue accezioni evolutive e con i miglioramenti teoretici ad esso apportati con le ultime Conferenze internazionali, sono alcune delle questioni che più hanno focalizzato l’attenzione e acceso il dibattito tra posizioni divergenti.

Affermando la nostra condivisione circa la rilevanza di tali nodi, quindi sottolineando la necessità che essi vengano quanto prima risolti in vista di una rapida approvazione di un nuovo testo di legge, riteniamo tuttavia di dover contribuire al processo di rifondazione della politica di cooperazione internazionale apportando elementi altri che ci derivano dal nostro impegno quotidiano di studiosi della materia, di docenti universitari e, altrettanto, di appassionati di giustizia e del destino dei poveri della terra.

Occuparci quotidianamente di tradurre i principi e le pratiche dello sviluppo e della cooperazione internazionale dentro processi formativi, ci ha definitivamente convinto della sovrabbondanza di produzione intellettuale offerta in materia. Ciononostante, la sua applicazione in una azione coerente e la sua traduzione in pratiche e strategie consuetudinarie lascia ancora oggi molto a desiderare.

Se non si può che riconoscere le cause di questa resistenza al cambiamento nei limiti imposti dalle mediazioni che impone l’agire di ognuno nelle sue rispettive responsabilità, riteniamo tuttavia che gli obiettivi di una cooperazione internazionale incisiva ed efficace nella lotta per una maggior giustizia sociale debbano essere rivisitati alla luce delle problematiche connesse con le “variabili internazionali sistemiche” che connotano profondamente lo scenario globale contemporaneo e le relazioni che in esso si sviluppano.

A nostro avviso, l’individuazione di una nuova politica di cooperazione internazionale non può prescindere dalla considerazione dei profondi mutamenti che hanno caratterizzato lo scenario internazionale negli ultimi decenni, e dal superamento della persistente cultura prepotentemente ancorata dentro il solco del cosiddetto “basic needs approach”. Infatti, la redistribuzione dei poteri e dei pesi all’interno della comunità internazionale sia sul piano statuale sia su quello degli attori privati e civili in gioco, l’inedita compenetrazione delle aggregazioni regionali createsi nei vari continenti con l’ordinamento giuridico e istituzionale delle organizzazioni sovrannazionali, in qualche modo anticipate dal percorso intrapreso dalla Unione Europea e dagli obiettivi da essa raggiunti nei suoi 60 anni di storia, e l’adozione di un più efficace paradigma di sviluppo fondato sui diritti umani fondamentali di ogni persona e comunità, precludono alla necessità di stabilire un rinnovato ordine mondiale per il quale occorre procedere ad una profonda “recapitulazione” che origini policies e strategie concrete in grado di incidere sulle diseguaglianze in essere ponendovi rimedio con efficacia e durabilità.

Il necessario rinnovamento degli strumenti giuridici, legislativi e operativi che questo mutato contesto impone, pur nella sua innovazione deve tuttavia mantenere i lineamenta in alcuni documenti fondativi del diritto internazionale. Tra questi, la Dichiarazione sul Diritto allo Sviluppo adottata dalle Nazioni Unite nel 1986, resta a nostro avviso il punto di riferimento  dal quale originare le necessarie scelte operative che nel tempo occorre declinare.  

Oggi, in questo impegnativo esercizio di contestualizzazione ci pare assumere particolare rilevanza la recente bozza di Dichiarazione delle Nazioni Unite sul “diritto alla pace” elaborata dal Gruppo di Lavoro intergovernativo nella sua sessione del 18-21 febbraio 2013 a Ginevra e presentata alla 23° sessione del  Consiglio Diritti Umani delle Nazioni Unite lo scorso mese di giugno.

La finalità con essa perseguita di innestare un diritto collettivo come quello “alla pace” all’interno dei diritti umani individuali rappresenta l’obiettivo più avanzato e contestualmente più adeguato per orientare le politiche  e le azioni di cooperazione internazionale. Nella bozza negoziale, infatti, il divieto della minaccia o dell’uso della forza, l’obiezione di coscienza al servizio militare, il diritto a manifestare per la pace, la responsabilità nell’ambito militare, il peacekeeping, la sicurezza umana, il diritto allo sviluppo, il diritto di resistere e opporsi all’occupazione coloniale straniera e alla dominazione dittatoriale, il diritto ad un ambiente sicuro, pulito e tranquillo in cui tutte le persone possono completamente godere dei loro diritti umani e delle libertà fondamentali sono gli elementi costitutivi di un rinnovato ordine mondiale che il diritto alla pace può varare e le attività di cooperazione dovrebbero veicolare.

Porre i diritti cosiddetti di “terza generazione” nello stesso alveo normativo dei diritti umani individuali fondamentali è la chiave di volta di un uovo paradigma di sviluppo che conduce alla determinazione dei principi e delle finalità di ogni politica di cooperazione internazionale, quindi, degli strumenti legislativi e normativi che ne inquadrano l’agire a livello governativo e della società civile.

E’ da queste convinzioni che scaturisce la nostra proposta, in primis rivolta al Governo in carica, volta a mobilitare le forze attive del nostro Paese perché l’Italia assuma la leadership nella comunità internazionale per la rapida adozione definitiva della Dichiarazione delle Nazioni Unite sul diritto alla pace e ad incidere nel dibattito nazionale per una rifondazione della politica di cooperazione allo sviluppo.

A tal fine, riteniamo che tra le prime azioni da intraprendere dal Governo potrebbero figurare:

·         inserire da subito nel “dialogo politico” che si svolge a livello delle Nazioni Unite il tema dei Diritti Umani per promuovere tra gli Stati membri una predisposizione positiva per la rapida adozione della bozza di Dichiarazione sul diritto alla pace promossa dal GdL intergovernativo del Consiglio Diritti Umani di Ginevra. A tal fine, il Governo deve farsi promotore di una Risoluzione dell’Assemblea Generale Nazioni Unite per una sua adozione nella sessione plenaria del 2015 in concomitanza con la scadenza degli OSM e l’adozione del processo cosiddetto “post 2015”;

·         promuovere a livello della Unione Europea l’elaborazione di “linee guida della cooperazione internazionale” ispirate alla affermazione dei diritti umani. A tal fine, il Governo deve farsi promotore dell’istituzione di un Gruppo di Lavoro intergovernativo aperto a personalità del mondo accademico e della società civile che, recependo quanto contenuto nel Trattato di Lisbona in merito al ruolo della UE e dei suoi Stati membri in materia di diritti umani e di cooperazione internazionale, si faccia carico della stesura di una bozza di “Comunicazione” da avviare all’iter di approvazione del Consiglio europeo;

·         adottare, nelle posizioni assunte all’interno del dibattito in corso per la riforma della Legge 49/87 e negli atti il Governo promulgherà in materia di cooperazione internazionale, scelte coerenti con i principi contenuti nei documenti delle Nazioni Unite in materia di diritto allo sviluppo (in particolare la Dichiarazione sul Diritto allo Sviluppo del 1986 e il documento sullo Stato di diritto presentato alla Assemblea Generale ONU lo scorso 24 settembre 2012);

·       includere nel curriculum formativo e nell’iter di selezione dei nuovi diplomatici le competenze necessarie per una loro adeguata preparazione alla gestione delle relazioni internazionali orientate alla tutela e alla promozione dei diritti umani, e del diritto alla pace in particolare, quali presupposti fondativi di un nuovo ordine internazionale che faccia della convivenza pacifica tra i popoli l’interesse globalmente perseguito per una benessere condiviso e uno sviluppo armonico tra le persone, le comunità e l’ambiente. 

Avanziamo questa proposta certi della sensibilità a queste problematiche dell’attuale Governo, in particolare delle sue figure istituzionalmente preposte a condurre la politica di cooperazione internazionale e di relazioni estere, dell’opinione pubblica e di moltissime realtà organizzate di società civile, di tanti movimenti e aggregazioni ecclesiali. 

Abbiamo l’opportunità di agire in un contesto nazionale alquanto favorevole per intraprendere sinergie e complementarità tra i diversi attori istituzionali e civili foriere di unitarietà di intenti e di efficacia di azione. Tali potenziali convergenze  possono caratterizzare una nuova “strategia Paese” utile a riposizionare l’Italia in un ruolo di leadership nel progressivo superamento di una cultura di cooperazione fondata sulla “logica dei bisogni”  a favore di una più adeguata radicata nella “logica dei diritti”.   Nella grave congiuntura economica che ha portato alle note ristrettezze di risorse disponibili in questi ultimi anni che, come noto, hanno ridotto ai minimi storici gli stanziamenti allocati alla cooperazione allo sviluppo e agli impegni internazionali, crediamo che questo posizionamento dell’Italia possa significativamente contribuire a riguadagnare nella comunità internazionale una parte di credibilità da tempo indebolita dalle inadempienze registrate nei confronti degli impegni e delle azioni promosse a livello internazionale.  

Per la migliore riuscita di questa iniziativa, mettiamo a disposizione la nostra disponibilità a supportare tali impegni attraverso il monitoraggio della documentazione prodotta in materia e del dibattito sviluppato nelle sedi competenti,  una conseguente elaborazione continuativa di materiale utile a sostenere e sostanziare l’azione del Governo, e un’opportuna azione informativa e formativa   delle organizzazioni della società civile, del mondo accademico e delle realtà ecclesiali con le quali da tempo cooperiamo.  

Ripalvella di San Venanzo, 6 agosto 2013

p. Francesco COMPAGNONI – Direttore del Master di Mangement per il Terzo Settore della Pontificia Università S. Tommaso d’Aquino.

Stefania GANDOLFI – Docente di Educazione comparata, Sistemi educativi in America latina, sistemi educativi in Africa sub-sahariana, Pedagogia dei diritti dell’uomo e Responsabile della Cattedra UNESCO sui Diritti dell’uomo ed etica della cooperazione internazionale – Università di Bergamo.

 

Sergio MARELLI – Docente di Pedagogia della cooperazione internazionale e membro della Cattedra UNESCO sui Diritti dell’uomo e l’etica della cooperazione internazionale dell’Università di Bergamo.

Marco MASCIA – Docente di Relazioni internazionali e di Sicurezza internazionale e peacekeeping e Direttore del Centro interdipartimentale sui diritti della persona e dei popoli dell’Università di Padova.

Antonio PAPISCA – Docente di Tutela internazionale dei diritti umani e di Organizzazione internazionale dei diritti umani e della pace e Titolare della Cattedra UNESCO in Diritti umani, democrazia e pace della Università di Padova.

Felice RIZZI – Presidente del Centro di cooperazione internazionale – Università di Bergamo