Il G20, la Siria e il Sahel

Nella sempre maggior confusione di agende tra i Summit internazionali e nella sempre meno chiara definizione di competenze e di finalità tra questi, è scontato che l’ordine del giorno del prossimo G20 di San Pietroburgo ruoterà attorno alla crisi siriana. Gli altri grandi problemi e le altre urgenze saranno sacrificate all’altare della difficile mediazione per individuare una linea comune, o perlomeno accettabile, dai 20 Governi partecipanti e così influenzare le decisioni dei prossimi giorni che essi dovranno assumere a livello nazionale e al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Non è la prima volta che i Vertici dei G8 e dei G20 si riuniscono all’insegna di una crisi internazionale. Tuttavia, mai come nel caso di questo 2013 e di fronte alla gravissime violazioni perpetrate dal regime di Damasco, il probabile prossimo attacco alla Siria riveste anche un ruolo fondamentale nella pesantissima situazione economica internazionale quale ghiotta via di uscita per rilanciare le economie mondiali in recessione. Lo diceva già parecchi anni fa Alberto Sordi in un memorabile film: “finché c’è guerra c’è speranza”. Le risorse e gli investimenti pesantissimi che sempre richiede un intervento internazionale vengono rapidamente trovati nonostante le politiche di austerità adottate ad ogni altro livello.

Come ad esempio  a livello di quanto promesso dai Paesi ricchi per far fronte alla terribile carestia che affligge le popolazioni del Sahel. Ce lo ricorda ancora oggi la FAO: gli 11 milioni di persone che in quella regione soffrono la fame, causa principale dei conflitti in atto a partire dal Nord del Mali, possono contare solamente su 19,4 milioni di dollari dei 113,1 promessi. Un misero 17% che, ovviamente, azzera ogni velleità di porre rimedio a questa negazione di un diritto umano fondamentale, il diritto ad una adeguata nutrizione, e costituisce fattore scatenante un’instabilità sociale foriera di potenziali nuove crisi e conflitti.

La bilancia degli interessi pende di nuovo vergognosamente dalla parte di chi, pur nella comune sciagura, vive in territori ben più appetibili rispetto a quelli privi di appeal  per investitori, speculatori e affaristi. Una prova di ciò: come molti altre persone, penso, ho ricevuto in questi giorni alcune mail che mi invitavano ad investire in azioni delle multinazionali petrolifere come fonte certa di guadagno per i presumibili rialzi del prezzo del greggio che l’ennesima guerra provocherà.

(publicato su Vita.it)