Elezioni e appelli

In campagna elettorale, si sa, pullulano gli appelli delle organizzazioni della società civile ai candidati al parlamento. Anche questa tornata elettorale 2013, non fa eccezione. Tra gli altri vogliamo qui ricordare quelli lanciati da varie coalizioni contro gli OGM lanciato dalla Task Force “Liberi da OGM“; per il servizio civile prodotto dalla CNESC, per la finanza etica e la Tobin tax di Banca Etica, per un ministero dell’economia sociale lanciato dall’A.D. di banca Prossima Marco Morganti (vedi Avvenire e Corriere della Sera del 27 gennaio). Ma la mia attenzione non può che soffermarsi su quello che domani 6 febbraio sarà pubblicamente presentato in materia di cooperazione internazionale. Con l’adesione di diverse reti nazionali e di alcune ONG individuali si presenta alla Sala Conferenze di Montecitorio l’appello “La cooperazione internazionale allo sviluppo: tessuto connettivo della comunità globale” con il quale le ONG avanzano le loro 10 richieste alle istituzioni e alla politica. Dopo i controversi risultati dell’anno “Riccardi”, che ha costituito una sorta di prova generale di un Ministro per la cooperazione internazionale lasciando divergenze di valutazione all’interno della comunità non governativa, ecco che l’appello pone al primo punto la richiesta “di un alto referente politico alla guida della cooperazione internazionale”. Una definizione che testimonia la grande capacità di mediazione maturata tra i rappresentanti delle ONG, ma che al tempo stesso rischia di demandare ancora una volta la traduzione in pratica di questa richiesta al Primo Ministro che uscirà dalle urne. L’unitarietà dell’appello che riunisce tutte le principali organizzazioni e rappresentanze delle ONG è un fatto di grande rilevanza, ma l’indefinizione di una formulazione precisa della scelta auspicata rischia di indebolire la sua forza lasciando spazio alle pressioni individuali e partigiane che, ne sono certo, già si staranno esprimendo.

Quello di non sapersi assumere i costi e le conseguenze di scelte nette, quindi potenzialmente separative, è un vecchio vizio delle ONG di casa nostra ancora oggi reiterato con questo appello anche quando si tratta di indicare un obiettivo misurabile in materia di stanziamenti economici. Chiedere, come fa il testo, che “il Governo di impegni a destinare una quota crescente di risorse alle politiche di cooperazione internazionale allo sviluppo e a varare un piano di riallineamento progressivo e credibile degli aiuti italiani con gli obiettivi concordati in sede internazionale“, non solo sa molto di diplomatichese e di déjà vu, ma presta il fianco a priori a chiunque dovrà gestire la cooperazione nei prossimi anni: comunque vada, chi sarà responsabile della cooperazione potrà facilmente vantarsi di aver accolto questa richiesta.