Ora di religione e multiculturalità

Il Ministro dell’Istruzione, dell’ Università e della Ricerca francesco Profumo, ha sollevato in questi giorni un grande clamore avendo dichiarato la sua intenzione di rivedere i programmi dell’insegnamento di religione nelle scuole italiane. Motivo: il necessario adeguamento alla società multietnica che richiede un nuovo modo di insegnare la religione sino ad oggi concepita come unicamente “cattolica”. Una dichiarazione che ha innescato numerosissime polemiche tra i sostenitori della proposta e i paladini delle radici storiche della nostra cultura e del nostro vivere sociale. A dire il vero, come sottolineato da qualcuno, il Ministro si è espresso anche in favore di una revisione dell’insegnamento della Geografia, ma unicamente per il fatto  che, a suo dire, si è ridotto ai minimi termini con la passata “riforma Gelmini”. Sull’ora di religione, al contrario, Profumo ne ha fatto invece una vera e propria questione di principio.

Personalmente credo che il fondamento della opzione del Ministro Profumo sia al quanto condivisibile: da sempre sostengo che la multi etnicità della società italiana ed europea, richiede una profonda riforma dei curricula dei docenti e degli programmi didattici al fine di trasformarli in soggetti e strumenti efficaci per la formazione di uomini e donne capaci di  misurarsi con le nuove peculiarità della vita sociale, economica e politica del nostro Paese. Per questo mi sono spesso speso perché la diversità culturale, e quindi anche religiosa, dei cittadini italiani, siano essi riconosciuti dalle attuali leggi o, come auspico, comprensivi dei tanti stranieri oggi “irregolari” in attesa di una seria riforma delle legislazioni sull’immigrazione.

Tuttavia, continuo a non comprendere, ne tanto meno a condividere, questo apparente accanimento sull’ambito attinente l’appartenenza religiosa delle persone, mentre si continua a sorvolare su altre sfere dell’individualità e su altri campi essenziali nella formazione delle giovani generazioni. Così, non capisco perché in nome di una auspicata formazione alla multiculturalità, nelle nostre scuole si continui ad insegnare una storia confinata all’Italia, all’Europa, con qualche accenno a quella degli USA tralasciando di inserire nei programmi di studio quelle di altri continenti e di altre popolazioni che oggi, per l’appunto, sono sempre più presenti dentro i nostri confini nazionali; o perché non ci si preoccupi, ad esempio in letteratura, di studiare generi letterari e vere e proprie “scuole” e stili che in altri Paesi hanno caratterizzato le culture di intere popolazioni e prodotto autori immensi tanto quanto quelli oggetto dell’attuale didattica delle scuole italiane.

Signor Ministro, bene che abbia avuto l’intuizione di finalmente porre il problema della dimensione multi culturale nella scuola italiana, ma per favore, non faccia una battaglia parziale che potrebbe suonare come strumentale ad altri fini. Abbia invece il coraggio e la determinazione di innovare una scuola che, in questo concordiamo, non risponde più alla vita reale che i nostri figli si troveranno ad affrontare da adulti e che già sperimentano ogni giorno insieme ai loro compagni stranieri dentro e fuori le classi scolastiche.

(articolo pubblicato su Repubblica.it)