Tra disillusi, insoddisfatti, contenti e … dimenticati.

L’assuefazione da un lato ai diplomatici quanto inutili compromessi conseguiti nelle grandi conferenze internazionali pur di adottare vuote dichiarazioni finali e, dall’altro,  alle inascoltate proposte della società civile organizzata nelle sue varie sfaccettature e percorsi sembra avere il sopravvento anche negli ultimi giorni di lavoro del Comitato Preparatorio della Conferenza sullo sviluppo sostenibile che si aprirà a Rio de Janeiro dopodomani.

Anche a Rio, infatti, l’impressionante  platea degli oltre 70.000 partecipanti tra delegati governativi, attivisti e commentatori si divide tra chi pensa che già sia un buon risultato che la comunità internazionale torni ad occuparsi della sostenibilità del pianeta e valuti quanto (non) realizzato nei 20 anni passati dalla prodigiosa conferenza di Rio 1992, e chi sottolinea l’insoddisfazione per una governance mondiale latitante sui grandi problemi globali e incapace di garantire un futuro vivibile alle generazioni presenti e future. E come sempre accade, da un’altra parte per conto loro, chi grida la rabbia dei derelitti della terra e dei dimenticati dai potenti e, speriamo non definitivamente, anche da una parte delle ONG e delle organizzazioni di società civile impegnate nel dialogo e nelle mediazioni lobbistiche con Governi e istituzioni.

E proprio la questione di quale modello di governance dovrà assumere il compito di gestire le sorti del pianeta resta uno dei maggiori scogli da superare alla Conferenza brasiliana.

Che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite continui a giocare un ruolo fondamentale e ad esercitare “l’autorità sulle questioni globali”, come affermato nella bozza negoziale oggi al vaglio delle delegazioni governative, è un assunto che trova tutti d’accordo. Probabilmente per l’unanime consapevolezza della sua spesso incolpevole inefficacia, visto che ad essa i Governi si guardano bene dall’affidare risorse giuridiche e poteri reali richiesti per esercitare un ruolo determinante sui problemi e i drammi del pianeta. Che il Consiglio Economico Sociale – ECOSOC sia il “corpo principale per … la formulazione di raccomandazioni sullo sviluppo sociale ed economico” e che esso vada in qualche modo rafforzato è un secondo punto di caduta accettato da tutti i Paesi.

Ma quando si passano al vaglio le proposte concrete sottomesse alle istituzioni da buona parte della società civile, come fatto anche dalla CIDSE con un circostanziato commento al cosiddetto “zero draft di Rio+20” reso pubblico lo scorso mese di maggio in Italia da FOCSIV, le cose si complicano non poco e si sprecano le barriere, le resistenze e le argomentazioni dotte e ammantate del solito “realismo” sostenute a geometrie variabili dai vari Governi. A questa sorte, ad esempio, sembrano definitivamente relegate due delle proposte principali inserite nel documento CIDSE.

La prima consiste nel chiedere che a Rio i Governi trasformino l’attuale Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) in una vera e propria Agenzia dotata dei poteri e delle prerogative delle altre compagini specializzate che compongono l’arcipelago onusiano e basata a Nairobi. Non un capriccio, quanto piuttosto la prima occasione per il continente africano di ospitare un’Agenzia ONU dando valore simbolico, oltre che economico, ad una pari considerazione dell’Africa e delle questioni ambientali rispetto ad altre regioni geografiche e alle altre problematiche inserite nelle priorità dell’assise newyorkese.

La seconda, porta a chiedere l’istituzione di un “ombudsman”, ovvero di un sorta di “difensore civico”, per le generazioni future che possa autorevolmente monitorare la coerenza delle scelte politiche e dei piani di azione adottati in sede di comunità internazionale e, di conseguenza, intervenire ogniqualvolta queste pregiudicano le condizioni per una vita dignitosa, equa e giusta di chi abiterà il nostro pianeta dopo di noi.

Su queste, come su altre proposte concrete presentate a Rio con l’unico intento di garantire la sostenibilità futura, le delegazioni che negoziano a Rio hanno mandati ben chiari dai rispettivi Governi: impedire che fattori esterni, tanto più se con pur minime parvenze di vincolo o di cogenza, condizionino il libero arbitrio degli Stati nelle scelte dei modelli produttivi e di sviluppo nazionali. Libero arbitrio, ovviamente, ammantato di buone ragioni, di altisonanti obiettivi, come nel caso della ripresa economica e della creazione di nuovi posti di lavoro attraverso la “crescita verde”, di razionalità o di concretezza che, per l’appunto, soddisfano chi con i risultati che usciranno da Rio+ 20 si accontenterà. Anche se …. così,così.

Sergio Marelli