Monsignor Oscar Romero: il martire non riconosciuto

Sono passati 32 anni da quando, nella città di San Salvador, i sicari delle famiglie al potere nello Stato centroamericano assassinarono Monsignor Oscar Romero. Era il 24 marzo del 1980 giorno nel quale, celebrando l’Eucaristia il dom Oscar fu colpito da un colpo di arma da fuoco facendolo stramazzare al suolo su quell’altare dal quale per molte volte aveva denunciato e condannato la violenza sanguinaria degli squadroni della morte e dei loro emissari. Una scelta di campo al fianco dei più poveri e degli oppressi del Salvador e di tutti i Paesi poveri, che Mons. Romero ha maturato nel corso del suo episcopato avviato all’insegna di posizioni ben più caute e sicuramente meno schierate, tanto da essersi guadagnato la stima dell’oligarchia salvadoregna. Tuttavia, per sua stessa ammissione, la recrudescenza delle violazioni dei diritti fondamentali della popolazione e la soppressione di ogni forma di libertà politica e culturale – 80 mila morti ammazzati dal 1980 al 1992 – hanno definitivamente influenzato le posizioni di Romero rendendolo l’icona e per molti uno degli esempi più fulgidi della lotta per le libertà, per i diritti e per i poveri di tutto il mondo.

Da anni, con alcuni amici e colleghi di altre ONG e associazioni internazionali, sostengo la campagna di pressione nei confronti della Santa Sede affinché Mons. Romero sia annoverato tra i martiri della Chiesa cattolica, come già avvenuto per quella Luterana ed Anglicana. Le circostanze della sua morte, ucciso nel corso di una celebrazione eucaristica, sono sufficienti a considerare il “martirio”. Eppure, sebbene fin dal 1997 la Chiesa di Roma abbia avviato la causa di beatificazione, per la quale è stato nominato postulatore l’attuale Vescovo di Terni Mons. Vincenzo Paglia, a tutt’oggi questo iter non ha ancora raggiunto l’esito sperato.

Pensando alla rapidità con la quale sono state concluse alcune cause di altri Martiri, Santi e Beati, viene spontaneo interrogarsi sul perché della lentezza e della reticenza a considerare Mons. Romero tra gli esempi di una Chiesa interprete del messaggio evangelico che sceglie i più poveri come preferenza del proprio agire e del proprio ministero.