Fuga di cervelli: per uscire dai luoghi comuni

Un libro di recente pubblicazione è l’occasione al quanto interessante per mettere alla prova luoghi comuni e certezze consolidate in materia di “fuga di cervelli”. Con questa espressione si suole definire il fenomeno per il quale le eccellenze uscite dalle scuole di un Paese, trovano impiego o per lo meno tentano di farlo all’estero. La consuetudine vuole che questo fenomeno venga dai più considerato un danno ingente per i Paesi di origine data la sottrazione di risorse umane qualificate allo sviluppo nazionale.

Con il suo libro, scritto insieme a Geoffrey Cameron & Meera Balarajan, “Exceptional people – how migration shake our world and will define our future” il dr. Ian Goldin, direttore della Oxford martin School, avanza una nuova interessante interpretazione e per di più avanza una proposta concreta e accattivante tesa a compensare gli effetti negativi che comunque la fuga di cervelli comporta. I tre motivi per i quali Goldin ritiene non solo negativa la possibilità che le migliori risorse umane possano migrare in cerca di lavoro spaziano dal campo economico a quello culturale. Da unpnto di vista economico, infatti, Goldin ritiene utile non sottovalutare l’incremento delle rimesse che queste persone invieranno nel Paese di origine. Un dato ad esempio significativo per un Paese come la Guiana che vede oltre il 70% dei suoi laureati recarsi all’estero in cerca di occupazione. I 500 miliardi di dollari ai quali assommano le rimesse verso i Paesi in Via di Sviluppo potrebbero così ricevere un forte incremento che in Paesi come quelli latino americani e caraibici consentono la sopravvivenza di oltre 50 milioni di persone.

In seconda battuta, un effetto positivo è costituito, sempre secondo l’autore, dall’emulazione indotta dai migranti eccellenti sulle fasce giovanili delle popolazioni dei paesi di origine. Vedere la realizzazione socio economica di propri connazionali è stimolo per conseguire un titolo di studio per i giovani. Esempio eloquente è quanto accade ad esempio nelle Filippine dove l’85% delle infermiere lavora all’estero, ma al contempo il Paese ha un numero di infermiere in patria superiore a quello della Gran Bretagna.

Infine, per terzo, molto spesso la migrazione ha carattere temporaneo. Il rientro in patria di questi migranti comporta anche un incremento del livello tecnologico e culturale in genere del Paese di provenienza.

Certo che, come concorda anche Goldin, restano comunque nel breve periodo alcune distorsioni negative in termini di benefici goduti dalle patrie nazioni. Privarsi delle eccellenze, di fatto significa rinunciare nell’immediato a disporre delle migliori risorse intellettuali e produttive. Ecco dunque la proposta di Goldin: istituire un meccanismo di risarcimento per compensare queste perdite di breve termine: imporre una sorta di tassazione con la quale i lavoratori qualificati impiegati all’estero rimborsino il Paese di origine dei costi da esso sostenuti per garantire l’istruzione pubblica di queste persone.

Interessante e soprattutto innovativa e motivo ulteriore di non assestarsi su tesi scontate e lughi comuni non rivisitati. Anche se, secondo il sottoscritto, occorre prevedere una condizione irrinunciabile di fondo: che nessuno per nessun motivo e nessuna situazione sia costretto ad operare scelte contro la propria libertà di scelta e che tutti possano godere del diritto inalienabile di decidere dove e come vivere e della possibilità di optare per chi mettere a disposizione le competenze acquisite.