La scelta del nuovo Direttore del FMI

L’ultimo scandalo che in questi giorni ha travolto una delle più influenti personalità della politica e della finanza internazionale e che sta riempiendo giornali, tabloid e dibattiti televisivi, ovvero l’accusa di violenza sessuale su di una cameriera in un albergo di Manhattan da parte di Dominique Strauss-Kahn – Direttore del Fondo Monetario Internazionale nonché candidato alla Presidenza della Repubblica francese –  ha portato alle dimissioni dell’imputato dal prestigioso e potente posto di Direttore Esecutivo della più influente istituzione finanziaria internazionale. Disinteressato qui ad occuparmi della vicenda dal punto di vista più comunemente adottato, quello cioè della moralità e delle conseguenze giuridico-penali che essa comporta, ne tanto meno dall’entrare nel dibattito capzioso attorno alle responsabilità o alle ingenuità dell’uomo Strauss-Kahn, voglio invece evidenziare l’aspetto più istituzionale che tale gesto comporta. Data la vacatio indotta dalle dimissioni di Strauss-Kahn, i  187 Stati membri del FMI sono chiamati a scegliere un nuovo Direttore esecutivo che dovrà assumere le redini e la guida della istituzione di Bretton Woods in un momento di grave crisi e di altrettanta incertezza delle economie e della finanza globale. Questa scelta, da sempre, soggiace ad un “gentleman agreement” tra Stati Uniti e Europa in virtù del quale il Direttore del FMI deve essere scelto tra personalità europee in cambio della individuazione di una statunitense alla guida della Banca Mondiale. Il mantenimento di questo patto che sino ad oggi non ha avuto eccezioni, è facile immaginare come imponga percorsi, negoziati, trattative e compromessi assolutamente poco trasparenti, non democratici, escludenti per la maggior parte degli Stati membri e retaggio di un equilibrio mondiale anacronistico e ingiusto. E’ per questo che, da sempre, le Organizzazioni della società civile mondiale fanno pressione affinché si abbandoni questo modo di procedere, aprendo una nuova fase più democratica, più trasparente e più aperta del Fondo. Di fatti, in questi giorni che hanno seguito l’annuncio delle dimissioni del Direttore Strauss-Kahn, la “campagna” internazionale per scegliere il suo successore sulla base delle competenze e non quindi di vetusti equilibri geo-politici ha immediatamente riacceso i motori e mobilitato le sue risorse. Ma questa volta con un elemento di novità rispetto al passato: al fianco delle organizzazioni di società civile mobilitatesi,  le nuove economie emergenti in particolare i BRICS sono al loro fianco con determinazione inedita e a suon di nominativi e di curricula,. E con l’inedito potere che queste economie detengono oggi sullo scenario internazionale, c’è forse da sperare che sia la volta buona per aprire un processo di scelta che veda i Paesi emergenti in lizza la pari di quelli industrializzati e che aggiunga un po’ di trasparenza e di credibilità alle malconce istituzioni globali.

(articolo pubblicato su Repubblica.it)