riciclaggio di denaro: Banca Italia all’attacco ?

Ieri, le principali agenzie di stampa del nostro Paese hanno ripreso uno stralcio dell’intervento del Vice Direttore di Banca Italia, la signora Anna Maria Tarantola, tenuto alla Scuola Superiore dell’Economia e delle Finanze. Con esso, l’alto dirigente della nostra banca centrale ha evidenziato come i dati piu’ recenti stimano pari ad un 10% del PIL italiano le operazioni di ricilaggio di denaro “sporco” e ha di conseguenza sostenuto la necessita’ di una lotta senza quartieri all’industria del ricilaggio e alle operazioni illecite da essa effettuate. Un intervento duro, culminato nelle sorprendenti parole : “Il riciclaggio rappresenta un ponte fra criminalità e società civile che offre ai criminali, che dovrebbero essere per definizione ‘banditi dalla società’, gli strumenti per essere invece accolti e integrati nel sistema, arrivando a sedere nei consigli di amministrazione e a contribuire all’assunzione di decisioni economiche, sociali e politiche rilevanti”.

Di fronte ad una simile determinazione e ad un discorso cosi’ duro non si puo’ che essere in sintonia e manifestare tutta la solidarieta’ e la pronta collaborazione. Se non fosse che, come ha piu’ volte affermato il Procuratore Antimafia Piero Grasso e instancabilmente hanno ripetuto le ONG, e’ la stessa Banca Italia ad alimentare i circuiti attraverso i quali buona parte del denaro sporco trova possiblita’ di riciclaggio al di fuori di ogni controllo. Da essa infatti dipendono le autorizzazioni all’apertura di filiali di banche italiane nei cosiddetti paradisi fiscali, piccoli Stati nei quali vige il segreto bancario e che rifuitano lo scambio di informazioni con il sistema bancario internazionale come vorrebbe la Convenzione per la lotta contro la corruzione dele Nazioni Unite.

Oggigiorno, pare che siano circa 400 gli sportelli bancari italiani nei paradisi ed e’ risaputo che il flusso totale di denaro che transita per questi “buchi neri” della finanza internazionale ammonta a 800 miliardi di dollari all’anno.

Non ci resta che sperare che il discorso della Tarantola sia l’inizio di un nuovo corso che prevede come prime urgenti tappe la pubblicazione delle liste delle filiali di banche italiane operanti nei paradisi fiscali, la sottoscrizione da parte del Governo italiano della Convenzione per la lotta contro la corruzione ONU, rimasto l’unico Paese Europeo a non averlo ancora fatto, e procedere con il recupero, possibilmente senza sconti, dei capitali italiani investiti all’estero a partire proprio da quei paradisi “di casa nostra” come Svizzera, Lussemburgo, San Marino, Principato di Monaco e Liechenstein. sarebbero risorse ingenti da poter destinare alla ripresa economica del nostro Paese e al finanziamento della sua spesa sociale oggi massacrata proprio in nome dell’assenza di fondi disponibili.

Solo cosi’ crederemo davvero alle parole del Vice Direttore di Banca Italia e, cosa ben piu’ importante, si avviera’ un percorso di definitiva messa al bando dei paradisi fiscali quale prima concreta misura della tanto invocata regolamentazione della finanza internazionale.