La folle corsa agli armamenti sembra non avere mai fine.

Questa volta è il turno della Cina, Paese che dopo il rallentamento registrato nel 2010, quest’anno torna a rimpinguare le casse dell’Esercito Popolare di Liberazione stanziando risorse di ben il 13% superiori all’anno passato. In termini assoluti, qui sta l’inghippo, stiamo parlando di 601 miliardi di yuan ovvero di 91,5 miliardi di dollari. Cifra impressionante, ma ridimensionata dal bilancio per le spese militari allocato dall’amministrazione Obama. Gli USA, infatti, pensano di destinare al bilancio della Difesa qualcosa come 533 miliardi di dollari fornendo ai leader del governo di Pechino l’alibi dietro il quale trincerarsi per far correre l’incremento di questa spesa con il ritmo di due cifre all’anno.

L’annuncio dato dal Portavoce dell’Assemblea del Popolo cinese, Li Zhaoxing, ha suscitato inquietudine, timori e indignazione nel mondo intero. In particolare, Taiwan, da sempre sotto il ricatto di una possibile riannessione o invasione da parte di Pechino, ha immediatamente manifestato il proprio disappunto chiedendo una maggior vigilanza da parte della comunità internazionale; Washington ha dichiarato grande preoccupazione dato che, con le risorse e la tecnologia oggi in loro possesso, i cinesi hanno condotto alcuni esperimenti con testate missilistiche nucleari dimostrando di poter lanciare gli ordigni di morte anche da basi marittime, la qual cosa potrebbe intaccare il predominio statunitense nel Pacifico meridionale, sino ad oggi incontrastato; infine, le Nazioni Unite hanno bollato come rischioso e deflagrante un simile investimento peraltro realizzato pur mantenendo condizioni di vita precarie buona parte della popolazione cinese.

Spendere e spandere per armare il mondo, addirittura con materiale bellico sufficiente a potenzialmente distruggere per più volte l’intero pianeta, suona di ridicolo se non fosse tragico. E’ fuor di retorica ricordare a tutti i governanti del pianeta come la vera indignazione sta nella povera gente che continua a subire le conseguenze del disinvestimento nella cooperazione, nel welfare e nella spesa sociale per il quale basterebbero “un pugno di dollari” per rendere la vita di tutte le persone più dignitosa.

Le ONG e le Organizzazioni di società civile italiane ed internazionali da anni si battono perché la logica di morte si trasformi in una di vita. Basterebbe invertire la tendenza in atto e invece che aumentare la spesa per gli armamenti destinare le sole percentuali di incremento di questi budget allo sviluppo per rendere più vivibile questo nostro mondo per tutti. Un traguardo tanto raggiungibile e ragionevole, quanto rifiutato e ostacolato dalle potentissime lobbying degli armatori e dei commercianti di armi che in molti casi  stanno dietro alla politica sino a condizionarne le scelte e le strategie.

(articolo pubblicato su Repubblica.it)