Marchionne: ma allora è ricatto !

In occasione del referendum sui nuovi termini del contratto FIAT tenutosi a gennaio, sono stato tra coloro i quali ritenevano il male minore accettare le condizioni imposte dall’Amministratore delegato Sergio Marchionne. Ritenevo, seppur non senza dubbi, le deroghe al contratto nazionale con i conseguenti indebolimenti oggettivi dei diritti dei lavoratori un’amara medicina da ingoiare alla luce della situazione produttiva dell’azienda automobilistica di Torino e date le condizioni unilateralmente definite dall’A.D., prime fra tutte la minaccia di spostare gli stabilimenti fuori dall’Italia causando ulteriori aggravamenti della già tragica situazione della disoccupazione del nostro Paese. Mi preme però precisare che, al contempo, ritenevo importante la campagna condotta da FIOM e CGIL la quale, ancor più alla luce del margine risicato con cui ha prevalso il fronte del “SI”, è stata una contromossa indispensabile a salvaguardare una tensione, nel senso positivo del termine, utile in casi come questi ad evitare pericolose derive unilaterali. Le democrazie impongono una considerazione particolare delle minoranze, tanto più quando si tratta di individuare il difficile equilibrio tra interessi e diritti e allorché le minoranze sono, come nel caso FIAT, numericamente alquanto significative.

Devo dire che in queste ore, dopo le ultime dichiarazioni di Marchionne con le quali torna a minacciare lo spostamento degli stabilimenti della FIAT negli USA, questa volta con la motivazione della possibile fusione nei prossimi due o tre anni con Chrysler, mi viene forte la tentazione di ricredermi e riconoscere l’illusione di aver creduto le parole di Marchionne quelle di un galantuomo. Osannato come il salvatore della patria, preso ad esempio come il profeta dei nuovi modelli produttivi, citato come il vate dei nuovi criteri relazionali tra datori di lavoro e dipendenti Marchionne si deve essere montato la testa, o più semplicemente deve aver rimosso ogni pudore nel manifestare la sua presunzione di onnipotenza. Che fosse su questa strada, lo avevo già dubitato scrivendo su questo mio sito qualche mese orsono. Ma che potesse così in fretta e così a ridosso del referendum che tanto ha diviso gli italiani e messo alla prova le singole coscienze mi pare sinceramente fuori da ogni giustificazione. Il solo mettere in questione le rassicurazioni date alla vigilia della consultazione per convincere dell’ineluttabilità delle scelte operate “per il bene degli stessi operai” a distanza di 15 giorni di un referendum che, vale la pena ribadirlo, si è concluso con uno scarto di soli 4 punti percentuali è sfottente, strafottente e ricattatorio. Simili atteggiamenti rischiano di allontanare ogni possibilità di quella tanto invocata corresponsabilità a tutti richiesta per superare questo grave momento di crisi che non può ancora una volta gravare prevalentemente su chi è debole e vulnerabile.