Eserciti, volontari e difesa della Patria

Il 17 gennaio anche in Austria si è aperto il dibattito sulla riforma del servizio di leva obbligatorio. Su proposta del Partito Social Democratico (SPO), oggi al potere in coalizione con i partiti conservatori, è stata depositata in Parlamento un disegno di legge per l’abolizione del servizio militare. Al suo posto, secondo la proposta SPO, una sorta di “guardia nazionale” di 10.000 effettivi pronti ad intervenire in caso di catastrofi e un  esercito volontario-professionista di 22.000 soldati. Insieme a Grecia, Finlandia e Cipro, l’Austria fa parte degli ultimi quattro Stati membri della Unione Europea dove ancora resta in vigore la “naja” obbligatoria per tutti i cittadini maggiorenni. La motivazione di fondo addotta dai firmatari del disegno di legge: ”assurdo reclutare ogni anno 26.000 giovani” nell’epoca dei conflitti agiti con i nuovi schemi e la crudele logica del terrorismo internazionale e delle guerre cibernetiche. Gli eserciti, così come sino ad oggi concepiti, hanno fatto il loro tempo avendo oltremodo dimostrato  la loro inefficienza ed inefficacia nel contrastare un “nemico” molto più fluido, mobile e imprevedibile di quello sin qui affrontato con le tecniche e le strategie belliche tradizionali. Una constatazione che ha addirittura incrinato le convinzioni di un “interventista” come il Presidente del Consiglio Berlusconi che, purtroppo solo dopo l’uccisione di Luca Sanna, 36° vittima del contingente italiano in Afganistan, ha espresso le sue perplessità circa l’opportunità di mantenere in quei luoghi i nostri militari. Anche se sul piatto della bilancia il premier continua ostinatamente a porre la questione della “democrazia” da instaurare a Kabul, motivo che ormai tutti sanno essere pretestuoso e utopistico se perseguito con le attuali strategie delle cosiddette “missioni di pace”, una simile affermazione riaccende la possibilità di discutere la presenza del contingente italiano all’estero e lo stesso concetto di difesa della patria. I costi in vite umane già pagato, quelli monetari che pesano, ancor più oggi in tempo di crisi, sulle tasche dei cittadini, gli scarsi risultati conseguiti e le prospettive di impantanamento negli scenari da “Vietnam odierno” come lo sono quelli di Iraq e Afganistan, dovrebbero urgentemente far riconsiderare vie alla pace e alla democrazia alternative che Parlamento e Governo hanno sacrificato pur di mantenere negli anni la presenza militare. Lo dimostra il fatto che l’unica voce di bilancio mai intaccata dai tagli della spesa pubblica è quella relativa alle “missioni di pace all’estero” delle nostre forze armate mentre, come noto, tutte le altre sono incappate nei poderosi tagli lineari applicati dal Ministro Tremonti. A partire da quelle della spesa per lo Stato sociale e, in particolare, quelle per la cooperazione internazionale e per il volontariato di servizio civile. Un’attività, quest’ultima, presentata nel 2001 dal precedente Governo Berlusconi per l’appunto come strumento di difesa della Patria in modo pacifico e non violento. Il numero di volontari impegnato ai sensi della legge sul servizio civile è stato progressivamente ridotto sino ai poco più di 10.000 unità previste per il 2011 che rappresentano meno di un quinto del “contingente” inizialmente previsto con la legge 64. La professionalizzazione degli eserciti e le prospettive di costituzione di un esercito europeo avrebbero dovuto comportare, tra l’altro, una riduzione delle spese militari e degli effettivi nazionali, ma in Italia è accaduto esattamente il contrario.

(articolo pubblicato su Repubblica.it)