Dio, Maometto e Mammona

Dopo che nel corso del 2010 le borse europee hanno accolto il nuovo “Christian Index of Investement”, è di ieri la notizia della risposta islamica: la borsa indiana di Mumbai ha varato il “BSE Tasis Shariah 50”. Entrambi si propongono lo stesso obiettivo: attirare investimenti ai quali si garantisce la coerenza con i dettami della morale e dell’etica delle rispettive religioni. Rendendo pubblica una sorta di classifica delle prime 50 società che, secondo gli esperti e consulenti dei Comitati dei garanti approntati ad hoc, rispettano i principi religiosi, i due indici garantiscono agli investitori che il loro denaro verrà piazzato su fondi e assets “compatibili” con il cristianesimo, nel primo caso, e con la religione islamica, nel secondo. Così, ad esempio, mentre il Christian Index assicura che le 50 società inserite nel suo listino non investono in produzione, commercializzazione e politiche volte a sostenere la contraccezione o l’aborto, il TASIS (Taqwa Advisory and Shariah Investment) garantisce che le sue prescelte siano società coerenti con i principi della Shariah. Alla sua presentazione ai mercati internazionali, infatti, i responsabili del TASIS  hanno tenuto a precisare che il nuovo indice servirà a “creare un mercato per i musulmani dell’India” sino ad ora esclusi dal settore finanziario formale viste le restrizioni religiose imposte loro dalla legge coranica. Per ora il TASIS è stato lanciato sulla borsa indiana, ma già dalle prime battute i suoi creatori non nascondono l’ambizione di proporlo a tutti gli investitori dei Paesi arabi tra i quali i ricchissimi Paesi del Golfo dove, è bene ricordarlo, risiede buona parte dei grandi produttori di petrolio. Una vera e propria controffensiva all’iniziativa europea del Christian Index che, guarda a caso, tra le prime dieci società della sua classifica “etica” ha inserito alcune tra le principali aziende petrolifere mondiali come BP (British Petroleum) e Shell. Per i garanti della morale cristiana, a quanto pare, il disastro ecologico prodotto proprio dalla BP sulle coste del Centro America non cozza con i principi della morale religiosa. Resta ora da vedere quante e quali mediazioni vorranno ammettere i garanti dell’Islam pur di contrastare “la finanza occidentale” sui mercati internazionali. Quello che è certo è che, in entrambi i casi, la strumentalizzazione delle religioni e dell’etica ai fini di incrementare e massimizzare i profitti – di pochi sulla pelle di molte persone – resta uno dei più grandi scandali e delle maggiori ipocrisie del nostro tempo. Anche in questo caso, vien proprio da dirlo, la fede non c’entra nulla e la religione manifesta il suo lato più subordinato agli interessi dei potenti e dei ricchi.