Costa d’Avorio: si intervenga prima del baratro

Costa d’Avorio: un nome aulico per uno stato conosciuto da sempre per essere un Paese prospero, ricco di materie prime e di risorse naturali; terra di sfruttamenti da parte dei colonialisti francesi delle sue risorse naturali e, ancora oggi, da parte dei nuovi colonizzatori agro-industriali per produrre gli agro carburanti e le coltivazioni estensive da esportazione; Paese di relativa stabilità politica che ha consentito negli anni assieme agli investimenti interni di sviluppare un’economia locale florida se comparata agli altri Stati confinanti. Da un mese a questa parte, tornato nella spirale della violenza e della violazione dei diritti fondamentali a seguito dei risultati elettorali rifiutati dal Presidente in carica Laurant Gbagbo. Sconfitto al ballottaggio per le elezioni presidenziali dal rivale Alassane Ouattara, rifiutando di sottostare al volere popolare rischia di trascinare il Paese in una nuova guerra civile.

Oggi, la ECOWAS – la Comunità Economica degli Stati dell’Africa occidentale – tenta l’ultima mediazione per evitare il baratro affidando una missione diplomatica a tre Presidenti “amici” di Gbagbo – il beninese Boni Yayi, il sierraleonese Koroma e il capoverdiano Pires – con l’obiettivo di perlomeno far dialogare le parti.

Dal canto suo, Ouattara resta asserragliato con il suo Governo ombra in un albergo della capitale Abidjan e invita i suoi sostenitori ad una ribellione che, non escludendo il ricorso alle armi, dovrebbe iniziare con uno sciopero generale che fino ad ora ha raccolto scarse adesioni date le persecuzioni e le intimidazioni perpetrate dalle forze fedeli a Gbagbo. Intanto le Nazioni Unite hanno rinnovato di altri sei mesi il mandato alla loro Missione in loco – la ONUCI.

Come è possibile che un’intera comunità internazionale dichiaratasi a favore dei diritti umani e della democrazia non sappia intervenire a redimere una questione così palesemente al di fuori del diritto internazionale? Perché ancora si esita a rinnovare i poteri delle Nazioni Unite e del suo Consiglio di Sicurezza in particolare per metterle in condizione di svolgere il loro mandato di organismo di governante globale? Sino a quando gli interessi delle grandi potenze politiche ed economiche prevarranno sulla giustizia e la pace?

Chi predica un mondo di pace, di diritti e di democrazia, deve urgentemente far seguire ai proclami dei fatti concreti, a partire dal dotare delle risorse  necessarie le istituzioni internazionali affinchè possano esercitare efficacemente un potere super partes a vantaggio delle popolazioni locali che anche in questo caso pagano il prezzo più alto: anche in vite umane.