100 miliardi all’anno fino al 2020: una sfida ardua, ma fattibile

La nuova posizione del Governo cinese che si è detto disposto a riconsiderare la sua intransigenza rispetto agli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra previste dal Protocollo di Kyoto, sta facendo fibrillare le trattative in corso nei molti gruppi in cui si è suddiviso il negoziato della Conferenza di Cancun. Ora l’attesa è per la risposta americana e per la posizione della Russia che ha dichiarato di non voler ne sapere di Kyoto. Questi Paesi, infatti, insieme a India e Giappone sono i responsabili di oltre l’’80% della produzione di gas inquinanti e di CO2 in particolare. Se questi grandi inquinatori dovessero assumere scelte responsabili e impegnarsi per una significativa riduzione delle loro emissioni, il futuro del pianeta si avvierebbe verso la salvezza. Un cammino che però contemporaneamente abbisogna dello stanziamento delle risorse necessarie per finanziare “l’adeguamento” dei Paesi in Via di Sviluppo agli standard eco compatibili, senza le quali,le già poverissime economie dei Sud del mondo si troverebbero impossibilitate a contribuire al mitigamento dei cambiamenti climatici. La questione dei finanziamenti, quindi, è altrettanto fondamentale quanto le azioni di riduzione delle emissioni.

Il Gruppo di Alto Livello sul finanziamento della lotta ai cambiamenti climatici voluto dal Segretario generale ONU, Ban Ki Moon, ha appena concluso a Cancun un seminario nel corso del quale ha illustrato ad una foltissima platea di ascoltatori, i risultati salienti dei suoi lavori. Avviato nel mese di febbraio, quando Ban Ki Moon ha affidato loro il compito di studiare nel dettaglio la fattibilità degli impegni assunti nella Conferenza dello scorso anno a Copenaghen, il gruppo ha presentato le sue conclusioni al Segretario Generale lo scorso mese. I due co-presidenti del Gruppo – i primi ministri di Etiopia e Norvegia – intervenendo al suddetto seminario sono stati lapidari: gli impegni sottoscritti a Copenaghen sono una sfida ragguardevole, ma anche “fattibile”, oltre che urgente e necessaria. Cento miliardi di dollari all’anno sino al 2020 è la cifra stimata necessaria a Copenaghen per intraprendere azioni adeguate alla gravità della situazione. Cifra importante ma definita assolutamente abbordabile dal Segretario Generale ONU “nonostante la crisi economica in corso”. Come a dire che non ci sono scuse per procrastinare l’unico vero risultato della Conferenza del 2009 conclusasi, come noto, con enorme delusione di tutti, società civile in testa. La conferma fattiva a Cancun di questa promessa sarebbe, a detta di Ban Ki Moon, un segnale necessario per i Paesi poveri, ma anche per riottenere la fiducia dei cittadini nei confronti dei Governi riuniti in Messico a rischio dell’ennesimo flop negoziale. Due motivi che speriamo sufficienti a sbloccare nelle ultime ore il consenso sul testo finale, all’ora attuale ancora segnato da molti punti di disaccordo tra le parti.

Il termometro dei negoziati registra una temperatura in rialzo. Sia per quanto attiene i febbrili incontri paralleli in corso, sia per le attese delle oltre 1.200 ONG e organizzazioni di società civile presenti a Cancun. Tutte preoccupate anche dal fatto che sembra ormai consolidarsi la decisione di affidare alla Banca Mondiale le risorse che si spera saranno disponibili dopo Cancun. Istituzione che non brilla certo di coerenza in materia di lotta ai cambiamenti climatici, come dimostra il fatto che la maggior parte dei suoi finanziamenti sono destinati a sostenere progetti di sfruttamento delle energie fossili e molto meno a quelle rinnovabili. Come nel caso del Vertice G8 de L’Aquila, quando i grandi si accordarono per lo stanziamento di 20 miliardi di dollari per la lotta alla fame nel mondo con la cosiddetta L’Aquila Food Security Initiative, la gestione di partite importanti per miliardi di persone viene affidata alla Organizzazione di Washington nonostante l’evidenza delle sue politiche non propriamente indirizzate agli interessi delle popolazioni povere del mondo.