Sakineh, però, non è il solo caso in Iran … e anche negli USA c’è chi attende nel braccio della morte

La battaglia condotta e vinta dall’opinione pubblica mondiale per la sospensione della esecuzione di Sakineh, è una di quelle che da forza e coraggio. Ogni volta che mi si obietterà, come capita con regolare cadenza ad ogni incontro pubblico nel quale sostengo l’importanza della mobilitazione della società civile e di ogni cittadino per la giustizia globale, che “tanto non serve a nulla perché le cose non cambiano” mi rifarò a questo ennesimo straordinario risultato. Quando si converge su un obiettivo, quando le istituzioni non chiudono gli occhi e si schierano al fianco dei cittadini e delle loro organizzazioni per un’azione di giustizia, quando si trova ancora la determinazione di indignarsi e di farlo sapere, il caso di Teheran dimostra che nulla è impossibile. Ma guai se ci fermassimo qui. paghi di quanto ottenuto. Già solamente in Iran, 20 altre “adultere” rischiano la stessa sorte di Sakineh e sebbene Il 15 novembre 2007 la Terza commissione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato con 99 voti favorevoli, 52 contrari e 33 astenuti una risoluzione, fortemente sostenuta dall’Italia, che chiede una moratoria mondiale della pena capitale – poi adottata dall’Assemblea Generale ONU il 18 dicembre con 104 voti a favore, 54 contrari e 29 astenuti – nel mondo ci sono ancora 97 Paesi dove essa resta in vigore. In uno Stato su due, si continua ad uccidere legalmente ! E nella contraddizione che ormai regna sovrana nella politica e nella diplomazia internazionale, ciò che non si può sottacere è che tra questi sono annoverati anche quegli Stati Uniti d’America che, in altri campi e negli stessi territori dove si lapidano le adultere, si propongono come i paladini della pace, del progresso e della democrazia. In 35 stati dei 50 che compongono la federazione USA vige la pena di morte e in 32 di essi viene applicata. Anche in questi giorni. Gregory Wilson, sarà ucciso il prossimo 16 settembre nelle celle della morte dello Stato di Washington. Il Nunzio Apostolico Mons. Pietro Sambi – di cui mi vanto di essere amico da lunga data, sin da quando io volontario in Burundi lo frequentavo alla Nuziatura di Bujumbura –  ha consegnato al Governatore del Kentuky Steve Beshear una lettera di Benedetto XVI con la quale il Santo Padre chiede la commutazione della pena capitale. La giusta reazione alla crudeltà del iraniano che in nome della “sua morale” compie assassini di stato, deve essere pari anche per quei tanti Gregory che colpevoli di reati veri e gravissimi nel mondo attendono nei bracci della morte che lo Stato si sostituisca al Padre eterno. La vita delle persone viene prima di ogni altra considerazione. In Iran, negli USA e in tutti gli altri 95 paesi nessuno deve più subire la pena capitale, magari solo per far guadagnare qualche punto in più nei sondaggi elettorali al candidato di turno.