“alla tedesca”!

Dopo mesi di dibattito, finalmente una proposta di legge elettorale incontra già sin da oggi una maggioranza parlamentare. Proposto da Berlusconi e ratificato  dal sondaggio online dei grillini, il sistema proporzionale “alla tedesca” riscuote il consenso della maggior parte degli schieramenti politici.

Sin dai tempi del referendum del 1999, ho sempre considerato come inadeguato un sistema di voto improntato a un modello maggioritario secco, non tanto in termini assoluti, in alcuni Paesi funziona e anche molto bene, ma relativamente alla nostra cultura socio politica italiana.

Ovviamente, ognuno è libero di pensarla a modo suo e le argomentazioni pro e contro qualunque sistema elettorale sono spesso alquanto fondate e degne di riflessione. In tal senso mi auguro sia improntata la decisione che ancora resta da assumere da parte del PD e che verrà ufficializzata nei prossimi giorni.

Ciò che invece reputo inaccettabile, e sinceramente vergognoso, sono le voci di leader politici che già in queste ore immediatamente successive alla pubblicazione dei dati del sondaggio pentastellato si affannano nel tentativo di rifiutare la soglia di sbarramento fissata al 5% . Una tale richiesta altro non manifesta che un mero, basso e miope interesse di parte. Ora, se la politica dovrebbe essere quella scienza che pensa la bene del Paese, queste opposizioni hanno veramente dell’inaudito. Soprattutto quando a farsene paladino altri non è che l’attuale più alto rappresentante del nostro Paese all’estero.

Spero che il Parlamento proceda spedito e sappia almeno dare quel segnale tanto atteso, benché  simbolico, di convocarci alle urne prima della fatidica data di maturazione del diritto alla pensione della maggioranza degli attuali parlamentari.

Le foreste sono diminuite dell’80%

Ogni anno 3.3 milioni di ettari di foresta vengono abbattuti nel mondo per far posto ad attività lucrative di vario genere. Globalmente, la superficie delle foreste mondiali è diminuita dell’80%. Ciò, nonostante gli impegni assunti nei vertici internazionali e nella Conferenze sui cambiamenti climatici nel corso dei quali l’intera comunità scientifica e gli stessi decisori politici abbiano riconosciuto inequivocabilmente come il mantenimento delle aree forestali sia uno degli strumenti più efficaci per la lotta all’ inquinamento atmosferico. Per di più, sottolineano autorevoli voci della comunità globale, ricordando che ben 1.3 miliardi di persone al mondo vengono definite “forest people”, ossia persone la cui vita dipende interamente dalle foreste e dai loro prodotti

L’allarme viene da ogni angolo del mondo. In Asia,fatto salvo qualche lodevole iniziativa da parte di Governi nazionali come ad esempio quello cinese e vietnamita che stanno promuovendo un sensibile incremento delle aree forestali dei loro rispettivi Paesi, o come quello dello Sri Lanka che si è dato l’obiettivo di aumentare del 35% le superfici forestali nazionali, nella maggior parte degli altri Paesi lo sfruttamento delle risorse forestali continua inesorabilmente. In America Latina, in Brasile, che comprende la più grande foresta al mondo, il disboscamento dell’Amazzonia nel 2016 è cresciuto del 29% rispetto all’anno precedente stando ai dati forniti dallo stesso Governo di Brasilia e resi pubblici da Greenpeace lo scorso dicembre.

E in Africa? Le cose non vanno certo meglio. In questo continente, continuamente deprivato delle proprie immense risorse naturali, ancora le grandi multinazionali petrolifere e le società estrattive di minerali saccheggiano indisturbatamente le foreste naturali, ivi comprese quelle depositarie di ecosistemi preziosissimi alla sopravvivenza di alcune specie in via di estinzione. E’ il caso del Parco Nazionale della Virunga situato nell’Est della Repubblica Democratica del Congo conosciuto come l’ultimo rifugio dei gorilla di montagna.  A denunciare questo scempio è una voce autorevole come quella di Kofi Annnan, già Segretario Generale ONU e oggi presidente dell’APP (African Progress Panel).

Nulla sembra arrestare le speculazioni che, spesso a costo della stessa vita di milioni di persone, continuano ad essere condotte a vantaggio di pochi spregiudicati . Al contrario: con l’insediamento del Presidente statunitense Donald Trump, messosi da subito in luce per le sue scriteriate teorie negazioniste in materia di cambiamenti climatici, gli sfruttatori sembrano essere ringalluzziti. Ora, oltre alla prezzolata compiacenza di dirigenze politiche locali, possono contare sulla compiacenza irresponsabile di uno degli uomini più potenti del mondo.

(articolo pubblicato su Repubblica.it)

Spese militari: Italia + 11% !

Stando ai dati del prestigioso Stockholm International Peace Research Institute, tra il 2015 e il 2016 le spese militari in Italia sono cresciute dell’ 11%. Un dato sostanzialmente confermato anche dalla NATO che attribuisce alla spesa pubblica dello stato italiano un rialzo del 10.63%.

A fronte di un incremento su scala mondiale dello 0,4%, e di un più 2.6% in Europa, il nostro Paese ha registrato uno degli incrementi più significativi della sua storia recente. Nel bel mezzo del misero frastuono degli avvicendamenti al Governo e alla segreteria del Partito Democratico, delle eclatanti dichiarazioni dello stato di crisi economica in cui verte il Paese, degli accorati appelli alla comprensione verso i sacrifici ancora una volta richiesti ai cittadini, degli impegni reiterati e mai onorati di investire risorse nella grande piaga italiana della disoccupazione, dei lamenti per le risorse necessarie all’accoglienza dei migranti, resta il fatto che tre successivi governi di centro sinistra hanno avvallato un dispendio di denaro pubblico per la spesa militare. Così come il Premio nobel per la pace Barack Obama che nello stesso periodo ha pensato bene di aumentare le spese per le armi degli USA dell’1.7%, i nostri ultimi governi “progressisti” una volta tanto hanno pensato bene di primeggiare a livello mondiale.

Ciò che stride ancor di più, è la contemporaneità delle recenti posizioni pubblicamente assunte dal Governo del nostro Paese a fronte dell’escalation delle minacce di guerra a livello internazionale e di quelle formalizzate in sede di Nazioni Unite nel corso dell’ultima sessione della Commissione per il disarmo e la messa al bando delle armi nucleari dove si è schierato tra i Paesi più favorevoli alla adozione di una risoluzione vincolante che metta fine alla produzione e al commercio degli ordigni di morte.

Contraddizioni così lampanti e fatti di tale gravità non devono passare sotto silenzio e le nostre intelligenze non possono essere narcotizzate dai fumogeni di discussioni leziose interessanti solo per quelle preoccupate di garantirsi una rendita per le prossime scadenze elettorali ed eventualmente per la propria vecchiaia.

L’Europa, l’Italia e lo Sviluppo

I primi mesi di questo 2017, sono quelli utili per fornire indicazioni, correttivi e priorità in sede di Unione Europea rispetto all’aggiornamento del cosiddetto European Consensus on Development. In vista della sua approvazione prevista per metà anno, la diffusione del documento di posizione elaborato dal nostro Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale dà il via ad una fase di consultazione con i diversi attori competenti, o perlomeno apre una finestra per poter intervenire con i rispettivi punti di vista.

Ancora una volta rifuggo la tentazione di considerare uno spreco di tempo studiare e commentare documenti di tale vacuità e di probabile futura inefficacia, e provo a sottolineare tre aspetti che potrebbero servire perlomeno ad aprire un dibattito, se non a modificare delle posizioni.

Preciso immediatamente che, pur in assenza di informazioni in merito ad avvenuti incontri formali, sono certo del lavoro svolto dal Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo sicuramente coinvolto nell’elaborazione della attuale posizione MAECI: la grande novità della nuova Legge non potrebbe certo esser stata esautorata in un simile percorso. Di conseguenza intervengo sapendo di toccare punti probabilmente già evidenziati in tali sedi e che per esperienza so quanto difficile inserire nei testi condivisi con le istituzioni.

Il primo punto attiene una questione di fondo citata dalla Comunicazione UE laddove si invitano la UE e gli Stati Membri a utilizzare la cooperazione allo sviluppo come parte della vasta gamma di politiche e strumenti disponibili per la prevenzione e la risoluzione di conflitti e crisi, per l’ottenimento della pace e la costruzione di una buona governance. In documenti esplicitamente ispirati allo spirito delle Nazioni Unite, citato come primo riferimento nei loro rispettivi incipit, suona di incoerenza ammettere la cooperazione allo sviluppo alla pari di altre politiche e strumenti. L’Articolo 1 della Carta delle Nazioni Unite, infatti, scolpisce a chiare lettere come la cooperazione sia la politica e la pratica privilegiata avente evidente ruolo da primus inter pares rispetto ad altri strumenti ad essa subordinati nel merito e nella tempistica di utilizzo.

La seconda questione che non può non starmi a cuore è legata alla considerazione della società civile (Civil Society Organisations –CSO) evidenziata nei due documenti. Occorrerà farsi una ragione circa la priorità assegnata dal MAECI al settore privato ancora accoratamente confermata nel documento di posizione all’interno del quale balza all’occhio il paragrafo ad esso dedicato come l’unico nel quale si scende in dettagli, citazioni ed enfasi di proposta. Tuttavia, nella posizione italiana reputerei doveroso evidenziare come inaccettabile che nella bozza UE si invitino le istituzioni comunitarie e gli Stati Membri a creare spazi e occasioni dove le CSOs rimangano confinate ad un ruolo di avvocatura e, del tutto inaccettabile, di attori esecutivi (advocates and implementers), quando al settore privato viene riconosciuto un ruolo chiave come motore di sviluppo con il quale impegnarsi nella definizione di obiettivi attraverso dialogo strutturato Auspicherei che con il prossimo Consensus le CSOs avessero almeno un ruolo paritetico. . Per utilizzare una metafora, diciamo che auspichiamo che alla prossima Conferenza nazionale sulla cooperazione nel pannel di apertura ci sia anche un loro rappresentante.

Da ultimo, ad una Unione Europea che,“nel suo insieme”, posticipa al 2030 lo stanziamento dello 0,7% del PIL alla cooperazione allo sviluppo, il Governo italiano potrebbe dare o almeno dire qualcosa in più rispetto ad oggi. Fastidioso che alla risaputa volontà del Governo italiano, ribadita nella posizione MAECI, di proporre e disporre per le altrui risorse – le rimesse dei migranti, i contributi del settore privato, le risorse domestiche dei Governi nazionali, i fondi privati della società civile – quando si tratta si decidere delle proprie si opponga una laconica affermazione dell’assunzione di un “impegno politico ad incrementare” il livello di APS.

(articolo pubblicato su Vita.it)