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Riflessioni sul caso OXFAM Haiti

Lo scandalo che sta travolgendo alcune delle maggiori ONG mondiali, OXFAM, ma anche Save the Children, Médecins Sans Frontières, Christian Aid, Croce Rossa e altre ancora (?), impone qualche riflessione. Con la dovuta calma. Per una volta noncurante della lunghezza del post. Evitando di sottostimare la gravità dei fatti, ma al contempo rifiutando l’irrefrenabile bramosia di scoop giganteschi e sensazionali così in voga nella superficialità delle notizie diffuse da molti media.

Occorre innanzitutto distinguere tra le responsabilità personali e quelle delle organizzazioni. Fuori dubbio la necessaria inflessibilità nei confronti di individui che violano, in qualunque circostanza, leggi, diritti, e imperativi e valori etici. Non esistono impunità. Non devono sussistere giustificazioni di sorta.

Diversa è a mio avviso la riflessione sulle responsabilità delle realtà per le quali gli individui operano. Vi sono, a mio avviso, dei rischi intrinseci nella selezione del personale di qualsivoglia organizzazione. E maggiore è il numero degli operatori, maggiori sono i rischi di errore. Non solo. Più si opera nelle cosiddette “urgenze”, più si è costretti a mediare sui tempi impiegati nelle fasi di selezione e formazione. Gli errori in un certo senso diventano “fisiologici” e proporzionali alla pur comprensibile “fretta” di rispondere alle situazioni drammatiche nelle quali si vuole intervenire. Benché auspicabili, anche i più rigorosi metodi impiegati nella selezione del personale non possono che ambire a ridurre al minimo le incongruenze e gli sbagli. Gli innumerevoli esempi, si potrebbe quasi dire la “regola”, di quanto qui affermato, sono riscontrabili in qualunque tipo di organizzazione. Nei partiti politici, nelle istituzioni pubbliche, nella Chiesa, nelle organizzazioni internazionali, e perfino in quelle realtà connaturate con rigore e disciplina punitivi come nel caso delle forze armate e dell’ordine.

Ancor più infingardo è considerare che i valori e le finalità delle organizzazioni umanitarie possano in qualche modo costituire una sorta di antidoto. I pur chiari codici etici e di comportamento dei quali diverse organizzazioni si sono finalmente dotate, implicano l’adesione e la coerenza individuali e non possono che basarsi sulla rettitudine dei singoli. Verificare a priori la fedeltà ad essi, ed anche escludere deviazioni in itinere, è obiettivo raggiungibile solo per approssimazione. Mai certezza ineluttabile. Per paradosso, ciò accade anche nel caso di ravvedimento di aderenti ai codici d’onore delle organizzazioni malavitose.

In questi giorni ho letto, a proposito, interventi di dirigenti di ONG affannatisi a tirarsi fuori dalla mischia in nome delle procedure selettive da essi adottate, e dai metodi formativi applicati al loro personale candidato. Ho letto di percorsi di formazione protratti nel corso di diversi mesi, citati quali opera di prevenzione e di tutela da scelte inadeguate degli operatori. Ho anche ben presente, tuttavia, le scadenze della maggior parte dei bandi reperibili sui vari portali e siti di ricerca di personale per le ONG. In molti casi intercorre un pugno di giorni tra la chiusura delle candidature e la data prevista per la partenza . Raramente ho incrociato ONG che ancora praticano moduli formativi continuativi , residenziali di una certa durata. Non di rado, quei “mesi” corrispondono all’intervallo di tempo complessivo all’interno del quale solo poche giornate sono dedicate a formazione attiva. Nella migliore delle ipotesi qualche fine settimana. Nel peggio, come ancora constatato recentemente di persona, non oltre due giornate. Non voglio essere frainteso. Ribadisco come selezione e formazione siano attività quanto mai necessarie, troppo poco praticate, ma altrettanto resto convinto della loro relatività e, purtroppo, della loro intrinseca fallacità.

Tutto ciò porta, di conseguenza, alla necessità di contemplare azioni di costante monitoraggio e supervisione sul campo, nonché ad assumere, da parte dei responsabili a diverso livello e grado, azioni repentine, ferme e consequenziali nei casi di rilevamento di comportamenti inadeguati. Trincerarsi dietro la insulsa giustificazione del non aver denunciato casi di abuso per non coinvolgere gli “abusati”, come affermato su Avvenire del 13 febbraio dal direttore italiano della ONG coinvolta, è inaccettabile e sinceramente patetico. E’ così che si coprono preti pedofili, genitori incestuosi, e governanti corrotti. L’omertà non si giustifica in nessun caso.

Marc Goldring, il grande capo di OXFAM col quale peraltro ho personalmente collaborato potendo attestare della sua serietà, sapeva? Ha taciuto per salvare la reputazione della “sua” ONG e prevenire l’onta che prevedibilmente avrebbe infangato l’intero non governativo internazionale? E’ intervenuto, ma senza successo? E’ vittima di una ritorsione interna? Tutto ciò sarà appurato , spero, nei prossimi mesi. Certo è che l’aver inviato ad Haiti quel loro responsabile, già “pizzicato” nel 2006 in Ciad, è per la ONG britannica errore inammissibile e inaccettabile. Il caso è così rilevante da non poter in questo caso avocare un’altra crepa che spesso si insinua dentro qualsiasi tipo di grande organizzazione: a volte il “capo” nemmeno può permettersi, anche volesse, il diretto controllo su ogni azione e su ogni collaboratore. Deve comunque risponderne? Io non ho mai avuto risposta certa. Vale la pena ricordare che nel caso di OXFAM stiamo parlando di una organizzazione che a livello internazione si avvale di circa 5 mila dipendenti e 23 mila volontari!

Ancor più preoccupante, e ingiurioso per i responsabili di OXFAM, è pensare che l’ormai famigerato Roland van Hauwermeiren, il belga capo missione incriminato, sia passato ad operare per un’altra altrettanto blasonata ONG, Action Against Hunger. Per di più, a detta di suoi dirigenti, senza aver avuto nessun ragguaglio sui comportamenti precedenti del fiammingo . Forse si tratta di una di quelle che non adotta metodi confacenti di selezione-formazione.

Le disgrazie, si sa, non arrivano mai da sole. Così, anche per OXFAM. Come se non bastasse il caso Haiti, con compiacimento dei media, l’organizzazione britannica deve oggi fare i conti anche con l’incriminazione per corruzione del suo Presidente internazionale, l’ex ministro del Guatemala Juan Alberto Fuentes. Non è il primo caso di personalità di spicco chiamate a dar lustro a realtà non governative. E nemmeno il primo di scheletri scoperti a posteriori. Ma la notorietà, il lustro, nonché l’incetta di finanziamenti pubblici e privati di quelle che optano per questa scelta, hanno il loro tornaconto; ma anche il loro prezzo e i loro rischi. Spesso, potendoselo permettere e allettate dagli ormai evidenti vantaggi, con buona dose di flessibilità circa le coerenze, diverse ONG si accaparrano in qualità di testimonial, dirigenti, garanti alcuni tra i nomi più in voga del momento. L’impatto emotivo ed emozionale sull’opinione pubblica, e sui rispettivi portafogli, è assai garantito. La stessa logica secondo la quale il contraccolpo di uno scandalo come i festini con minorenni haitiane è tanto inevitabile quanto prevedibile. Stupirsi o dannarsi oggi dell’inevitabile calo dei finanziamenti registrato dal mondo dell’umanitario già in questi pochi giorni dallo scandalo Haiti, è una fastidiosa stonatura. I meccanismi logici portano a deduzioni non disgiungibili. O si rifiutano e si confutano sempre e comunque, e non solo magari per non avercela fatta pur avendoci provato, o si accettano le conseguenze senza falsi puritanesimi. Siano esse provocate da fatti che toccano in prima persona, o indotte da comportamenti di non separati compagni di strada.

Le relazioni ridotte a semplici contatti minano le fiducia vera nei confronti delle ONG, ha onestamente ha affermato il Presidente CESVI Giangi Milesi nell’intervista rilasciata giorni fa a VITA. Quando poi i contatti sono attivati con l’acquisto di costosi indirizzari preselezionati da apposite società di marketing, il concetto di fiducia assume toni burleschi. Parafrasando si potrebbe affermare che chi di emotività ferisce di emotività perisce.

Nessuno stupore quindi, piuttosto chissà, qualche riflessione in più e non la reiterazione di stucchevoli ritornelli della serie “bisogna adattarsi alle nuove tendenze” … “se si vuole stare sul mercato” … “la cooperazione di oggi” … . Da parte di tutti. Delle istituzioni ipocrite che si avvalgono delle mega organizzazioni umanitarie quando servono a fini geopolitici per poi scaricarle al primo scandalo; delle ONG umanitarie, quelle professionali e quelle avventuratesi nelle emergenze e nelle situazioni da prime pagine di giornale con mezzi e capacità dubbie; dei candidati ad operare nella cooperazione internazionale sottostimando, con il beneplacito di organismi e finanziatori, il valore delle coerenze e della testimonianza personale; dell’opinione pubblica e dei donatori privati che affidano fiducia e soldi trascinati dalle onde di un’emotività pilotata e dal fabbisogno di un buonismo a basso prezzo.

Corpi Civili di Pace: selezionare e formare

Sicuramente il via libero di Parlamento e Governo ad una prima esperienza dei Corpi Civili di Pace è una delle buone notizie di inizio anno. La conferma data dal Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione che entro l’anno si invierà un primo contingente di 500 volontari rassicura circa l’effettiva volontà di impiegare i 300 milioni di Euro/anno stanziati per questa iniziativa con l’approvazione dell’emendamento alla Legge di Stabilità dello scorso dicembre. Come noto, ora il passo da compiere è quello della identificazione definitiva delle caratteristiche che dovranno possedere i volontari impiegati al fine di avere una univoca definizione della loro identità ed individuare gli enti idonei alla loro preparazione e alla loro gestione.

Tra le scelte positive compiute va anche sottolineato il fatto che ancora una volta in Italia, come nel caso di tutte le leggi succedutesi in materia di volontariato internazionale, l’impiego dei contingenti sarà affidata ad enti e organizzazioni già attive e con esperienza in operazioni di mantenimento della pace invece che, come optato da altri Paesi europei e della stessa Commissione di Bruxelles, essere gestiti da enti ed organismi governativi o paragovernativi operanti alle dipendenze, più o meno dirette, dei dicasteri governativi competenti.

Ciò premesso, a mio avviso in questa fase l’ultima cosa da fare è lasciarsi prendere da facili entusiasmi e sottostimare da un lato l’importanza e, dall’altro, la delicatezza e il conseguente grado di responsabilità che discendono dall’impiego di personale, soprattutto di giovane età, nelle situazioni e nei contesti che sollecitano e richiedono interventi di mantenimento o ristabilimento della pace. I rischi connessi  a questo particolare tipologia di servizio sono sicuramente ben noti agli enti che già operano in tali contesti, ma sempre più anche ai non addetti ai lavori coinvolti e informati anche a seguito degli ultimi episodi, a volte drammatici, che hanno caratterizzato personale italiano impegnato in zone di crisi e di conflitto.

Personalmente, reputo che la preparazione e ancor più la selezione del personale da avviare a questo servizio volontario siano le prerogative indispensabili alla buona riuscita delle attività e, perlomeno, all’abbattimento al minimo ipotizzabile dei rischi comunque connaturati a queste azioni. Della formazione del personale si è molto parlato ed è ormai convinzione unanime, almeno nella teoria, che una adeguata preparazione sia condizione irrinunciabile per gli interventi e soprattutto per la sicurezza degli operatori. Anche se, dal mio osservatorio, mi hanno molto inquietato alcune dichiarazioni rilasciate da protagonisti dell’approvazione di questa iniziativa che vedrebbero in “un mese e mezzo” di tempo il periodo minimo di formazione da richiedere ai candidati volontari.  Da sempre sostengo, confermato da una lunga esperienza nella gestione di volontari all’estero, che la riduzione dei tempi medi di formazione registrata progressivamente nel corso degli anni dalla grandissima maggioranza delle organizzazioni attive sia tra le principali problematicità del settore e che, con ancor maggior convinzione, ciò vale a fortiori nelle iniziative attivate in contesti critici. Tuttavia, senza contraddizione alcuna, rimango del parere che anche in presenza di formazione “adeguata”, la priorità nell’individuazione dei volontari debba essere rivolta alle fasi, ai criteri e alle metodologie di selezione. Reputo, infatti, che anche il migliore dei percorsi di formazione non possa minimamente sostituirsi alla ben più lunga ed efficace formazione che un giovane riceve nei decenni precedenti la sua candidatura ad un servizio di volontariato. Il “carattere” e le caratteristiche delle personalità degli individui assorbono tempi incompatibili con il seppur lungo periodo di formazione impartito dall’organismo di invio che, opportunamente e doverosamente, non può che completare ed aggiungere elementi complementari e circostanziali soprattutto riferiti al contesto e alle tipicità del contesto di futuro impiego dei volontari.

Per questo, il mio personale auspicio è che i rappresentati degli organismi di società civile coinvolti e i decisori governativi sappiano inserire nel decreto attuativo dei Corpi Civili di Pace condizioni vincolanti orientati a queste riflessioni senza cedere al fascino di facili populismi che, abbiamo già visto, possono rischiare l’inefficacia e, a tratti, mettere a repentaglio la sicurezza stessa del personale impiegato.

Volontariato: nona potenza mondiale

Se i volontari fossero uno stato, il “Paese dei Volontari” sarebbe la nona potenza mondiale. Ad affermarlo uno studio del Centro Studi sulla Società Civile della John Hopkins University nel quale si precisa che il contributo al PIL nazionale dei Paesi sviluppati è costituito per il 2,7% dall’apporto del volontariato, percentuale che raggiunge un significativo 0,7% in quelli in via di sviluppo. Secondo l’autorevole Centro, infatti, il volume di affari del mondo del volontariato a livello mondiale si attesterebbe sui 400 miliardi di dollari all’anno.

Il dato è impressionante e riveste una significatività eloquente allorché la comunità internazionale sta finalizzando il dibattito sul cosiddetto post-2015. Nel momento in cui si stanno definendo gli Obiettivi di sviluppo che prenderanno il posto di quelli del Millennio, ormai notoriamente disattesi per la loro scadenza prevista per il prossimo anno, il ruolo e il contributo dell’azione volontaria non può più essere ignorato. Nella ricerca di una partnership globale che possa garantire le risorse necessarie per la concretizzazione delle azioni e dei programmi sottesi dai nuovi Obiettivi, il volontariato nel Nord e nei Sud del mondo devono poter contare sul riconoscimento e il sostegno fattivo degli Stati ed essere annoverato tra gli attori più significativi dello scenario globale.

Con questa convinzione il Post-2015 Volunteering Working Group, un gruppo di lavoro formato da una quarantina delle principali organizzazioni di volontariato attive a livello mondiale, ha recentemente inoltrato una lettera aperta al Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon per attirare l’attenzione dei decisori globali sulla necessità di dare maggior sostegno ai gruppi e alle associazioni di volontariato nel mondo. Con questa, le associazioni firmatarie chiedono che nello scenario Post-2015 i gruppi di volontariato vengano riconosciuti, al pari degli altri partner di sviluppo, come una delle componenti essenziali nella realizzazione della partnership globale per lo sviluppo sostenibile, come un soggetto determinante, ancorché “Invisibile”, nei progressi compiuti per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio e, di conseguenza, vengano promossi programmi di appoggio e di diffusione dello spirito del volontariato in ogni Paese.

Verso un Servizio Civile obbligatorio?

Puntualmente, come ad inizio di ogni nuova legislatura o nuovo Governo, anche in questi giorni si riaffaccia sui banchi del Parlamento una proposta di legge per l’istituzione di un servizio civile obbligatorio.

Questa volta a presentare come primo firmatario il disegno di legge è stato l’on. Realacci seguito a ruota dall’on. Verini e, poi, da diversi altri parlamentari di vari partiti. La novità, così come dichiarata dallo stesso Realacci, sta nell’obbligatorietà di un servizio “per accompagnare le politiche di prevenzione, valorizzazione del nostro patrimonio naturalistico e culturale e coesione …. e finalizzato anche a servizi sociali, ambiente e protezione civile ” di sei mesi per tutti i ragazzi e le ragazze nostri concittadini. Un impegno che va ad affiancarsi, sempre secondo gli estensori del disegno di legge, alla “importante esperienza del  Servizio Civile volontario”.

Sempre con la speranza che questa sia la volta buona, e sempre che prima della auspicata approvazione di questa nuova legge non si assista alla definitiva eutanasia di quella in vigore per il servizio civile volontario sempre più a corto di risorse, non posso che plaudire ai sostenitori di questa proposta che potrebbe finalmente adottare una politica di educazione civica efficace per le giovani generazioni del nostro Paese.

Il Governo in carica sta dimostrando coraggio nell’enunciare importanti riforme e decisi interventi anche a favore dei giovani. Il premier Renzi dovrebbe assumere questa battaglia come una decisiva svolta nel curriculum formativo dei giovani al pari degli annunciati interventi promessi sulle scuole pubbliche e per l’incremento dell’occupazione.

(articolo pubblicato su Vita.it)