Archivi tag: terzo settore

Terzo Settore: due miti da sfatare (riflessione per addetti ai lavori)

Un interessante articolo di Carola Carazzone, Segretario Generale di ASSIFERO, pubblicato su “Il giornale delle Fondazioni”, pone due questioni centrali per il futuro del terzo settore: la demitizzazione del “progetto” e il mito della riduzione delle spese si gestione.

Entrambe tacciate di contribuire al declino inarrestabile di buona parte delle Organizzazioni di Terzo Settore, le due tendenze, che caratterizzano ormai da un paio di decenni i rapporti tra donatori pubblici e privati e Organizzazioni no-profit, vengono messe sul banco degli imputati. Finalmente, soggetti erogatori come le Fondazioni si pongono il dubbio di un loro abbandono in favore di rapporti più programmatici tra donatori istituzionali e operatori del sociale.

Sommessamente, mi fregio di aver combattuto, con scarsi risultati, per una loro considerazione in diverse istituzioni, nonché per un’azione educativa dell’opinione pubblica, e di aver trattato con maggior ampiezza questi stessi argomenti nel mio libro “ONG: una storia da raccontare”. Qui non posso che abbozzare alcune riflessioni di sintesi per rispetto degli spazi consentiti, troppo ristretti per affrontare adeguatamente argomenti così intriganti.

Le tesi del Segretario Generale di ASSIFERO sono tutt’altro che novità. Senza dubbio nel campo della cooperazione allo sviluppo. Già negli anni novanta, infatti, la Commissione europea, introducendo a fianco dei finanziamenti “per progetto” i cosiddetti “Program contract”, intendeva inaugurare un nuovo modello relazionale con le ONG al fine di spostare il focus delle valutazioni di merito dagli obiettivi specifici di precisi progetti, ad un approccio più complessivo sulle policy e le finalità di medio-lungo termine di programmi tematici o “geografici”.

L’intuizione, suggerita dalle stesse ONG e recepita dai funzionari di Bruxelles, era quella di dare maggior importanza ai percorsi e ai processi di cambiamento delle realtà locali piuttosto che insistere unicamente su valutazioni di costi-benefici, input-output, inevitabilmente basati su di una cultura pragmatistica e efficientista che dal mondo del profit era stata traslata anche al sociale.

Bandi di gara, gare al ribasso, competizione mercantilistica, mitizzazione e stravolgimento del “ciclo di progetto” e delle sue derivazioni funzionali, valutazioni meccanicamente matematiche delle proposte progettuali, graduatorie a punteggio, da tempo restano gli assi portanti delle linee guida della maggior parte dei finanziatori, più preoccupati del “render conto” della loro “trasparenza” ed efficacia che dell’impatto sulle realtà destinatarie dei progetti finanziati. La predominanza degli organi di controllo e l’asservimento alle loro regole di funzionari e dirigenti delle istituzioni di settore hanno fatto il resto.

Anche in Italia, sin dagli anni novanta, si è invano tentato di introdurre modalità relazionali tra donatori pubblici e ONG diverse dall’unicum progettuale. Le convenzioni per l’impiego di personale espatriato svicolato da singoli progetti, malauguratamente interdette dalla Ragioneria di Stato dopo solo due anni di sperimentazione per supposte incompatibilità con le norme della contabilità ordinaria e i regolamenti attuativi della cooperazione allo sviluppo italiana, ne sono il primo esempio.

Come spesso accade nel nostro Paese, la demagogica giustificatoria del soddisfacimento delle necessità dell’opinione pubblica, ha rafforzato la tendenza sopra accennata. Dimostrare che “ogni centesimo sia realmente destinato ai beneficiari” è divenuto un devastante mantra assunto “nei bar” e nelle sedi dei donatori.

Come giustamente evidenzia la Carazzone, l’insulsa preoccupazione di ridurre al minimo i costi gestionali, la riduzione progressiva della loro ammissione nei preventivi progettuali, sino alla loro completa abolizione per un numero crescente di donatori, sta progressivamente svuotando di progettualità e di competenze le organizzazioni di Terzo Settore. Scegliendo la risposta più semplice e bieca agli eccessi da sempre raggiunti da parte di alcuni operatori, in genere quelli sovrannazionali e quasi mai dalle organizzazioni di società civile costrette a lavorare sottocosto o a ricorrere a ridicoli sotterfugi per camuffare i costi strutturali, il sistema dei finanziamenti sia pubblici che privati, rischia paradossalmente di catapultare nuovamente la cooperazione internazionale in quell’assistenzialismo che credevamo superato già negli anni ottanta.

Un assistenzialismo moderno; non più da “carità pelosa”, ma da “efficientismo maccartiano”. L’utopia di poter contribuire al cambiamento della condizioni politico sociali di un determinato contesto, lascia il passo alle realizzazioni di opere e al conseguimento di risultati “misurabili” e, soprattutto, visibili per la buona pace della generosità dei donatori.

Per citare un esempio, il Regolamento del cospicuo fondo della Conferenza Episcopale Italiana destinato al finanziamento di attività nel “Terzo Mondo”, la dicitura già da se la dice lunga in proposito, esclude espressamente la possibilità di introdurre costi gestionali nei preventivi di spesa delle proposte progettuali.

Ma anche altri donatori pubblici, come ad esempio MAAEE ed UE, restano invischiati nella medesima logica. Ne è prova l’insistente rifiuto di adottare una progressività inversamente proporzionale dei costi di gestione rispetto al costo totale del progetto. Così, per la gioia complice delle ONG finanziariamente più dotate in grado di gestire progetti da svariati milioni di Euro, la percentuale del 6-9 % del costo totale ammessa da molte linee di finanziamento per le spese gestionali, si traduce in centinaia di migliaia di Euro; mentre per le “piccole” realtà operanti con interventi finanziariamente molto più ridotti la stessa quota non copre nemmeno le più indispensabili necessità di sopravvivenza; figuriamoci gli investimenti in programmazione, formazione, valutazione, e qualità del lavoro. Il circolo vizioso nelle quali sono da tempo inghiottite è sotto gli occhi di tutti …. tranne, forse, che i loro.

Le Fondazioni hanno sempre rivestito ruoli di innovazione. Poter gestire con un’aliquale autonomia gli strumenti finanziari a loro disposizione le pone da sempre in una posizione di privilegio per indurre interessanti cambiamenti nel panorama istituzionale del nostro Paese. Oggi, inoltre, la riscoperta di un ennesimo “uovo di Colombo” come la cosiddetta “Theory of change”, ha il vantaggio di offrire un ulteriore substrato fertile ad una riflessione che, se tradotta per una volta in pratica, potrebbe segnare un nuovo passo nel cammino impervio delle relazioni tra Terzo Settore, pubblico e privato.

La UE crede nelle Reti di società civile

Con l’approvazione del bando “Strengthening Regional, European and Global CSO Umbrella Organisations l’Unione Europea stanzia oltre 50 milioni di euro per il rafforzamento delle Reti di organizzazioni di società civile. Da sempre, anche contro il parere dei più e passando per un retrograde antiefficienza, sostengo una via alternativa e complementare, ma altrettanto foriera di risultati positivi, a quella intrapresa con la sovrastrutturazione e l’ingigantimento delle singole organizzazioni, almeno di quelle che lo hanno potuto e saputo fare. Le indispensabili competenze e le necessarie risorse per affrontare la complessità delle problematiche dello sviluppo, infatti, ammettono vie diverse per il loro conseguimento e ciò anche attraverso il lavoro di rete e la cooperazione tra organismi.

Sembra che la Commissione europea continui a condividere questa strada dato che, come negli anni scorsi, mantiene ancora aperti i rubinetti del bilancio comunitario per le realtà di secondo livello della società civile. Certo non di tutte. Ammesse ai finanziamenti saranno quelle reti capaci di dimostrare competenze multisettoriali e, soprattutto, in grado di fornire un programma coerente articolato su obiettivi programmatici pluriennali e condivisi dai propri membri. A queste condizioni, interessanti e per alcuni sicuramente rivoluzionarie del loro modo di agire e di rapportarsi con i propri associati, le organizzazioni di secondo livello potranno ottenere sostegno economico alle loro attività di rappresentanza e di coordinamento e alle loro azioni di lobbying e advocacy.

Efficacia ed efficienza sono obiettivi irrinunciabili per una corretta azione di cooperazione. Tuttavia, lo ribadiamo forti della condivisione della Commissione, le vie per il loro raggiungimento sono diverse e non sempre e non per forza di cose coincidono con notorietà, dimensioni e strutturazione delle singole organizzazioni. La mia personale speranza che questa strategia istituzionale possa fare breccia anche nelle istituzioni e nella società civile italiane ritrova un barlume di speranza che spero sia alimentato da una pronta e positiva reazione dalla organizzazioni di società civile italiane che metta definitivamente da parte stupide gelosie e dannose competizioni individualistiche. Sarebbe un metodo di lavoro efficace e ciò che ancor più conta molto più coerente e attinente alla morfologia  della società civile italiana caratterizzata da piccole organizzazioni capillarmente distribuite sul territori, di ridotte dimensioni e limitate risorse umane ed economiche.

Insieme per una UE delle persone

A chiusura delle liste per le elezioni europee del 25 maggio e con l’avvio della campagna elettorale le Organizzazioni della società civile lanciano un Manifesto per chiedere al nuovo Parlamento e alla Commissione che si insedieranno a Bruxelles di porre al centro delle politiche i destini delle persone e del pianeta.

Una richiesta veramente unitaria che ha visto riunite, per la stesura del Manifesto “A better Europe now”, le quattro principali reti europee che riuniscono le Organizzazioni di sviluppo e cooperazione, sindacali, ambientali e sociali coalizzate nella “Spring Alliance”. CONCORD, Syndicat European Trade Union, Social Platform e European Environmental Bureau, queste le loro rispettive sigle, hanno stilato un elenco di priorità che dovrebbero essere gli assi portanti e i punti di riferimento delle politiche comunitarie che le prossime istituzioni europee dovrebbero adottare e promuovere.

Con gli argomenti, le motivazioni e il vissuto derivati dalla lunga esperienza maturata tra la gente, Spring Alliance ha individuato sei obiettivi ritenuti indispensabili per riporre i diritti delle persone e della terra al top dell’agenda politica di Bruxelles: società più eque e più coese per ridurre la povertà delle famiglie e garantire a tutti adeguate protezioni sociali; riforma delle politiche economiche in particolare garantendo il pieno rispetto dei diritti umani di tutti e subordinando la logica del profitto ai diritti dei cittadini e della persona; impiego e lavoro di qualità per tutti soprattutto promuovendo attività produttive nella green economy; miglioramento della democrazia incrementando partecipazione e trasparenza nei processi decisionali comunitari; promozione della sostenibilità ambientale; raggiungimento degli impegni per lo sviluppo e la giustizia globale così come stabilito nelle Conferenze e nelle assise delle istituzioni internazionali. Da qui, la necessità di superare le mere logiche di austerity non solo per rilanciare consumi e produzioni, ma altrettanto per tornare a garantire capacità, possibilità e opportunità a tutti i cittadini di essere protagonisti di una ripresa dalla crisi che da troppo attanaglia i Paesi della UE.

Sarebbe auspicabile che anche a livello italiano si riproducesse quella stessa grande convergenza di forze sociali conseguita a Bruxelles per far pressione sui nostri candidati alle prossime “europee” affinché adottino queste priorità e influenzare efficacemente il Governo Renzi perché il semestre europeo a presidenza italiana offra un contributo decisivo e imprima una chiara direzione ai primi lavori di Parlamento e Commissione che dovranno reggere la UE nei prossimi anni.

5 x mille: lo Stato ruba ancora soldi al no profit

Nulla di nuovo, purtroppo, sul fronte del 5 x mille : con la Legge di stabilità proposta dal Governo Letta, resta il tetto di 400 milioni di Euro e non vi è traccia della stabilizzazione di questo strumento.

Nonostante che nel 2011 17 milioni di italiani abbiano liberamente deciso di detsinare al no profit circa 488 milioni di Euro, e alla faccia delle tante pressioni fatte dalle raprpesentanze di terzo settore alle quali hanno sempre fatto seguito promesse da parte della politica, anche questo Governo si ostina a mantenere un platfond inferiore sottraendo di fatto risorse alle organizzazioni no profit e accaparrandosi illegalmente somme di denaro che i contribuenti hanno destinato ad altro.

E’ per questo che di nuovo Vita.it rilancia una petizione per chiedere che non si prosegua oltre in questo abuso e che il 5 x mille diventi legge subito.

Firma anche tu la petizione che ha già raccolto oltre 5.000 adesioni sul sito www.vita.it