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10 soluzioni per un mondo migliore

Oggi, in concomitanza con l’apertura ufficiale della Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a Palazzo di Vetro si è tenuta la seconda edizione del Solution Summit.

Ancora poco conosciuto dai più, questo vertice voluto dalla UN Fondation, dal UN Nongovernmental Liason Service e dal Global Innovation Exchange, ha come obiettivi quelli di selezionare le 10 proposte innovative ritenute migliori da una commissione di super esperti che verranno sottoposte ai prossimi Vertici e Conferenze UN quali soluzioni determinanti per il raggiungimento degli Obiettivi Sostenibili di Sviluppo – SDGs. Tra gli appuntamenti dove le proposte verranno presentate:  UN Summit for Refugees and MigrantsUN Habitat III ConferenceUN Climate Change Conference; Open Government Partnership Global Summit; UN Oceans Conference. Pur considerando gli equilibri che anche in una selezione di questa natura non possono che influenzare qualunque decisione assunta in ambito Nazioni Unite, da quelli geografici a quelli di genere passando per l’attenzione ad una certa trasversalità settoriale, l’analisi delle idee scelte lascia intravvedere una sorta di priorità di agenda utile per i decisori politici che dovranno deliberare nelle future assise.

In estrema sintesi, le 10 selezionate sono: ATMOCEAN – progetto per desalinizzare e pompare l’acqua marina sfruttando unicamente l’energia delle onde; DAREWIN – una nuova tecnologia per decifrare il linguaggio delle balene e dei delfini; HUMANITARIAN TRAKER – utilizzo delle tecnologie per sostenere le cause umanitarie; AIME – sistema di previsione della insorgenza e diffusione di pandemie; BENBEN – modello sperimentale applicato in Ghana per la gestione tecnologicamente avanzata delle terre e delle proprietà; SAFECITY – sito web per la identificazione dei luoghi pericolosi nelle città, in particolare per quanto attiene gli stupri; AYZH – fornitura a prezzi accessibili di medicinali e kit sanitari di facile utilizzo, in particolare per le donne; doctHERS – piattaforma digitale per medici donne costruita per il superamento delle barriere socio culturali ancora esistenti; REFUNITE – piattaforma web per  il ritrovamento ed il ricongiungimento di familiari dispersi; ECOLO – fornitura di servizi ecocompatibili, in particolare servizi igienici da campo per tutti.

La varietà delle proposte, dei soggetti proponenti e dei campi di azione ritenuti dagli esperti del Summit va di pari passo con l’ampiezza e, forse, l’eccessiva ambizione degli SDGs. Tuttavia, l’elemento innovatore e la ricerca sincera di nuove idee per rendere più vivibile a tutti il nostro pianeta va riconosciuto. Ora la palla passa a chi detiene il potere e risponde alla responsabilità di mettere in pratica queste priorità e trarne indicazioni e orientamenti per le prossime scelte. Sicuramente il Solution Summit è iniziativa da elogiare e sostenere da parte delle Organizzazioni di Società Civile anch’esse potenzialmente ispirabili da queste novità. Magari con la giusta presunzione di suggerire una scala di priorità nei piani attuativi, ancora oggi alquanto carente, che, come sostenuto da padre Simone S.J. di Civiltà Cattolica, se non definita o lasciata al libero arbitrio del mercato, pone sullo stesso piano il bisogno di ostriche del ghiottone con la necessità di abbattimento delle barriere architettoniche per i portatori di handicap.

(articolo pubblicato su Vita.it)

Accordi indispensabilmente inutili

La notizia del raggiunto accordo tra i Governi dei paesi ONU sui nuovi Obiettivi di Sviluppo del Millennio, è di certo propiziatoria di un’auspicata quanto necessaria inversione di rotta nel lungo cammino per sconfiggere fame e povertà. Da decenni, infatti, la comunità internazionale si dice pronta e volonterosa di eliminare dalla faccia del pianeta miseria, fame, malattie e quant’altro impedisce il godimento dei diritti umani più fondamentali a un quinto dell’umanità, perlopiù concentrata nei Paesi impoveriti dei Sud del mondo. Purtroppo, ancora oggi gli indicatori registrati dagli istituti e dagli organismi internazionali segnano drammaticamente quanto ancora tutto ciò resti relegato nell’ambito delle buone intenzioni piuttosto che nei dati di fatto.

Tuttavia, dichiarazioni di impegno e accordi formalmente siglati restano passi indispensabili almeno nella misura in cui costituiscono punti di riferimento e stelle polari ai quali tendere e nei confronti dei quali richiamare alla responsabilità i troppi evasori delle regole comunemente fissate. Non sarebbe possibile, in assenza di questi, esercitare la pressione con la quale sin dall’inizio di questa sfida la società civile internazionale interviene nelle assise globali giocando il proprio ruolo di coscienza critica e di avvocatura dei più deboli, né assistere alla lenta ma progressiva presa di coscienza della opinione pubblica nei confronti delle condivise responsabilità dei destini dell’umanità. Non va infatti sottostimato il fatto che anche l’accordo raggiunto sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile qualche giorno fa a New York e che verrà formalmente adottato nella Assemblea Generale Onu di fine settembre preveda l’adesione degli Stati membri “su base volontaria”. Come dire, cioè, che la loro applicazione e la coerenza politica con quanto previsto dal Piano di azione relativo sarà ancora una volta lasciato alla buona volontà o alla discrezione dei Governi nazionali dei singoli Paesi. Così come non si può sottovalutare l’importanza che su un altro fronte caldo dei negoziati globali, quello relativo alla lotta ai cambiamenti climatici che vedrà un qualche epilogo nella Conferenza parigina di dicembre di quest’anno, hanno segnato i recenti pronunciamenti del Presidente Obama impegnatosi a ridurre l’impatto inquinante degli USA del 30% da qui al 2030. Certo, ancora una volta solo una beata ingenuità potrebbe portare a non ricordare come tali importanti e dolorosi impegni vengano assunti alla fine del secondo mandato presidenziale del Presidente statunitense, ovvero in un periodo vissuto in assenza di pressione per un rinnovo elettorale, eppure anche in questo caso ritengo decisivo il passo compiuto da Washington non fosse altro che per l’eredità e la conseguente pressione che eserciterà su chi nei prossimi anni siederà alla Casa Bianca.

Questo 2015 sarà ricordato come un anno decisivo per la comunità internazionale e per il futuro del pianeta. Vedremo se lo sarà per aver segnato un cambio di paradigma e una nuova direzione assunta dai decisori politici globali oppure se non andrà che allungare la lunghissima lista di date ricordate dalla storia delle relazioni e della cooperazione internazionale come occasioni perse e quali manifestazione della immutabile prevalenza degli interessi immediati e particolari sui diritti umani e la giustizia globale.

Imprese, diritti umani e SDGs

Nei prossimi giorni a Palazzo di Vetro di New York, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite concentrerà i propri lavori sulle questioni legate al rinnovo degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDGs) che saranno sostituiti il prossimo anno dai cosiddetti Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs). Con la scadenza prevista per il mese di settembre del 2015, infatti, gli MDGs tutt’altro che raggiunti in questi primi 15 anni del nuovo millennio, lasceranno il passo ad un nuovo accordo globale che la comunità internazionale dovrà siglare per conseguire risultati che consentano la sostenibilità e la vivibilità del futuro dell’umanità e del nostro pianeta.

Di conseguenza, questa prossima sessione della Assemblea ONU assumerà un ruolo decisivo per orientare l’ultima tappa negoziale che condurrà alla definitiva adozione dei nuovi Obiettivi. Non a caso, in questi mesi i Governi e le istituzioni internazionali stanno perfezionando le rispettive posizioni negoziali e i diversi attori di società civile intensificano le loro azioni di pressione e di sensibilizzazione per influire sugli ultimi posizionamenti e conclusioni. Tra questi, ovviamente, i soggetti istituzionali e privati della Unione Europea. E’ di poche settimane fa la Comunicazione UE con la quale questa realtà sovrannazionale, collocata ai primissimi posti in quanto a incisività sulle relazioni e le dinamiche globali, ha reso nota la posizione mediata tra i suoi 27 Stati membri che porterà ai tavoli negoziali onusiani. Posizione che vedrà il Governo italiano in prima linea per la sua difesa, visto l’attuale ruolo di Presidente di turno della UE e data la recentissima nomina della Ministro Mogherini alla carica di Alto Rappresentante per la Politica Estera di Bruxelles.

La richiesta a più riprese reiterata dalle organizzazioni di società civile europee per avanzare una posizione UE più coraggiosa rispetto alla poca ambizione del documento negoziale approvato dal Gruppo di lavoro organizzato in sede ONU sul quale oggi stanno reagendo i diversi protagonisti sembra essere delusa da un testo con altrettanta scarso coraggio, intessuto di frasi generiche e vaghi principi, che rimanda ad altre sedi i tempi e le proposte per la fissazione di obiettivi chiari, misurabili e vincolanti per tutti. Pur riconoscendo l’inserimento della volontà di definitivamente abbandonare la logica assistenzialista per un più consono approccio basato sul rispetto e la promozione dei diritti umani fondamentali di tutti, infatti, le perplessità circa alcuni nodi sostanziali permangono radicate. In particolare, non voler riconoscere chiaramente come cause delle povertà e della negazione del diritto al cibo le diseguaglianze economiche, sociali e politiche e le discriminazioni e violazioni dei diritti umani come il principale ostacolo ad uno sviluppo sostenibile globale, resta una grande debolezza foriera ancora una volta di incoerenza e libertà di interpretazione su quanto richiesto o inopportuno nella definizione di una agenda di sviluppo improntata a maggior giustizia sociale. Ne è prova il fatto che ancora ci si oppone circa la necessità dell’istituzione di un quadro di riferimento vincolante per l’azione delle imprese, in particolare delle grandi multinazionali, nel loro agire in particolare nelle regioni più povere del mondo. E su questo, purtroppo, il Governo italiano continua a giocare un ruolo di ostruzione opponendosi, ancora recentemente con voto negativo in sede comunitaria, a tale progetto. Nemmeno le recenti indagini avviate dalla magistratura del nostro Paese circa le enormi corruzioni perpetrate dai massimi dirigenti di una delle maggiori imprese nazionali come ENI per ottenere le concessioni per lo sfruttamento di giacimenti petroliferi in Africa, sembrano incrinare questa inaccettabile posizione. Chissà se tra le pieghe della volontà riformatrice del Governo Renzi e nell’agenda della nuova Vice presidente UE Mogherini troveranno spazio anche queste questioni che impattano i destini di milioni di poveri e costituiscono una delle più evidenti prove della veridicità della volontà di cambiamento contenuta a parole nella citata Comunicazione della Unione Europea. 

(articolo pubblicato su Repubblica.it)

Volontariato: nona potenza mondiale

Se i volontari fossero uno stato, il “Paese dei Volontari” sarebbe la nona potenza mondiale. Ad affermarlo uno studio del Centro Studi sulla Società Civile della John Hopkins University nel quale si precisa che il contributo al PIL nazionale dei Paesi sviluppati è costituito per il 2,7% dall’apporto del volontariato, percentuale che raggiunge un significativo 0,7% in quelli in via di sviluppo. Secondo l’autorevole Centro, infatti, il volume di affari del mondo del volontariato a livello mondiale si attesterebbe sui 400 miliardi di dollari all’anno.

Il dato è impressionante e riveste una significatività eloquente allorché la comunità internazionale sta finalizzando il dibattito sul cosiddetto post-2015. Nel momento in cui si stanno definendo gli Obiettivi di sviluppo che prenderanno il posto di quelli del Millennio, ormai notoriamente disattesi per la loro scadenza prevista per il prossimo anno, il ruolo e il contributo dell’azione volontaria non può più essere ignorato. Nella ricerca di una partnership globale che possa garantire le risorse necessarie per la concretizzazione delle azioni e dei programmi sottesi dai nuovi Obiettivi, il volontariato nel Nord e nei Sud del mondo devono poter contare sul riconoscimento e il sostegno fattivo degli Stati ed essere annoverato tra gli attori più significativi dello scenario globale.

Con questa convinzione il Post-2015 Volunteering Working Group, un gruppo di lavoro formato da una quarantina delle principali organizzazioni di volontariato attive a livello mondiale, ha recentemente inoltrato una lettera aperta al Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon per attirare l’attenzione dei decisori globali sulla necessità di dare maggior sostegno ai gruppi e alle associazioni di volontariato nel mondo. Con questa, le associazioni firmatarie chiedono che nello scenario Post-2015 i gruppi di volontariato vengano riconosciuti, al pari degli altri partner di sviluppo, come una delle componenti essenziali nella realizzazione della partnership globale per lo sviluppo sostenibile, come un soggetto determinante, ancorché “Invisibile”, nei progressi compiuti per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio e, di conseguenza, vengano promossi programmi di appoggio e di diffusione dello spirito del volontariato in ogni Paese.