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Cooperazione allo sviluppo: assente!

Se tutto va bene, fra pochi giorni si rischia di veder varare il cosiddetto Governo “giallo-verde”.

Lo stato di avanzamento degli accordi tra Lega e Movimento 5 Stelle, almeno stando alle dichiarazioni ufficiali dei rispettivi leader e alle principali fonti di informazione, sembra aver raggiunto un punto alquanto avanzato, mancando unicamente la convergenza sul nome del Premier e la suddivisione dei dicasteri, a partire da quelli chiave come Esteri, Difesa, Giustizia, e, soprattutto per il consenso leghista, Agricoltura.

Il susseguirsi in questi giorni dei commenti , tra entusiasti e terrorizzati, peccano della medesima “svista” degli estensori del programma di Governo comune: non una parola, tanto meno un’idea, sulla cooperazione allo sviluppo con i Paesi dei Sud del mondo.

Per la precisione, all’interno del paragrado dedicato alla politica estera, significativamente tra i più brevi del testo, si trova una menzione a questi Paesi: “E’ inoltre necessario rifocalizzare l’attenzione sul fronte del Sud”.

Interpretando una così sintetica affermazione aggrappandoci alla lettera maiuscola utilizzata per il “Sud”, come un interesse manifesto per porre attenzione ai Paesi impoveriti dei Sud del mondo, resta tuttavia la totale assenza di contenuti e di obiettivi di questo comparto della futura politica governativa.

A meno che, con un’esegesi senza dubbio opinabile, non si torni a leggere il programma qualche riga sopra laddove, questa volta in modo alquanto esplicito, si afferma la futura Banca per gli Investimenti “svolgerà attività di … credito di aiuto alle imprese italiane che operano nei Paesi in via di Sviluppo come investimento ad utilità differita per acquisire posizioni di vantaggio su mercati emergenti”.

Visto che un elettore su due ha votato per uno dei due partiti che potrebbero governare il nostro Paese nei prossimi anni, credo legittimo immaginare che tra essi vi sia anche un buon numero di militanti nelle Organizzazioni Non Governative impegnate nella cooperazione internazionale, qualcuno, magari, con mire di incarichi nella prossima legislatura.

Soprattutto a loro, soprattutto a chi partecipa alla democrazia telematica supposta di possedere una rapidità e una popolarità decisionale inedita, ma anche a tutti i rappresentanti delle ONG, va rivolto un appello pressante per anticipare per una volta i tempi e indurre una virata significativa per far si che le future scelleratezze del nuovo governo non si abbattano oltre che sugli italiani anche sui nostri amici dei Sud.

Marielle Franco: martire di giustizia

Dobbiamo gridare e far sapere a tutti l’azione brutale e selvaggia della polizia”. Raccogliere questa volontà di Marielle Franco è un dovere; un modo per scongiurare l’inutilità del suo martirio.

Si perchè questa militante per i diritti umani in Brasile, consigliera del Partido Socialismo e Libertade eletta all’ultima tornata elettorale con 46mila voti e volto nuovo della politica brasiliana, è stata brutalmente assassinata da tre sicari, in pieno giorno, nell’affollatissima rua Joaquim Palhares a Rio de Janeiro.

Molte altre volte Marielle si era messa in gioco in prima persona per difendere i diritti degli abitanti delle favelas della megalopoli sudamericana. Senza peli sulla lingua, denunciando le molteplici violazioni perpetrate nei confronti di quella povera gente. Anche quando, come in questo ultimo caso, sapeva di giocarsi tutto denunciando l’ennesima azione criminale della polizia federale incaricata di mantenere l’ordine nei tanti gironi danteschi di Rio, come la favela di Acari.

Poco prima di cadere sotto le revolverate dei suoi carnefici, Marielle aveva pubblicato su facebook l’ultima sua denuncia scrivendo:“la polizia sta terrorizzando e stuprando i residenti delle favela. Hanno ucciso e gettato due uomini in un burrone, la situazione sta peggiorando”.

La goccia ha fatto traboccare il vaso. La violenza di stato ne ha avuto abbastanza. Ha deciso di disfarsi di questa scomoda testimone, di questa paladina della giustizia.

Onore a Marielle, martire ignorata di quest’epoca.

Restituiamo il denaro dei poveri

Per i poveri della Nigeria, questo 2017 si chiude con una buona notizia: il Governo svizzero ha deciso di restituire altri 321 milioni di dollari dell’ingente tesoro depositato dall’ex dittatore Sani Abacha nel corso del suo sanguinoso regime durato dal 1993 al 1998. A nulla sono valse le rivendicazioni dei familiari del generale Abacha che avrebbero voluto beneficiare dell’ingente fortuna illegalmente accumulata dal dittatore, trovato morto nel 1998, in circostanze misteriose, dopo essersi accompagnato con due prostitute,

Già qualche mese orsono, il governo di Berna aveva proceduto ad una prima restituzione di 720 milioni di dollari e ora si appresta ad attingere nuovamente dai conti bancari, stimati in 2 miliardi di dollari, che il generale Abacha aveva rimpinguato dissanguando le casse del proprio Paese durante la sua permanenza al potere.

La decisione del Governo federale elvetico è stata sancita con la firma di un accordo tripartito nel quadro del Global Forum on Asset Recovery -GFAR – gestito dalla Banca Mondiale, che sarà anche la garante dell’utilizzo del denaro restituito destinato alle fasce più povere della popolazione nigeriana.

Una buona notizia che potrebbe costituire un precedente per i molti altri casi, ben noti, nei quali governanti corrotti, dittatori scellerati, e politici senza scrupoli hanno saccheggiato le finanze dei loro rispettivi Paesi rimpinguando i loro conti correnti bancari miliardari, di norma aperti nei vari paradisi fiscali.

La Banca Mondiale, quindi i Governi dei Paesi suoi membri, potrebbe riproporre simili atti di giustizia verso le altre numerose popolazioni vessate da regimi corrotti e depredate di risorse quanto mai necessarie ad un loro tenore di vita più dignitoso. Ne andrebbe della sua credibilità e, più importante, del destino futuro di milioni di poveri della terra.

L’agricoltura che affama il mondo

Il circolo vizioso da tempo instauratosi tra numero di persone che nel mondo soffrono di malnutrizione cronica e quantità di sostanze inquinanti emesse nell’atmosfera principalmente ad opera di attività umane sta registrando nuovi dati alquanto preoccupanti.

A denunciarlo nel corso di un importante appuntamento internazionale è la FAO. L’Agenzia delle Nazioni Unite, infatti, ha recentemente presentato l’aggiornamento annuale del suo Rapporto SOFI (State of food security and nutrition) sulla base del quale il Direttore Generale graziano da Silva ha lanciato l’ennesimo allarme durante la Conferenza tenutasi a Bonn sui cambiamenti climatici. Secondo i dati SOFI dopo 10 anni di timidi successi nella lotta contro la fame nel mondo, ha spiegato il DG brasiliano, il numero delle persone che vivono in situazione di malnutrizione cronica è tornato ad aumentare a causa dei conflitti in corso in numerosi Paesi e dell’aumento della CO2 emessa nell’atmosfera.

Oltre al notorio impatto delle guerre sullo stato della fame delle popolazioni coinvolte, ciò che più sembra paradossale è il fatto che tra i settori produttivi maggiormente responsabili dell’inquinamento atmosferico spicca quello agricolo con la sua percentuale stimata attorno al 20 % della CO2 prodotta a livello globale. In altre parole, l’attività principe per l’approvvigionamento di derrate alimentari è a sua volta una delle maggiori cause dell’incremento dei fattori che provocano fame e malnutrizione.

Sotto accusa, innanzitutto, è l’eccessiva produzione di metano enterico particolarmente elevata negli allevamenti intensivi e l difficoltoso, oltre che costoso, smaltimento delle deiezioni animali per i sempre più numerosi allevamenti “senza terra”. Le moderne conoscenze zootecniche una rapida dimostrano come pratiche ecologiche nella conduzione degli allevamenti porterebbero ad una significativa riduzione fino al 30% degli attuali livelli di sostanze inquinanti prodotte pur mantenendo le medesime rese produttive.

La continua spinta a maggiori produzioni alimentari facendo ricorso a pratiche intensive, all’utilizzo scriteriato di concimi chimici e di antiparassitari, all’allevamento svincolato dalle coltivazioni agronomiche, al non rispetto delle basilari normative in tema di smaltimento dei liquami e dei reflui, che hanno caratterizzato l’agricoltura soprattutto dei Paesi industrializzati sta raggiungendo un punto di non ritorno. Il peggioramento delle condizioni sanitarie nella parte del mondo “sviluppato” e di quelle alimentari nelle regioni impoverite causato da modelli di agricoltura insostenibile sono gli effetti di un circolo vizioso che occorre urgentemente interrompere.

Le pratiche di agro ecologia né sono una velleità snobistica di qualche hipster, né una utopica alternativa che penalizza i produttori. Piuttosto sono la via da immediatamente intraprendere su vasta scala per salvare quel che ancora resta di un territorio devastato e delle risorse naturali  da troppo tempo saccheggiate dall’avidità del profitto a tutti i costi.