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La Francia con i piccoli agricoltori

Il Governo Macron ha deciso unilateralmente il suo ritiro dalla New Alliance for Food Security and Nutrition (NAFSN).

Non sempre gli spazi informativi sono proporzionati alla rilevanza della notizia.  Soprattutto i tempi elettorali.  Così, questa scelta dell’Eliseo è del tutto passata in sordina sui media italiani, sebbene rilevante  per milioni di piccoli produttori agricoli.

La NAFSN è un’iniziativa lanciata nel 2012 sotto gli auspici del G8. Oltre Paesi promotori, dieci nazioni africane vi hanno aderito: Burkina Faso, Costa d’Avorio, Etiopia, Ghana, Mozambico e Tanzania già dal 2012, mentre l’anno successivo Benin, Malawi, Nigeria e Senegal.

Fin dai suoi esordi, centinaia di Organizzazioni di società civile del Nord e dei Sud del mondo avevano denunciato la pericolosa deriva che gli obiettivi della NAFSN lasciavano intravvedere.

Creare un contesto favorevole agli investimenti delle multinazionali dell’agro-alimentare nei Paesi africani aderenti  quale soluzione per il dramma della fame, come recita il documento fondativo dell’iniziativa, è stato subito denunciato come un ennesimo cavallo di troia per I’agricoltura familiare e il futuro dei piccolo produttori.

Land grabbing, debiti accollati agli agricoltori, introduzione di varietà OGM, realizzazione dei cosiddetti “corridoi di crescita” dimostratisi da subito dei very e propri paradisi fiscali per i grandi investimenti in agricoltura, sono alcune delle inevitabili conseguenze del “magic bullet”, la ricotta magica, preconizzata dalla NAFSN. Numerosi studi e ricerche sul campo condotte nei Paesi interessati, hanno ampiamente rilevato dati inequivocabili circa il peggioramento delle condizioni di vita dei piccolo agricoltori e gli ingenti vantaggi e guadagni ricavati dalle multinazionali.

La Francia resta un Paese influente per la maggior parte dei Paesi africani aderenti alla NAFSN. Il suo peso politico sullo scenario internazionale, benché grandemente sminuito negli ultimi decenni, resta determinante in alcune zone del mondo e, sicuramente, all’interno dei G8.

Il suo ritiro da questa iniziativa potrebbe costituire una prima significativa incrinatura delle convinzioni monolitiche che ancora permangono tra i decisori  delle politiche agricole e sociali mondiali.

Il fatto che l’Italia sia, tra I G8, uno dei Paesi con minor volume di ricavi dalle multinazionali, potrebbe costituire un presupposto affinché Roma emuli Parigi.

Senza nemmeno perderci più di quell tanto in “moneta”, e guadagnandoci assai in reputazione.

Riflessioni sul caso OXFAM Haiti

Lo scandalo che sta travolgendo alcune delle maggiori ONG mondiali, OXFAM, ma anche Save the Children, Médecins Sans Frontières, Christian Aid, Croce Rossa e altre ancora (?), impone qualche riflessione. Con la dovuta calma. Per una volta noncurante della lunghezza del post. Evitando di sottostimare la gravità dei fatti, ma al contempo rifiutando l’irrefrenabile bramosia di scoop giganteschi e sensazionali così in voga nella superficialità delle notizie diffuse da molti media.

Occorre innanzitutto distinguere tra le responsabilità personali e quelle delle organizzazioni. Fuori dubbio la necessaria inflessibilità nei confronti di individui che violano, in qualunque circostanza, leggi, diritti, e imperativi e valori etici. Non esistono impunità. Non devono sussistere giustificazioni di sorta.

Diversa è a mio avviso la riflessione sulle responsabilità delle realtà per le quali gli individui operano. Vi sono, a mio avviso, dei rischi intrinseci nella selezione del personale di qualsivoglia organizzazione. E maggiore è il numero degli operatori, maggiori sono i rischi di errore. Non solo. Più si opera nelle cosiddette “urgenze”, più si è costretti a mediare sui tempi impiegati nelle fasi di selezione e formazione. Gli errori in un certo senso diventano “fisiologici” e proporzionali alla pur comprensibile “fretta” di rispondere alle situazioni drammatiche nelle quali si vuole intervenire. Benché auspicabili, anche i più rigorosi metodi impiegati nella selezione del personale non possono che ambire a ridurre al minimo le incongruenze e gli sbagli. Gli innumerevoli esempi, si potrebbe quasi dire la “regola”, di quanto qui affermato, sono riscontrabili in qualunque tipo di organizzazione. Nei partiti politici, nelle istituzioni pubbliche, nella Chiesa, nelle organizzazioni internazionali, e perfino in quelle realtà connaturate con rigore e disciplina punitivi come nel caso delle forze armate e dell’ordine.

Ancor più infingardo è considerare che i valori e le finalità delle organizzazioni umanitarie possano in qualche modo costituire una sorta di antidoto. I pur chiari codici etici e di comportamento dei quali diverse organizzazioni si sono finalmente dotate, implicano l’adesione e la coerenza individuali e non possono che basarsi sulla rettitudine dei singoli. Verificare a priori la fedeltà ad essi, ed anche escludere deviazioni in itinere, è obiettivo raggiungibile solo per approssimazione. Mai certezza ineluttabile. Per paradosso, ciò accade anche nel caso di ravvedimento di aderenti ai codici d’onore delle organizzazioni malavitose.

In questi giorni ho letto, a proposito, interventi di dirigenti di ONG affannatisi a tirarsi fuori dalla mischia in nome delle procedure selettive da essi adottate, e dai metodi formativi applicati al loro personale candidato. Ho letto di percorsi di formazione protratti nel corso di diversi mesi, citati quali opera di prevenzione e di tutela da scelte inadeguate degli operatori. Ho anche ben presente, tuttavia, le scadenze della maggior parte dei bandi reperibili sui vari portali e siti di ricerca di personale per le ONG. In molti casi intercorre un pugno di giorni tra la chiusura delle candidature e la data prevista per la partenza . Raramente ho incrociato ONG che ancora praticano moduli formativi continuativi , residenziali di una certa durata. Non di rado, quei “mesi” corrispondono all’intervallo di tempo complessivo all’interno del quale solo poche giornate sono dedicate a formazione attiva. Nella migliore delle ipotesi qualche fine settimana. Nel peggio, come ancora constatato recentemente di persona, non oltre due giornate. Non voglio essere frainteso. Ribadisco come selezione e formazione siano attività quanto mai necessarie, troppo poco praticate, ma altrettanto resto convinto della loro relatività e, purtroppo, della loro intrinseca fallacità.

Tutto ciò porta, di conseguenza, alla necessità di contemplare azioni di costante monitoraggio e supervisione sul campo, nonché ad assumere, da parte dei responsabili a diverso livello e grado, azioni repentine, ferme e consequenziali nei casi di rilevamento di comportamenti inadeguati. Trincerarsi dietro la insulsa giustificazione del non aver denunciato casi di abuso per non coinvolgere gli “abusati”, come affermato su Avvenire del 13 febbraio dal direttore italiano della ONG coinvolta, è inaccettabile e sinceramente patetico. E’ così che si coprono preti pedofili, genitori incestuosi, e governanti corrotti. L’omertà non si giustifica in nessun caso.

Marc Goldring, il grande capo di OXFAM col quale peraltro ho personalmente collaborato potendo attestare della sua serietà, sapeva? Ha taciuto per salvare la reputazione della “sua” ONG e prevenire l’onta che prevedibilmente avrebbe infangato l’intero non governativo internazionale? E’ intervenuto, ma senza successo? E’ vittima di una ritorsione interna? Tutto ciò sarà appurato , spero, nei prossimi mesi. Certo è che l’aver inviato ad Haiti quel loro responsabile, già “pizzicato” nel 2006 in Ciad, è per la ONG britannica errore inammissibile e inaccettabile. Il caso è così rilevante da non poter in questo caso avocare un’altra crepa che spesso si insinua dentro qualsiasi tipo di grande organizzazione: a volte il “capo” nemmeno può permettersi, anche volesse, il diretto controllo su ogni azione e su ogni collaboratore. Deve comunque risponderne? Io non ho mai avuto risposta certa. Vale la pena ricordare che nel caso di OXFAM stiamo parlando di una organizzazione che a livello internazione si avvale di circa 5 mila dipendenti e 23 mila volontari!

Ancor più preoccupante, e ingiurioso per i responsabili di OXFAM, è pensare che l’ormai famigerato Roland van Hauwermeiren, il belga capo missione incriminato, sia passato ad operare per un’altra altrettanto blasonata ONG, Action Against Hunger. Per di più, a detta di suoi dirigenti, senza aver avuto nessun ragguaglio sui comportamenti precedenti del fiammingo . Forse si tratta di una di quelle che non adotta metodi confacenti di selezione-formazione.

Le disgrazie, si sa, non arrivano mai da sole. Così, anche per OXFAM. Come se non bastasse il caso Haiti, con compiacimento dei media, l’organizzazione britannica deve oggi fare i conti anche con l’incriminazione per corruzione del suo Presidente internazionale, l’ex ministro del Guatemala Juan Alberto Fuentes. Non è il primo caso di personalità di spicco chiamate a dar lustro a realtà non governative. E nemmeno il primo di scheletri scoperti a posteriori. Ma la notorietà, il lustro, nonché l’incetta di finanziamenti pubblici e privati di quelle che optano per questa scelta, hanno il loro tornaconto; ma anche il loro prezzo e i loro rischi. Spesso, potendoselo permettere e allettate dagli ormai evidenti vantaggi, con buona dose di flessibilità circa le coerenze, diverse ONG si accaparrano in qualità di testimonial, dirigenti, garanti alcuni tra i nomi più in voga del momento. L’impatto emotivo ed emozionale sull’opinione pubblica, e sui rispettivi portafogli, è assai garantito. La stessa logica secondo la quale il contraccolpo di uno scandalo come i festini con minorenni haitiane è tanto inevitabile quanto prevedibile. Stupirsi o dannarsi oggi dell’inevitabile calo dei finanziamenti registrato dal mondo dell’umanitario già in questi pochi giorni dallo scandalo Haiti, è una fastidiosa stonatura. I meccanismi logici portano a deduzioni non disgiungibili. O si rifiutano e si confutano sempre e comunque, e non solo magari per non avercela fatta pur avendoci provato, o si accettano le conseguenze senza falsi puritanesimi. Siano esse provocate da fatti che toccano in prima persona, o indotte da comportamenti di non separati compagni di strada.

Le relazioni ridotte a semplici contatti minano le fiducia vera nei confronti delle ONG, ha onestamente ha affermato il Presidente CESVI Giangi Milesi nell’intervista rilasciata giorni fa a VITA. Quando poi i contatti sono attivati con l’acquisto di costosi indirizzari preselezionati da apposite società di marketing, il concetto di fiducia assume toni burleschi. Parafrasando si potrebbe affermare che chi di emotività ferisce di emotività perisce.

Nessuno stupore quindi, piuttosto chissà, qualche riflessione in più e non la reiterazione di stucchevoli ritornelli della serie “bisogna adattarsi alle nuove tendenze” … “se si vuole stare sul mercato” … “la cooperazione di oggi” … . Da parte di tutti. Delle istituzioni ipocrite che si avvalgono delle mega organizzazioni umanitarie quando servono a fini geopolitici per poi scaricarle al primo scandalo; delle ONG umanitarie, quelle professionali e quelle avventuratesi nelle emergenze e nelle situazioni da prime pagine di giornale con mezzi e capacità dubbie; dei candidati ad operare nella cooperazione internazionale sottostimando, con il beneplacito di organismi e finanziatori, il valore delle coerenze e della testimonianza personale; dell’opinione pubblica e dei donatori privati che affidano fiducia e soldi trascinati dalle onde di un’emotività pilotata e dal fabbisogno di un buonismo a basso prezzo.

L’Europa, l’Italia e lo Sviluppo

I primi mesi di questo 2017, sono quelli utili per fornire indicazioni, correttivi e priorità in sede di Unione Europea rispetto all’aggiornamento del cosiddetto European Consensus on Development. In vista della sua approvazione prevista per metà anno, la diffusione del documento di posizione elaborato dal nostro Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale dà il via ad una fase di consultazione con i diversi attori competenti, o perlomeno apre una finestra per poter intervenire con i rispettivi punti di vista.

Ancora una volta rifuggo la tentazione di considerare uno spreco di tempo studiare e commentare documenti di tale vacuità e di probabile futura inefficacia, e provo a sottolineare tre aspetti che potrebbero servire perlomeno ad aprire un dibattito, se non a modificare delle posizioni.

Preciso immediatamente che, pur in assenza di informazioni in merito ad avvenuti incontri formali, sono certo del lavoro svolto dal Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo sicuramente coinvolto nell’elaborazione della attuale posizione MAECI: la grande novità della nuova Legge non potrebbe certo esser stata esautorata in un simile percorso. Di conseguenza intervengo sapendo di toccare punti probabilmente già evidenziati in tali sedi e che per esperienza so quanto difficile inserire nei testi condivisi con le istituzioni.

Il primo punto attiene una questione di fondo citata dalla Comunicazione UE laddove si invitano la UE e gli Stati Membri a utilizzare la cooperazione allo sviluppo come parte della vasta gamma di politiche e strumenti disponibili per la prevenzione e la risoluzione di conflitti e crisi, per l’ottenimento della pace e la costruzione di una buona governance. In documenti esplicitamente ispirati allo spirito delle Nazioni Unite, citato come primo riferimento nei loro rispettivi incipit, suona di incoerenza ammettere la cooperazione allo sviluppo alla pari di altre politiche e strumenti. L’Articolo 1 della Carta delle Nazioni Unite, infatti, scolpisce a chiare lettere come la cooperazione sia la politica e la pratica privilegiata avente evidente ruolo da primus inter pares rispetto ad altri strumenti ad essa subordinati nel merito e nella tempistica di utilizzo.

La seconda questione che non può non starmi a cuore è legata alla considerazione della società civile (Civil Society Organisations –CSO) evidenziata nei due documenti. Occorrerà farsi una ragione circa la priorità assegnata dal MAECI al settore privato ancora accoratamente confermata nel documento di posizione all’interno del quale balza all’occhio il paragrafo ad esso dedicato come l’unico nel quale si scende in dettagli, citazioni ed enfasi di proposta. Tuttavia, nella posizione italiana reputerei doveroso evidenziare come inaccettabile che nella bozza UE si invitino le istituzioni comunitarie e gli Stati Membri a creare spazi e occasioni dove le CSOs rimangano confinate ad un ruolo di avvocatura e, del tutto inaccettabile, di attori esecutivi (advocates and implementers), quando al settore privato viene riconosciuto un ruolo chiave come motore di sviluppo con il quale impegnarsi nella definizione di obiettivi attraverso dialogo strutturato Auspicherei che con il prossimo Consensus le CSOs avessero almeno un ruolo paritetico. . Per utilizzare una metafora, diciamo che auspichiamo che alla prossima Conferenza nazionale sulla cooperazione nel pannel di apertura ci sia anche un loro rappresentante.

Da ultimo, ad una Unione Europea che,“nel suo insieme”, posticipa al 2030 lo stanziamento dello 0,7% del PIL alla cooperazione allo sviluppo, il Governo italiano potrebbe dare o almeno dire qualcosa in più rispetto ad oggi. Fastidioso che alla risaputa volontà del Governo italiano, ribadita nella posizione MAECI, di proporre e disporre per le altrui risorse – le rimesse dei migranti, i contributi del settore privato, le risorse domestiche dei Governi nazionali, i fondi privati della società civile – quando si tratta si decidere delle proprie si opponga una laconica affermazione dell’assunzione di un “impegno politico ad incrementare” il livello di APS.

(articolo pubblicato su Vita.it)

Killer Robots per uccidere senza rimorsi

Si chiamano Killer Robots e sono l’ultima frontiera della ricerca tecnologica applicata alla corsa agli armamenti che negli ultimi due anni è tornata a registrare significativi incrementi quantitativi. Gli scienziati della guerra prevedono che questi nuovi strumenti di morte completamente autonomi potrebbero essere adottati su larga scala da qui a pochi anni. Dopo aver sperimentato e utilizzato i cosiddetti “droni”, aerei telecomandati formalmente concepiti per ricognizioni in zone di conflitto senza rischi per l’incolumità dei piloti, anche se poi utilizzati anche in operazioni offensive, ora la scienza della guerra si concentra sulla possibilità di impiegare nella aree di guerra una più vasta gamma di strumenti che non necessitino dell’intervento umano sul campo e possano ad esso sostituirsi anche nelle operazioni più cruente e nei conflitti a fuoco.

Da tempo ormai le inquietudini rispetto ai nuovi scenari che prelude l’utilizzo dei Killer Robots, nella terminologia ufficiale chiamati LAWS (Lethal Autonomous Weapons Systems), sono state portate all’attenzione dei decisori globali, in particolare del Segretario Generale delle Nazioni Unite, finalmente provocando una prima reazione formale dell’ONU che nel corso dell’ultima Conferenza per la revisione dei trattati su certe armi convenzionali dello scorso dicembre ha varato l’istituzione di un gruppo di esperti incaricati di strutturare nel 2017 una discussione istituzionale su questi nuovi strumenti. Tra le questioni più rilevanti, oltre che controverse, svetta quelle relativa alla eticità di delegare a “macchine” la decisione su quando, come e con quale intensità ricorrere all’uso della forza e delle armi, all’interno di contesti conflittuali e belligeranti, considerato dal diritto internazionale l’ultima ratio nella soluzione dei conflitti. Ciò, anche in considerazione della potenziale deresponsabilizzazione e del distacco emotivo che l’azione di robot autonomi potrebbe indurre nei loro programmatori, e ancor di più dei rischi connessi con la reale capacità dei LAWS di distinguere tra militari e civili all’interno dei loro potenziali obiettivi.

Su impulso di una ennesima mobilitazione di alcune Organizzazioni di Società civile coalizzate nella campagna “Stop Killer Robot”, tra le ipotesi che il gruppo di esperti dovrà valutare e sottoporre al negoziato intergovernativo quella di una messa al bando preventiva e vincolante dello sviluppo, della produzione e dell’uso di armi completamente autonome. Ad oggi sono oltre 60 le OSC aderenti alla campagna, supportate da un nutrito gruppo di personalità composto da esperti in armamenti e i intelligenze artificiali, scienziati, premi Nobel per la pace ed ex diplomatici.

Come l’esperienza insegna, il percorso sarà arduo e costellato da mille difficoltà. In primis l’imprevisto rigurgito di corsa agli armamenti a livello globale che ha registrato nel 2015 il novo record di stanziamenti mondiali per gli armamenti. Ben 1,67 miliardi di dollari sono la cifra record stanziata per il potenziamenti degli eserciti di tutto il mondo cifra che, per la cronaca, conta di un contributo in crescita anche da parte del Governo italiano. I dati dell’ultimo Rapporto di MIL€X,Osservatorio sulle Spese Militari Italiane, confermano come nell’ultimo decennio l’Italia ha incrementato gli stanziamenti per le forze armate del 21%, corrispondente al 4.3% in valore reale e al 1.4% del PIL nazionale, e proietta una spesa di 23,4 miliardi di Euro per il 2017, pari ad un esborso di 64 milioni di Euro al giorno.

A ciò si va ad aggiungere una composizione del Consiglio di Sicurezza ONU da questa prospettiva non di certo ottimale. Ai 5 membri permanenti – Cina, Francia, Russia, Gran Bretagna e USA – che da soli rappresentano oltre il 70% delle esportazioni di armi nel mondo, da giugno 2016 e fino a metà 2018 si vanno ad aggiungere 4 membri non permanenti – Italia, Spagna, Olanda e Ucraina – che insieme ai primi costituiscono con la Germania, unica oggi esclusa dal Consiglio di Sicurezza, la top ten mondiale degli esportatori di armi.

Un primo banco di prova per Antonio Guterres, il nuovo Segretario Generale ONU insediatosi questo mese di gennaio, nel quale vanno riposte le speranze di un cambio di rotta significativo per contrastare gli immensi interessi che sottendono e che condizioneranno il dibattito su questa drammatica questione, il quale, dalla sua, ha la notevole credibilità internazionale per le sue precedenti esperienze in materia di negoziati internazionali in particolare nella sua precedente posizione di Alto Commissario per i Rifugiati ricoperta dal 2005 al 2015 all’interno delle Nazioni Unite e quel margine di manovra sempre inizialmente concesso al nuovo leader di Palazzo di Vetro.