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Quelle affariste di ONG

Le ONG sono tutte affariste della clandestinità, almeno stando alle recenti dichiarazioni di esponenti del Governo italiano.

Salvini sbraita che “ora finisce la pacchia delle ONG che si arricchiscono con il traffico dei migranti; il Premier Conte ricorda come nel programma di Governo non vi sia “solo la lotta all’immigrazione clandestina, in  modo generico, ma anche al traffico e al business delle ONG”.

Toni e generalizzazioni di tale portata, non sono degne nemmeno del chiacchiericcio da bar.

Sparare nel mucchio senza un minimo di pudore, sentenziare genericamente contro una sigla che racchiude molte e multiformi realtà non è ammissibile per nessuno, tanto meno per chi sta al Governo di un Paese. Cavalcare l’onda lunga del maldipancia degli italiani è un gioco al massacro buono forse in termini propagandistico elettorali, ma che conduce ad una inutile e dannosa acrimonia contro tutto e tutti.

Perché dentro una siffatta logica, utilizzando simili linguaggi e avocandosi ai cosiddetti “sentimenti della gente”, gli attuali governanti dovrebbero anche inveire contro “le imprese fraudolente”, perché ben si conoscono gli affarismi illegali di poche di loro; contro “i consulenti corrotti”, visto che in questi giorni di nuovo alcuni di loro, peraltro vicini alle forze di governo attuali, sembrano essere implicati in giri di mazzette milionarie per la vicenda dello Stadio di Roma; contro “ gli imprenditori edili faccendieri”, i “ciclisti dopati”, “i sindaci incapaci di governare”, “gli amministratori di società incapaci e fallimentari, “gli operatori finanziari evasori”, e la lista potrebbe essere lunga all’infinito.

Fino a toccare, a proposito di “percezione degli italiani”, “i politici che pensano solo alle poltrone, ai loro interessi e alla propria carriera”. Si perché questo è forse il sentimento più diffuso tra quei cittadini che l’attuale Governo dice di voler assecondare in nome della “vera democrazia e della sovrana volontà popolare”. Gli attuali Ministri dovrebbero ricordarsi che se oggi c’è una “vox populi” incontestabile, questa è quella che “li vorrebbe tutti a casa, perché tanto sono tutti uguali”.

Meglio sarebbe che il Governo e l’attuale Ministro degli Affari Esteri Mogavero dicessero come e con quali risorse intendono applicare al loro ricetta alternativa dell’”aiutare i migranti a casa loro”. E non con le parole, visto che stiamo avendo a che fare con il Governo dei fatti. Ad esempio, credo logico, spiegando agli italiani che per simili politiche occorre investire più soldi nella cooperazione allo sviluppo e, una volta convinti, aumentare significativamente gli stanziamenti del bilancio dello Stato.

Forse, inghiottiremo gli insulti fino al banco di prova della programmazione finanziaria per il 2019.

L’Italia “se destra” !

Le cronache di questi giorni si stanno accanendo sulla Ministro della Difesa, la pentastellata Elisabetta Trenta, per le sue presunte collusioni con agenzie di reclutamento di cosiddetti “contractor”.

A dire il vero, guardando il suo curriculum restano pochi dubbi in merito. Quanto meno, viste le sue riconosciute esperienze e competenze pregresse: consigliere politico al Ministero degli Affari Esteri per l’Iraq nell’era Gianfranco Fini; stesso ruolo nel 2009 per il Libano; presidente di SudgestAid; docente si sicurezza e strategie militari alla Università “Link Campus”, quella presieduta dall’intramontabile Vincenzo Scotti; moglie di un altolocato Generale dell’Esercito; consulente del Consorzio Criss, quello dei militari italiani rapiti in Iraq per intenderci, e altro ancora.

Delle eventuali incompatibilità della Ministro se ne occuperà, spero,  appena insediatosi il COPASIR, Non ho ne le competenze ne tanto meno il diritto di farlo.

Ciò su cui, al contrario, penso avere le competenze e, soprattutto, il diritto è pre-occuparmi delle prossime azioni di governo della Trenta e in particolare, per ora, di due obiettivi annunciati: la messa in discussione della partecipazione al progetto di costruzione dei cacciabombardieri F35 e delle missioni militari all’estero.

Sul primo punto, non resta che attendere le prime mosse e decisioni. Se la Ministra terrà fede a quanto promesso in campagna elettorale, confermato nel programma di Governo e così spesso utilizzato dal palcoscenico dal fondatore del M5S, incontrerà il mio plauso.

Sulle missioni militari all’estro, al contrario, gli obiettivi enunciati sono una vera tragedia. Il Programma giallo-verde, infatti, piuttosto che mantenere coerenza con lo sloganismo pacifista dei comizi preelettorali, si pone il problema di ri-orientare le presenza dei nostri militari concentrandoli in situazioni e Paesi effettivamente “utili agli interessi” del nostro Paese.

Finalità questa, non solo in palese discordanza con gli enunciati della Carta delle Nazioni Unite – che, vale la pena ricordarlo, ritiene legittimo il ricorso ad interventi militari “come extrema ratio” e unicamente ai fini di prevenire o sedare conflitti nel’interesse celle popolazioni coinvolte – ma anche con la nostra costituzione che anch’essa prevede l’impiego di forze armate in zone di conflitto nel mondo per contribuire all’instaurazione della pace. Del resto, sin qui le missioni militari all’estero – 7 mila militari impiegati e un finanziamento pubblico di circa 1,5 miliardi di Euro – sono state giustificate proprio con la discutibile caratterizzazione di “missioni di pace”. Tanto da sottrarre regolarmente quel miliardo e mezzo di Euro ai fondi destinati alla cooperazione internazionale; tanto da indurre anche l’ultimo Governo di centro sinistra e il passato Parlamento ad approvare in fretta e furia, praticamente a Camere sciolte, lo scorso 7 gennaio il rifinanziamento di queste missioni e, già che c’erano, incrementandone le risorse di un 8% rispetto al 2017.

Quindi se capisco bene: con il Governo attuale al governo abbiamo un Ministro della Difesa avvezza all’impiego di mercenari; la cooperazione allo sviluppo non esiste; i migranti sono un problema e i “clandestini” dei delinquenti; vanno sostenute le imprese italiane per conquistare nuovi mercati; le missioni “di pace” si trasformano in  “missioni di interesse”.

Se questo è il “Governo del cambiamento”, mi sa che preferisco il cambiamento del Governo.

Cooperazione allo sviluppo: assente!

Se tutto va bene, fra pochi giorni si rischia di veder varare il cosiddetto Governo “giallo-verde”.

Lo stato di avanzamento degli accordi tra Lega e Movimento 5 Stelle, almeno stando alle dichiarazioni ufficiali dei rispettivi leader e alle principali fonti di informazione, sembra aver raggiunto un punto alquanto avanzato, mancando unicamente la convergenza sul nome del Premier e la suddivisione dei dicasteri, a partire da quelli chiave come Esteri, Difesa, Giustizia, e, soprattutto per il consenso leghista, Agricoltura.

Il susseguirsi in questi giorni dei commenti , tra entusiasti e terrorizzati, peccano della medesima “svista” degli estensori del programma di Governo comune: non una parola, tanto meno un’idea, sulla cooperazione allo sviluppo con i Paesi dei Sud del mondo.

Per la precisione, all’interno del paragrado dedicato alla politica estera, significativamente tra i più brevi del testo, si trova una menzione a questi Paesi: “E’ inoltre necessario rifocalizzare l’attenzione sul fronte del Sud”.

Interpretando una così sintetica affermazione aggrappandoci alla lettera maiuscola utilizzata per il “Sud”, come un interesse manifesto per porre attenzione ai Paesi impoveriti dei Sud del mondo, resta tuttavia la totale assenza di contenuti e di obiettivi di questo comparto della futura politica governativa.

A meno che, con un’esegesi senza dubbio opinabile, non si torni a leggere il programma qualche riga sopra laddove, questa volta in modo alquanto esplicito, si afferma la futura Banca per gli Investimenti “svolgerà attività di … credito di aiuto alle imprese italiane che operano nei Paesi in via di Sviluppo come investimento ad utilità differita per acquisire posizioni di vantaggio su mercati emergenti”.

Visto che un elettore su due ha votato per uno dei due partiti che potrebbero governare il nostro Paese nei prossimi anni, credo legittimo immaginare che tra essi vi sia anche un buon numero di militanti nelle Organizzazioni Non Governative impegnate nella cooperazione internazionale, qualcuno, magari, con mire di incarichi nella prossima legislatura.

Soprattutto a loro, soprattutto a chi partecipa alla democrazia telematica supposta di possedere una rapidità e una popolarità decisionale inedita, ma anche a tutti i rappresentanti delle ONG, va rivolto un appello pressante per anticipare per una volta i tempi e indurre una virata significativa per far si che le future scelleratezze del nuovo governo non si abbattano oltre che sugli italiani anche sui nostri amici dei Sud.

Governo 5 stelle ?

Presentare la squadra di governo prima delle elezioni, va riconosciuto può essere un nuovo modo di fare interessante. Proporsi agli elettori con il massimo della trasparenza è intenzione meritoria. Ciò che al contrario mi provoca qualche perplessità è una valutazione nel merito.

La professionalità e la competenza sono qualità imprescindibili per assumere una responsabilità di governo del Paese: è una conditio sine qua non.

I danni e l’inefficacia dei troppi casi in cui sono stati premiati con poltrone governative emeriti incompetenti sono, purtroppo, da tutti noi conosciuti. Lo abbiamo tutti imparato a nostre spese con i Governi di ogni colore, compreso l’attuale.


Ma il problema è se competenza e professionalità siano anche condizioni sufficienti per svolgere al meglio la gestione di un dicastero di un Paese come l’Italia.

Sinceramente credo proprio di no. Essere docente in una Università italiana e scrivere sulla prestigiosa rivista Limes, non necessariamente implica la capacità di svolgere una funzione chiave come quella di Ministro degli Affari Esteri. Essere un bravo imprenditore non necessariamente implica saper occuparsi del bene comune della produttività di tutto il Paese. Aver pubblicato molti libri, non sempre comporta saper anche trovare le migliori soluzioni per l’applicazione delle teorie elaborate nella realtà complessa del governo di un Paese.

Esercitare una funzione di governo richiede anche capacità ed esperienza gestionale; necessita di capacità negoziale; implica la difficile mediazione tra le proprie utopie e la concretezza della governance.


Profeti e Re, fin dalla saggezza biblica, sono ruoli interdipendenti, ma altrettanto distinti. Troppe volte abbiamo constatato e subito i disastri fatti da profeti messi al governo e di re senza profezia.
Nel segreto dell’urna, credo utile valutare anche questo.