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Marielle Franco: martire di giustizia

Dobbiamo gridare e far sapere a tutti l’azione brutale e selvaggia della polizia”. Raccogliere questa volontà di Marielle Franco è un dovere; un modo per scongiurare l’inutilità del suo martirio.

Si perchè questa militante per i diritti umani in Brasile, consigliera del Partido Socialismo e Libertade eletta all’ultima tornata elettorale con 46mila voti e volto nuovo della politica brasiliana, è stata brutalmente assassinata da tre sicari, in pieno giorno, nell’affollatissima rua Joaquim Palhares a Rio de Janeiro.

Molte altre volte Marielle si era messa in gioco in prima persona per difendere i diritti degli abitanti delle favelas della megalopoli sudamericana. Senza peli sulla lingua, denunciando le molteplici violazioni perpetrate nei confronti di quella povera gente. Anche quando, come in questo ultimo caso, sapeva di giocarsi tutto denunciando l’ennesima azione criminale della polizia federale incaricata di mantenere l’ordine nei tanti gironi danteschi di Rio, come la favela di Acari.

Poco prima di cadere sotto le revolverate dei suoi carnefici, Marielle aveva pubblicato su facebook l’ultima sua denuncia scrivendo:“la polizia sta terrorizzando e stuprando i residenti delle favela. Hanno ucciso e gettato due uomini in un burrone, la situazione sta peggiorando”.

La goccia ha fatto traboccare il vaso. La violenza di stato ne ha avuto abbastanza. Ha deciso di disfarsi di questa scomoda testimone, di questa paladina della giustizia.

Onore a Marielle, martire ignorata di quest’epoca.

Non si speculi sulla salute dei bambini

Che le campagne elettorali siano, da sempre, ricettacolo di insulsaggini, populismi e chimere non è certo una novità. Che queste travalichino i limiti della sacralità della salute delle persone è cosa più rara.

Le posizioni contrapposte sulla vessata questio dell’obbligatorietà dei vaccini che stanno infuocando le diatribe politicanti di questi mesi, non sono solo ridicole, ma anche scellerate.

Non sono minimamente un esperto di sanità pubblica, né dispongo delle conoscenze per scegliere e nemmeno per sentenziare nel merito. Eppure, tra meno di tre mesi, alle urne, dovrò basarmi anche sulle posizioni espresse dai leader dei principali partiti circa la miglior scelta da operare per un futuro sicuro dei nostri bambini. Obbligatorietà? Raccomandazione? Autonomia decisionale (dei territori)? Libertà di scelta (dei genitori)? Obiezione di coscienza (dei medici)? Un dedalo di opzioni che sembrano derivare dalla ottusa volontà di opporsi all’avversario e distinguersi dagli altri, piuttosto che da responsabilità nei confronti del diritto fondamentale ad una vita salubre degli individui e delle comunità.

A livello internazionale esiste e funziona un’autorità competente, svincolata dai provincialismi, dalle smanie di protagonismo, e dalle bramosie di visibilità dei nostri leader nostrani, alla quale ci si dovrebbe rivolgere per avere quantomeno un parere vincolante, se non una vero e propria direttiva. L’Organizzazione Mondiale della Sanità esiste per questo e viene sostenuta anche con il denaro (nostro) che il Governo italiano versa per il suo funzionamento.

Come viene sollecitato ad intervenire in contesti altri, come ad esempio nei Paesi dei Sud del mondo, senza che ciò provochi problema alcuno, e così come in questi casi il parere dell’Organizzazione ginevrina viene richiesto, accolto e messo in pratica, così il buon senso e il dovere di responsabilità dei decisori nazionali dovrebbe passare la mano a chi ogni giorno, nel mondo, ha a che fare con endemie, epidemie e malattie contagiose.

Da cittadino e, fra poco, da elettore, ritengo un diritto basare le mie scelte su un parere super partes.

(Articolo pubblicato su Repubblica.it ; Vita.it)

Un altro leader indigeno assassinato per le sue attività ambientaliste

Isidro Baldenegro López 1966 – 2017

Si apre oggi a Roma il Forum Globale delle Popolazioni Indigene che vedrà i leader delle principali comunità indigene riuniti per tre giorni presso la sede dell’IFAD. Questi popoli rappresentano il 5% della popolazione mondiale, ma ben il 15% di quella che vive in estrema povertà. Un dato, questo pubblicato da IFAD, che lascia ben intuire come le discriminazioni, le violazioni dei loro diritti sanciti, peraltro da una Convenzione delle Nazioni Unite adottata dalla loro Assemblea Generale il 13 settembre 2007, i soprusi nei loro confronti siano all’ordine del giorno.

Molto spesso ignorati o dimenticati dai più, i diritti dei popoli indigeni hanno ovviamente un’importanza fondamentale per la loro tutela, ma altresì costituiscono un bene globale a vantaggio di tutti. Il ruolo giocato dalle comunità indigene nella difesa dei territori marginali, degli ecosistemi, e dell’ambiente in generale è un fattore determinante per la sopravvivenza dell’intero pianeta. Basti pensare che, stando ai dati di IFAD, più dell’80% della diversità biologica del pianeta, la cosiddetta biodiversità, è presente nei territori ancestrali di 70 Paesi nel mondo occupati e gestiti dalle 370 milioni  di persone che si riconoscono come “indigeni”.

Ma è di questi giorni la notizia, ancora una volta passata nella disattenzione generale, che un leader di comunità indigene messicane è stato brutalmente assassinato per la sua costante attività di difesa del patrimonio forestale e delle terre coltivate per la produzione di cibo dall’accaparramento di sfruttatori e di narcotrafficanti. Isidro Lopez Baldenegro, questo il suo nome, di 51 anni nonostante la protezione offertagli da organismi umanitari ed internazionali a seguito delle ripetute minacce ricevute, domenica 22 gennaio non è sfuggito alla mano assassina di chi calpesta la vita umana pur di incrementare i propri profitti. Isidro è il 33° leader ucciso in Messico negli ultimi 5 anni e il secondo vincitore del Goldman Environmental Prize ad aver trovate morte cruenta per le proprie attività. Prima di lui, nel marzo dello scorso anno, Berta Caceres ha incontrato la mano dei suoi carnefici in Honduras.

Due grandi personalità poco conosciute che allungano la lista dei morti ammazzati su commissione delle multinazionali, dei latifondisti, dei narcotrafficanti interessati a sfruttare le risorse naturali dei territori indigeni che stando all’ultimo rapporto di Global Witness, organizzazione che documenta le violazioni contro le popolazioni indigene, solo nel 2015 le vittime sono aumentate del 59%: da 116 nel 2014 a 185 nel 2015. 

IFAD insieme alle altre Agenzie specializzate delle Nazioni Unite soprattutto negli ultimi anni sta lavorando molto per l’inclusione del cosiddetto settore privato nella cooperazione internazionale.  Pur riconoscendo l’importanza di una tale strategia, il Forum di questi giorni dovrebbe porre condizioni perché l’inviolabilità dei diritti umani e di quelli della Madre Terra siano vincolanti per tutti e porre finalmente le basi per l’applicazione di norme sanzionatorie a fronte di palesi violazioni di Convenzioni e Accordi ritenuti in sede di istituzioni internazionali.

(articolo pubblicato su Repubblica.it)

Estate amara per Monsanto

La notizia sembra ormai confermata: la Monsanto ha smantellato il cantiere di costruzione di una nuova fabbrica per la produzione di sementi OGM in Argentina. Il progetto di questa nuova unità di produzione, avviato nel 2012 a Malvinas nella provincia di Cordoba, Argentina, con un investimento di 1.500 milioni di dollari, è stato formalmente interrotto dalla multinazionale con la motivazione del calo produttivo di mais nella regione sudamericana che renderebbe non redditizio il raddoppio delle fabbriche e sufficiente la tutt’ora operante unità a Rojas, provincia di Buenos Aires.

Alquanto diverso il parere delle comunità locali e dei movimenti che sin dal 2013 si sono mobilitati riuscendo a bloccare il nuovo progetto. Secondo i loro portavoce, come da loro dichiarato a seguito dell’ultima imponente manifestazione tenutasi il 1 di questo  mese di agosto, ad interrompere l’investimento sono stati la resistenza e il boicottaggio della comunità locale di questo paese di circa 12.00 abitanti contrari ad un ulteriore incremento della diffusione delle sementi Monsanto e preoccupati delle conseguenze dei prodotti tossici necessari alla loro coltivazione.

Il boicottaggio operato dalle comunità di Malvinas non è l’unico cruccio per i dirigenti della multinazionale sementiera. Al Congresso argentino giace dal 2012 (strana coincidenza!) la cosiddetta “Ley Monsanto”, legge che vorrebbe impedire la conservazione e l’utilizzo di sementi accantonate al momento del raccolto dai piccoli agricoltori, e che l’altro colosso sementiero Syngenta vorrebbe emendata con l’introduzione di una tassa da applicarsi a tale pratica “oscurantista”; sempre Monsanto si trova confrontata ad un ricorso giunto alla “Suprema Corte de la Nacion Argentina” che mette in discussione la possibilità di brevettare le sementi OGM considerando le specie vegetali un bene naturale non privatizzabile; e in Messico una richiesta popolare per bloccare la semina di sementi OGM rallenta e intralcia significativamente i piani di sviluppo del colosso statunitense.

Comitati di quartiere, madri, giovani agricoltori e piccoli produttori stanno dando una nuova lezione al mondo intero: la vicenda di Davide e Golia può ancora ripetersi. La morale dell’inevitabile e l’arrendevolezza dell’ineluttabilità del “così sono sempre andate le cose al mondo” può essere scheggiata dalla disperata resilienza di chi più paga i costi della scelleratezza del nostro sviluppo