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Le nostre Università si ripopolano

Secondo un’inchiesta condotta da “la Repubblica” che ieri ne ha pubblicato i dati principali, l’anno accademico 2017-2018 ha registrato un incremento del numero di “matricole” negli Atenei italiani.

Stando ai dati forniti al quotidiano da 59 delle 61 Università statali presenti sul territorio nazionale, gli studenti iscritti al primo anno di Università sono 11.804 in più dell’anno precedente. Cifra che riporta il numero totale di iscritti agli Atenei italiani a circa trecentomila studenti, ovvero,  secondo tutti i Rettori contattati , ad una quota vicinissima a quella pre-crisi economica del 2007-2008.

Con beneficio di inventario dei cosiddetti “abbandoni” nel corso degli anni successivi, l’aumento dei “primini” è un buon sintomo di recupero rispetto al dato statistico preoccupante che, secondo Eurostat, colloca l’Italia al penultimo posto nella graduatoria europea della percentuale di “trentenni” in possesso di un diploma di laurea.

A fronte di una media UE del 39,1%, infatti, nel nostro Paese tale percentuale scende drammaticamente al 26,2 % . Peggio di noi, solo la Romania con il 25,6%. Posizionate a quasi il doppio le nazioni “prime della classe”:  Lituania, dove la percentuale è del 58,7%, seguita da Lussemburgo (54,6%), Cipro (53,4%), Irlanda (52,9%) e Svezia (51%).

Concordo appieno con Giorgio Zauli, Rettore a Ferrara, prima classificata in Italia, dichiaratosi a favore della eliminazione degli “sbarramenti ai corsi di laurea a livello locale”. Compreso il numero chiuso in vigore presso alcune Facoltà.

Diritto allo studio, e non solo ad una istruzione obbligatoria, a parte, l’innalzamento del livello di istruzione  di una popolazione è sempre un dato auspicabile. Ho sempre nutrito dubbi sulla super specializzazione monotematica così in voga in un’educazione scolastica funzionale ad una visione efficentista che dagli USA si va espandendo in tutto il mondo, quella per la quale si sfornano cervelloni di ingegneria genetica che non hanno mai letto una pagina di Kant, o geni dello HI-Tech che mai hanno goduto di un brano di Bach. Dando per buono il binomio “più alto livello scolastico, maggiore cultura generale”, penso che una cultura generale più diffusa non possa che migliorare le condizioni di un Paese. Anche quelle economiche.

Chi ancora invoca i numeri chiusi a baluardo dell’incremento di una massa di sfaccendati e mantenuti, quando non di frustrati snobbanti i lavori più modesti; chi, come purtroppo titola l’articolo citato de “la Repubblica”, si iscrive perché “sedotto dal pezzo di carta”,  è vittima di un materialismo efficentista che sottovaluta il valore dei percorsi sacrificandolo al mero ottenimento di risultati.

La cultura è fondamentale per ogni sviluppo

Lo scorso 12 giugno al Palazzo di vetro di New York e per inziativa del Presidente dell’Asssemblea Generale delle Nazioni Unite Vuk Jeremy si è tenuto un dibatito di alto livello sul tema “Cultura e Sviluppo”. Troppo spesso sottovalutata come marginale, la dimensione culturale dello sviluppo riveste al contrario un ruolo fondamentale per garantire la sostenibilità e l’adeguatezza di ogni intervento e di ogni programma di sviluppo.

Per questo, ora che si infervora il dibattito sull’agenda post 2015, quando cioè scadranno non raggiunti gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDGs), diventa di fondamentale importanza che i diritti culturali e la considerazione dell’impatto della cultura sullo sviluppo siano presi nella dovuta considerazione nei “nuovi” obiettivi che la comunità internazionale dovrà definire per il periodo 2015 – 2030.

In quest’ottica, l’intervento prima del Presidente Jeremy e a seguire del Segretario Generale ONU Ban Ki Moon e della Direttrice Generale UNESCO Irina Bokova hanno giustamente insistito nel sensibilizzare i Membri dell’Assemblea Generale. Un atteggiamento condiviso anche dall’Amministratore UNDP Helen Clark che nel suo intervento ha sottolineato come “essendo la cultura vitale per chi noi siamo, essa è un aspetto vitale dello sviluppo umano. E per vivere delle vite valide, le persone devono essere libere di scegliere la loro identità e di definire chi siano attraverso la loro cultura”.

D’accordo con Ban Ki Moon nel ribadire che ” non esiste un modello unico di sviluppo valido per tutti” le organizzazioni di società presenti al dibattito sperano ora che sia questa la strada che l’Assemblea Generale e i suoi Stati membri vorranno intraprendere nella definizione degli Obiettivi di Sivluppo del post 2015.